di Daniele Vergni

Chiara Guidi da Tifone 2013 II Credits Simona BarducciAll’interno del progetto Io: stupore, pratiche di centratura teatrale tra mito e merda, organizzato da Teatro delle Bambole e Cooperativa al.i.c.e. Area Arti Espressive presso la Masseria Carrara di Modugno (Bari), si è svolto il laboratorio Il movimento della voce in una foresta di immagini invisibili tenuto da Chiara Guidi, tre giornate d’incontro con la drammaturgia vocale e le questioni che pone nel teatro contemporaneo. Nella seconda giornata Chiara Guidi ha presentato la conferenza-spettacolo Relazione sulla verità retrograda della voce, presso l’Auditorium Diocesano La Vallisa di Bari. Si sono susseguiti nei giorni temi, ascolti, esercizi durante i quali la relazione tra suono della voce e delle parole è stato scrutato da varie angolazioni: dalla voce in sé alla voce nel, e non del testo. Le immagini invisibili, che il titolo del laboratorio richiama, sono le potenzialità che la voce come gesto mette in atto, immagini che non illustrano le parole ma l’andamento del loro suono.

La voce ci pone delle questioni: cos’è? Di cos’è fatta? Da dove viene? La voce, ci dice Chiara Guidi è nascosta e può lavorare un testo per far emergere tutto quello che non dice. Prima di arrivare alla questione del testo bisogna entrare nella voce come un artigiano entra in rapporto simbiotico con i suoi materiali perché la voce è prima di tutto materia. Considerarla materia vuol dire cambiare prospettiva: non spiega, non intrattiene, ma scava nel corpo provenendo da un organismo complesso, corpo e ambiente. Così la bocca si configura come ferita che mastica parole per sprigionare suoni che vengono da fuori, perché solo l’ambiente che la circonda può farla risuonare ed entra dentro attraverso una particolare coreografia che permette di smembrare, articolare, compiere atti che ingoiano le parole. Ma le parole arriveranno poi perché la voce, come l’infanzia, viene prima del linguaggio, è alle soglie di quel complesso sistema di potere che la voce può mettere in discussione. La voce è puro voler dire, è materiale in potenza che erode il potere quando non si prostituisce ad esso attraverso il puro citare. Essere in potenza e non essere potente. La voce è una questione immediatamente politica.

