shandyMarco Giorgerini

Si intitola L’umorismo letterario. Una lunga storia europea (secoli XIV-XX) l’ultimo tassello della ricca bibliografia di Giancarlo Alfano. Con un rigore e una chiarezza non proprio comuni nei saggi letterari, l’autore accompagna il lettore lungo le infinite ramificazioni che conducono al nucleo dell’umorismo, ovvero alla negazione di ogni idea di nucleo.

Riferendosi a Laurence Sterne – autore di quel Tristam Shandy che brilla come uno dei massimi risultati, se non il massimo, della letteratura umoristica di ogni tempo – Alfano scrive: «Sterne non potrà che andare contro la linea retta. […] Tristam conduce il suo lettore per digressioni, curvature, sobbalzi e riprese, disegnando il grafico dell’intreccio tra corpo e mente, tra vita e opinioni». Il protagonista del capolavoro sterniano fa uso di tutte le principali marche distintive del genere umoristico: dal prospettivismo alla metatestualità, dall’interconnessione tra mente e corpo al costante dialogo col lettore che, come segnala Davide Barbuscia (in Studi di anglistica e americanistica, a cura di Fiorenzo Fantaccini e Ornella De Zordo, Firenze University Press 2012), ricorda da vicino l’eliminazione della distanza tra palcoscenico e pubblico tipica della cultura carnevalesca secondo Bachtin.

Perché sia operata una sintesi così riuscita, però, deve esser giunto a piena maturazione un cammino millenario, che va dalla «teoria degli umori» (concettualizzata e trasmessa, tra gli altri, da Aristotele e Platone ed elaborata nei secoli a venire) fino ai giorni nostri. Deve aver avuto luogo, innanzitutto, quel processo che porta dalla concretezza fisiologica della «materia scorrevole che è nel componimento dell’animale, come è sangue, flemma, collera e malinconia» (così, alla voce «umore», il Vocabolario della Crusca nell’edizione del 1612) a una dimensione psicologica via via più astratta. Solo nel 1682 è apparsa in Europa l’accezione di umorismo così come lo intendiamo oggi. Perché l’umorismo è sfuggente e sghembo, ed è più facile definirlo in negativo che in positivo. Il suo habitat naturale è quello delle zone ibride, delle mescidazioni; rifugge la purezza e preferisce la discontinuità alla continuità. Alfano apre il volume con cinque capitoli dedicati rispettivamente a Petrarca, Montaigne, Cervantes, Cartesio e Sterne. Sull’ultimo l’autore non ha dubbi: The life and opinions of Tristam Shandy è il «capolavoro indiscusso della letteratura umoristica».
In Cartesio identifica l’unione tra
res cogitans e res extensa – il corpo e l’anima esplicitamente richiamati da Sterne –, in apparente contrasto con quanto ci hanno insegnato al liceo: il filosofo francese non incarna «la massima affermazione del solipsismo di una ragione accampata come fondamento della nostra esistenza». Il sentire, facoltà precipua della res cogitans, si realizza tramite il corpo. Perché considerazioni del genere in un libro come questo? Sono pertinenti? Lo sono, perché proprio la tematizzazione della commistione indicata diventerà una cifra irrinunciabile del genere in questione: «Il pensatore […] mostra dunque di aver ampiamente compreso la “passività” fondamentale del soggetto: il suo essere esposto alla mutevolezza del corpo, al cambiamento delle prospettive, all’improvviso, della corporeità». Persino Petrarca, che pare distante quant’altri mai da ogni forma di umorismo, trova ampio spazio nel volume. La sua operazione letteraria dà l’avvio, con quattro secoli di anticipo, a quella «fondamentale congiunzione di sentimento e umorismo la cui più completa definizione avverrà solo nel secolo XVIII».

Viene poi affrontata, con una lucidità d’indagine realmente ammirevole, la complessa e ambigua natura del riso. Muovendo dalle elaborazioni dell’età classica, il critico letterario si intrattiene a lungo sull’argomento. Illumina gli aspetti legati alla sua origine, mostra le sue conseguenze e affronta il concetto di urbanitas, quella virtù cittadina – che diverrà poi il vero e proprio perno della convivenza – chiaramente definita da Quintiliano e indicante la capacità di divertire gli astanti in modo arguto e senza scadere nella buffoneria. Seguono osservazioni acute sul legame profondo tra riso e lacrime, ad esempio, e il diario di viaggio di andata e ritorno – per così dire – tra oralità e scrittura. Dalle facezie trascritte dai frequentatori dei salotti francesi e delle Coffee houses inglesi al riutilizzo di battute e motti di spirito letti su carta, imparati a memoria e riciclati nei medesimi luoghi. L’ultima parte del testo, infine, è incentrata sull’estetica dell’umorismo. Al suo interno, a riprova di un puntiglio che non si fa pedanteria, non manca neppure un paragrafo dedicato alla sperimentazione grafica presente nei romanzi settecenteschi.

Non soltanto gli appassionati di letteratura trarranno beneficio dalla lettura di questo libro.
L’umorismo, in fin dei conti, è anche – soprattutto, verrebbe da dire – un’educazione al relativismo. È il salto obliquo che serve per liberarsi dalle narrazioni tradizionali e che sarebbe utile, forse, anche per prendere le necessarie distanze dalla narrazione della nostra realtà sociale e politica. Di fronte a un mondo inevitabilmente complesso e contraddittorio, presentatoci ogni giorno appiattito e semplificato, punteggiato da dogmi intoccabili (a partire dall’Occidente innalzato al rango di maestro universale), non può che essere benefico il sorriso di chi non ci sta e, con Tristam Shandy, grida forte il suo «no» a ogni percorso in linea retta.

Giancarlo Alfano

L’umorismo letterario. Una lunga storia europea (secoli XIV-XX)

Carocci, 2016, 351 pp., € 29

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!