steve-reich-1341930186-article-0Paolo Carradori

Programmando a Firenze due brevi ma succosi concerti preventivi e introduttivi denominati Pashing, Rivoluzione del tempo 1 e 2 (12 giugno e 13 luglio) l’ensemble L’Homme Harmé – nello splendido spazio del Museo di Santa Maria Novella – ci aveva in qualche modo preparati alle musiche di Magister Perotinus (1160 ca.-1230 ca.) e Steve Reich (1936) per la serata clou In Timer for…(Steve Reich 80): il vero evento della nona edizione della rassegna AntiContemporaneo, che oltre all’istituzione vocale fiorentina vede coinvolti al Teatro Romano di Fiesole il Nextime Ensemble e Tempo Reale per la regia del suono.

Ma se è vero che il compositore statunitense, almeno per una fase della propria produzione, ha riconosciuto il francese come uno dei suoi ispiratori, come è altrettanto vero che L’Homme Armé ci ha abituati negli anni a una filosofia programmatica ricca di rischiose e visionarie collisioni, l’incontro Perotinus/Reich è tutto da verificare. Pendulum Music (installazione per microfoni, altoparlanti e performers) pare un’apertura almeno ambigua. Quattro microfoni appesi ondeggiano con oscillazioni diverse producendo per ogni passaggio sugli altoparlanti un segnale gestito da una regia sonora. Un giochino semplice, all’apparenza, quello di Reich. Gli sfalsamenti temporali costruiscono una ragnatela ritmica sempre più serrata, una specie di drammaturgia sonora che, se ti lasci andare, ti trascina in un vortice emblematico. Poi, quando arriva improvviso il silenzio, è come piombare con forza a terra in uno spazio/realtà nuovo, vergine. Considerando i quattro microfoni come voci, con qualche rischio di meccanicità interpretativa, non si può non pensare in effetti al Maestro della Scuola di Nôtre-Dame che per primo ampliò, alla fine del XII secolo, il numero delle voci della polifonia da due a quattro, così ponendo le basi del mottetto.

La scelta di posizionare il pubblico sul palco e l’ensemble vocale di fronte, sui gradini del Teatro Romano, risulta di grande fascino visivo. Uno spicchio di luce bianca illumina i cantanti, mentre lo spazio vuoto intorno a loro si colora in modo spettacolare. Poi, come extra di una serata decisamente autunnale, sullo sfondo si muovono nuvole minacciose che svelano a intervalli una luna cangiante. In questo contesto unico l’esecuzione di Sederunt principes e Viderunt omnes (organa a 4 voci) assume caratteri emotivi amplificati. Organum, forma polifonica in uso dal IX al XIII secolo, con Perotinus vive un forte impulso innovativo. Destinata alla liturgia come versione di canti responsoriali, con passaggi e scambi motivici del repertorio gregoriano, intonazioni ripetute, estese e dilatate, spostamenti del modo ritmico tra le sezioni, travalica il carattere spirituale per assumere l’aspetto d’opera d’arte compiuta dalle mille sfaccettature misteriose. L’ensemble vocale affronta questi materiali di non poche complessità strutturali e interpretative con rigore e agilità, sempre indirizzati a un convincente valore emotivo-comunicativo.

Nel 1967, Reich e altri compositori influenzati dalla filosofia aleatoria cageana diedero un concerto di loro musiche alla Place Gallery di New York. In quel periodo lo spazio espositivo ospitava opere di pittori detti minimalisti e risultò quasi automatico, per giornalisti e critica, coniare l’etichetta «minimal music». Oltre allo stesso Reich, Terry Riley, La Monte Young e Philip Glass sono riconosciuti guida del nuovo movimento, caratterizzato dalla ripetizione di brevi figure con graduali processi di sfasamento sonoro, dal recupero (senza nostalgie) della tonalità ripudiata dalle avanguardie, dall’attrazione per le culture orientali. Con Drumming (per 8 tamburi intonati) il compositore statunitense mostra quasi didatticamente, nel suo allontanamento progressivo dalla musica occidentale, l’interesse verso la poliritmia, le percussioni africane approfondite negli anni Settanta in Ghana, ampliato successivamente con lo studio del gamelan e la musica di Bali. Più che un effetto ipnotico, comunque inevitabile, la ripetizione in Reich tende a sollecitare la percezione dell’ascoltatore verso le micro-variazioni del tessuto sonoro. Definita dall’autore «l’estremo raffinamento della tecnica di sfasatura», Drumming rimane un’opera ambiziosa, tanto razionalistica quanto poco coinvolgente.

Tutt’altro il coinvolgimento con Proverb (per 5 voci, 2 vibrafoni e 2 tastiere), dove le coordinate comuni con l’organum di Perotinus sono emblematicamente messe in rilievo. Le tre voci femminili disegnano, incrociano dolci frasi brevi come ricami, le due maschili le supportano con spumeggianti, ritmiche onde sonore. L’insieme, l’impasto, con tastiere e vibrafoni che ripetono frasi magnetiche, sognanti, risulta di alto godimento. A chi ascolta sorge forse l’dea, dopo la proposizione ravvicinata di repertori così lontani nel tempo che, al di là della diversità storica e culturale, esista qualcosa come un’unità della musica. Forse sì, forse no. Sicuramente, si accetti o meno una logica comparativa e comunitaria, è un privilegio, merito di una rassegna che sa guardare indietro e avanti senza pregiudizi, sentirsi parte attiva di un concerto zeppo di stimoli, contrasti, visioni e suoni che sembrano dare anche un senso alla vita.

in time for…(Steve Reich 80)

Fiesole, Teatro Romano, 15 luglio 2016

L’Homme Armé: Monica Benvenuti, Giulia Peri (soprani) Mya Fracassini (mezzosoprano) Giovanni Biswas, Luca Dellacasa, Paolo Fanciullacci (tenori) Gabriele Lombardi (baritono) Fabio Lombardo direttore

Nextime Ensemble: Danilo Grassi, Lisa Bartolini (tamburi) Saverio Rufo, David Diouf (vibrafono e tamburi) Michele Allegro, Daniele Incerti (tastiere) Danilo Grassi direttore

Tempo Reale: Francesco Canavese (regia del suono)

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