1301302_51016_fabrizia_ramondino-493x600Laura Fortini

Tra le molte scrittrici e i pochi scrittori che hanno volto lo sguardo all’infanzia quale luogo costitutivo della soggettività, Fabrizia Ramondino è tra le più grandi e Althénopis fin dalla sua pubblicazione nel 1981 ha mostrato caratteri di originalità e novità di cui si è subito percepita la forza e la capacità di parola del tutto imprevista, tali da andare oltre tutte le forme letterarie canoniche. Ne hanno scritto critiche letterarie di vaglia quali Monica Farnetti e Adalgisa Giorgio, recente un volume a lei dedicato per le cure di Beatrice Alfonsetti e Siriana Sgavicchia, ne scrive Silvio Perrella nell’Introduzione della importante riedizione per i tipi di Einaudi, che ripropone un testo altrimenti di difficile reperibilità, capace di restituire a chi lo lesse allora, o lo legga oggi, una percezione della città e del territorio circostante autentica e vera nonostante i disastri naturali e quelli politici, sottotesto delle pagine di Perrella (il quale colloca l’opera all’ombra del terremoto del 1980).

L’architettura compositiva di Althénopis si dipana in forma di trittico. La prima anta, Santa Maria del Mare, si colloca alla fine della Seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti costrinsero molti napoletani a rifugiarsi da sfollati nei paesi del circondario: un noi bambino che parla nel libro in forma indistinta con la voce del gruppo di coetanei e coetanee , la «truppa gioconda» che con la libertà ribalda dell’infanzia esplora e fa propri i declivi e il mare del golfo. Nella parte centrale, Le case degli zii, si passa alla prima persona singolare della ragazza che diviene donna negli anni del dopoguerra napoletano: e che nella terza parte Bestelle dein Haus («Prepara la tua casa», da una cantata di Bach) passa al ruolo di Figlia che prende congedo con passione lucida e pietas dalla Madre (anch’essa con la maiuscola, perché «le vicissitudini della vita, da Diana tenera e forte, l’avevano trasformata prima in madre e signora, poi solo in povera donna»). Occorre dare a Ramondino quello che è di Ramondino: ovvero la capacità di scrivere un testo di sicura originalità, ancorché in un dialogo, stretto ed esplicito con Proust (citato nel testo due volte), nonché implicito – come capita spesso a opere a firma di donne – con una lunga genealogia di scrittrici, dalla Virginia Woolf di Momenti di essere fino all’Antonia Byatt del Libro dei bambini, che si sono a più riprese cimentate con quello che si può definire un vero e proprio genere letterario che ha radici anche nell’Ottocento (tra l’altro in Matilde Serao, citata anch’essa nel testo) e che nel Novecento ha avuto le sue opere più mature e significative. Dobbiamo infatti alle scrittrici, e a Fabrizia Ramondino che tra loro svetta, la capacità di andare al cuore stesso dell’esperienza e di farne edificio costitutivo di tutta la vita che poi ne segue, ovvero il rapporto con la madre e con la madre della madre, in una linea di continuità fatta di fratture e negazioni, svolgersi di tempi storici e di vita.

Anche in relazione alla terra madre, che si rappresenta nel doppio segno dell’«occhio di vergine» e dell’«occhio di vecchia», come scrive Ramondino in una nota di autocommento sull’etimologia di «Althénopis», nome della città natale, telluricamente e matericamente presente quasi in forma di altra madre. (Che il rapporto tra terra e parole si declini nelle scritture delle donne con una particolare valenza in relazione alle rovine, ai traumi e alla possibilità di rielaborarli, sia che si tratti di guerre che di terremoti, è oggetto di un volume appena pubblicato per le cure di Serena Guarracino e Roberta Falcone, Terra e parole. Donne / scrittura / paesaggi, ebookwomen, 2016, che ha origine da un convegno della Società Italiana delle Letterate svoltosi a L’Aquila nel 2013.)

Ma tutta di Ramondino è la capacità di collegare strettamente la propria personale rielaborazione di un trauma, quale quello della guerra, a un romanzo del divenire: romanzo più che narrazione, quindi anche solo per l’illusione di «vivere in un romanzo», come nel caso di Giù la piazza non c’è nessuno di Dolores Prato. Perché di una storia si tratta nei suoi tratti costitutivi e nelle sue protagoniste: la nonna, la madre, la figlia e voce narrante.

La stessa lingua, regale e magnifica nella sua limatissima eccedenza, tra napoletano e «spagnolesco» e costellata di note di spiegazione e commento, è protagonista anch’essa dell’opera, a sottolineare ancora una volta il legame stretto con il dato costitutivo della lingua dell’esperienza, di una formazione che certo non si conclude con l’approdo all’età adulta, del divenire di una vita che si inoltra nella vecchiaia, nel suo patire, nell’amore lucido e disincantato della Figlia per la Madre – che alla fine si scioglierà nell’eterno divenire di morte affinché vita sia.

Se da una parte è evidente, nella favola e nel teatro dell’infanzia, il riferimento al «gioco segreto» morantiano (Lo scialle andaluso è del 1963), l’ironico e tenero disincanto che anima le pagine di Ramondino ricorda l’Alice Ceresa della Figlia prodiga (1967) e poi di Bambine (1990), con una presenza mai rimossa del corpo, prepotente fino all’ingiuria della vecchiaia: fatto prima del sangue mestruale della madre e della sua memoria sbiadita nelle gonne della nonna nelle prime pagine, concluso nel gesto con cui la madre morente si tocca il pube nella ultima pagina mormorando «sono una bambina, sono una bambina», tornando così infine alla propria origine, al proprio corpo di donna.

Fabrizia Ramondino

Althénopis

prefazione di Silvio Perrella

Einaudi, 2016, XIV-288 pp., € 23

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