fabre2Stefania Zuliani

Da quasi quarant’anni Jan Fabre, artista e uomo di teatro tanto noto quanto discusso, discendente e orgoglioso erede del grande entomologo Jean-Casimir Fabre, consegna al suo taccuino, zibaldone di cronache e teorie, appunti di viaggio e sogni, il frutto distillatissimo della sua insonnia di uomo inquieto e vorace. Nato nel 1958 ad Anversa, città madre e matrigna, irriconoscente capitale fiamminga di antica tradizione e ricchezza, Fabre, che non ha certo dubbi sul valore artistico della propria biografia – «La mia biografia è un’opera d’arte», annota la notte del 4 agosto 1985 –, con costanza ossessiva affida dunque alla scrittura, una scrittura spezzata e a volte sprezzante, fatta di frammenti e di rapide illuminazioni, i propri turbamenti e le proprie riflessioni, le memorie sovrapposte che abitano le sue notti di noia e di sesso. Notti senza sonno che hanno la temperatura del corpo e quindi del teatro, spazio privilegiato di sperimentazione per Fabre, che nelle pratiche performative ha individuato un luogo, ovviamente crudele, di confluenza di linguaggi e di umori – «Per-for-mance», ha scritto l’artista, «significa una persona che per-fo-ra sé stessa e il suo ambiente» –, uno spazio di verifica del suo progetto, ambizioso e senza mediazioni («l’artista è un dittatore»), di fecondazione reciproca – di consilience – tra i saperi e i linguaggi, tra la danza, il teatro, le arti visive, la scienza. Una pratica artistica che si realizza, o meglio si «secerne» – «L’arte non viene realizzata. L’arte viene secreta» scrive Fabre nel 1990 da Basilea: dove, lasciato il carosello della Biennale, l’artista belga partecipava ai riti tutt’altro che innocenti del grande mercato dell’arte – mostrandosi scandalosa e provocatoria, spesso irritante, in ogni caso mai banale, sui palcoscenici e nei musei più prestigiosi, incarnando nei corpi vibranti dei danzatori o nella perfezione illusoria delle sculture uno scomodo, inquieto ideale di bellezza. Un’aspirazione di cui Fabre è, a un tempo, artefice e vittima consapevole, e che nelle pagine del suo diario notturno viene raccontata senza compiacimento, senza quegli eccessi che invece appartengono e forse definiscono l’opera di Fabre, ben conosciuta dal pubblico italiano grazie alla debordante, certo indimenticabile installazione all’Arsenale Novissimo di Venezia della mostra From the Feet to the Brain (2009) e, soprattutto, alla imponente retrospettiva dedicatagli nel 2013 dal MAXXI, Stigmata. Actions & Performances 1976-2013.

In quell’occasione Cronopio aveva dato alle stampe la prima parte del Giornale notturno (1978-1984) a cura di Franco Paris, studioso che firma anche la traduzione di questo Giornale notturno II, la cui recente uscita si lega stavolta alla grande mostra che in questi mesi propone a Firenze il lavoro di Fabre (Jan Fabre – Spiritual Guards, fino al 2 ottobre). Il volume raccoglie gli appunti e le note del periodo che va dal 1985 al 1991: oltre trecento pagine in cui, scandite con maniacale precisione da luogo e data, si susseguono i pensieri notturni dell’artista, il precipitato di giornate intense di passioni, faticose di lavoro, talvolta esaltanti per un successo finalmente raggiunto o per un incontro rivelatore. Quello con Mapplethorpe, ad esempio – Anversa, 24 gennaio 1985: «Il suo obiettivo ricerca la sensualità, / l’energia e lo status della carne, dei muscoli, della pelle e dello scheletro. / La sua esposizione trasforma il corpo di carne in un corpo di pietra» –, con Karen Appel, «la leggenda olandese del movimento Cobra», o con Tadeusz Kantor, la cui collera «aveva la stessa intensità con cui dirige ed / è presente nelle sue rappresentazioni».

Ricorrenti, nelle pagine diradate di questo diario che prova ossessivamente a mettere a nudo, in una sorta di rituale terapeutico, la verità, comunque sempre dislocata, dell’io – l’autobiografia è, per sua stessa natura, scrittura suicidaria –, sono i riferimenti al disegno, esercizio infinito della mano e della mente, progetto e assieme pulsione, inchiostro e sangue: «Nelle mie ferite aperte ho intinto dei pennelli. / Con i pennelli ho steso il mio sangue sulla carta morbida. / (Da una pelle all’altra: una trasfusione di arte)». E poi il corpo, il corpo dell’artista, corpo pornografico che ama l’esibizionismo e si consuma di erotismo e di piacere, o il corpo glorioso dei danzatori, disciplinati guerrieri della bellezza «offerti al pubblico come delle rose», atleti dell’emozione di cui Fabre da qualche anno studia in laboratorio le reazioni e le risposte organiche.

Che scriva da Amsterdam o da Helsinki, da New York o da Gerusalemme, da Varsavia o da Roma, nelle sue lunghe notti l’artista trova comunque nella scrittura il respiro di un tempo complice, un tempo di attesa creativa («l’arte esige il tempo / il tempo crea l’arte») che, come dimostrano queste continue annotazioni – tanto esplicite da nascondere più che svelare – conosce il piacere necessario della ripetizione: Anversa, 7 luglio 1987: «Ripetizione monotona / creatività innovativa». Al di là, dunque, di ogni accadimento, quello che viene fermato nelle parole scarne di questo giornale notturno, e che ne rappresenta poi l’interesse, è il ritmo incessante della metamorfosi, una metamorfosi poetica che agisce nella vita come nell’opera di Fabre. Sempre uguale, in fondo, eppure sempre sbilanciata, pronta a trovare altri equilibri, altre rappresentazioni, in un gioco che ha molte regole e nessun vincitore. Anversa, 31 dicembre 1991: «Ogni vera bellezza / è scomoda».

Jan Fabre

Giornale notturno (1985-1991), vol. 2

a cura di Franco Paris

Cronopio, 2016, 326 pp., € 19

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