ChiaraGuidiLa voce-materia è un corpo plastico cha ha bisogno di uno spazio fisico e psichico assieme: ci sono personaggi e memorie vocali dove si nasconde qualcosa, movimenti e tensioni il cui andamento ha un impegno compositivo sul linguaggio. Possiamo quindi dire che la voce espone un corpo esperienziale e non il suo carattere, porta con se un’esperienza e un fare, è un processo di lavoro, una trasformazione e non un oggetto. La voce che si ascolta esige un luogo di visione, un’immagine precisa e un movimento che restituisce l’intensità della voce, dell’esserci, rispetto alle parole. Da qui prende le mosse l’idea di drammaturgia vocale. Pensare e porre la voce come idea drammaturgica vuol dire ripensare il rapporto con il testo, superare quell’ideologia della voce che vede a monte del processo drammaturgico il testo e lo spettacolo come sua rappresentazione. Il problema non è solo metodologico, è politico: la voce come potenziale incrina lo statuto di potere del linguaggio. La voce, che è nascosta, può dire quello che le parole non dicono e lo fa proprio attraverso il suo essere eclissata in un corpo e in uno spazio, in un incontro con la voce dell’altro in cui il testo perde autorità. Non si porta più un testo in scena, ma una voce che disarticola il linguaggio per scavare una nuova e necessaria direzione nel testo. Come accade? La voce entra nel testo e lo abita, lo inghiotte e mastica, creando uno spazio per ricavarne una forma che dice tutto quello che ancora non abbiamo sentito. Mettere in voce un testo vuol dire esplorarne le possibilità attraverso una sottrazione di senso, di peso, di storia, evidenziando l’urgenza di entrare nel testo con la voce, di bucarlo per abitarlo. In che modo? Chiara introduce la sua tecnica che passa per almeno due stadi che indicano un passaggio dimensionale, da una superficie a una dimensione. Come racconta nella Relazione avviene un doppio passaggio. Il primo è quello che dal vedere una sagoma in una voce e disegnarne il profilo su un foglio, quindi crearne una partitura, porta al dare voce alla linea tracciando segni che hanno un movimento attorno alle parole, quello che Chiara chiama lettura con vettore. Questo primo passaggio porta ad avere una superficie vocalica in movimento, una superficie timbrica di tono e ritmo. È così che il tono che si forma sui fonemi prende il ritmo che collega le parti del testo, ponendo anche la questione della pausa: “dove finisce un suono vocale continua un suono inascoltabile”, questo vuol dire abitare con la voce gli spazi e le sue interruzioni. Il secondo passaggio è quello che dalla superficie passa alla voce come spazio tridimensionale, come volume, corpo plastico, materia della materia, come dimensione timbrica, da tono e ritmo si passa a una struttura. Rendere il timbro struttura comporta una dinamicità fatta di traiettorie e durate che seguono movimenti e direzioni formate nelle micro variazioni continue. Volumi, spessori, fragorosità interne alla voce, contratture sonore che restituiscono un ascolto tridimensionale che porta a un’esperienza creativa dell’ambiente, o come scrive Carlo Serra lo spazio viene drammatizzato sul piano acustico1 e, a seconda degli strati di aggregazione della materia acustica, si compongono rapporti tra piani, volumi e intervalli, tra suono dal vivo e suono registrato. In questi passaggi tra suono registrato e dal vivo ci sono livelli di ascolto inudibili essenziali per rendere udibili altri livelli vocalici. Tra le voci nascoste si cela uno spazio che spinge sugli altri facendo emergere il farsi dell’udibile sul confine tra inudibile e la percezione del fatto acustico. Ecco la molecolarizzazione della voce che prende in esame gli aspetti microscopici, i minimi solchi, le fratture, i collegamenti dove il respiro si fa suono e il peso specifico della voce si fa prelievo di un oggetto sonoro modellato nel gesto e nello spazio. È così che la voce crea strutture tridimensionali e assieme il loro ambiente.

La scrittura vocale passa per il senso acustico di ciò che viene detto attraverso un’architettura musicale del testo dove si rincorrono emissione fonica e ripetizione: il significato del processo sonoro qui diventa il processo stesso, fra soffio e detrito in un movimento diastematico dove l’intervallo è configurazione del canto. I fonemi sono integrati in maniera organica in pattern ritmici, pulsazioni di respiro scavate sul piano materico dove non c’è imitazione di un oggetto, ma si ha una relazione concreta con l’oggetto: i fonemi si fanno corpo per darci il peso specifico delle parole in una drammatizzazione percettiva che ridefinisce l’ascolto attraverso una grammatica fatta di punteggiature e concatenazioni. Chiara Guidi modella la plastica della sua voce abitando l’oggetto col suo corpo vocale. I movimenti e le posizioni di tutti questi suoni-oggetti si propagano nello spazio occupandolo e raccontandolo attraverso diffrazione, riflessione e ombre sonore. In questa maniera il suono teatralizza lo spazio avvolgendo la scena che costruisce, e lo spazio drammatizza la materia vocale che scava dimensioni tattili.

http://www.teatrodellebambole.it

Le foto di Chiara Guidi sono di Simona Barducci.

1 Carlo Serra, Musica Corpo Espressione, Quodiblet, Macerata 2008, p.112.
Chiara Guidi, Relazione sulla verità retrogroda della voce
Radio tre, Dimore delle voci, sala A di via Asiago, Roma 23 maggio ore 17, 2013
Presentazione:Maria Cristina Reggio, Romina Marciante (gruppo àcusma )

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