l1i7fbhy47abhk3nog-sorbonne_8Massimiliano Manganelli

Qualche anno fa lessi un piccolo libro di Andrea Inglese intitolato Commiato da Andromeda, un oggetto letterario piuttosto ibrido, costruito giustapponendo prosa e poesia, che utilizzava, tanto in termini tematici quanto in funzione di strumento interpretativo, un dipinto di Piero di Cosimo. In una sorta di carotaggio psicologico vi si analizzava, in una maniera pressoché ossessiva, la fine di una storia d’amore. Quel libretto mi colpì per svariate ragioni: in primo luogo la forma complessiva, che neanche lontanamente si poneva il problema dei generi; in secondo luogo il periodare, che combinava una ipotassi a tratti vertiginosa con l’accumulazione, con la coordinazione più spinta; e infine l’argomento che veniva posto al centro del testo: l’amore e la sua fine. Era davvero incredibile che qualcuno, nel secondo decennio del Ventunesimo secolo, avesse il coraggio, anzi l’impudenza, di trattare in maniera tanto diretta un tema del genere. E ad attirarmi c’era anche il fatto che quel libro si dichiarava parte di un progetto più ampio dedicato a Parigi, anzi a una «psicogeografia erotica» della metropoli francese.

Naturalmente quel libretto altro non era che il nucleo (forse generativo) del primo romanzo di Andrea Inglese, Parigi è un desiderio, nel quale si ritrova, ancorché scorciato, ma in ogni caso in posizione centrale, con tanto di riproduzione del famoso quadro. Andrea Inglese viene da anni di attività nel campo della poesia e delle «prose strambe» (notevoli i suoi Prati, per citare un solo esempio). E tutta questa formazione poetica si sente, perché la forma romanzo è affrontata con una libertà e un piglio un po’ irriverente che sono davvero apprezzabili, se si pensa all’accezione assai ristretta che del romanzo propugna oggi l’industria culturale (con una certa connivenza di non poca critica). È forse la felice incoscienza di chi arriva al romanzo – genere «amichevole», come dice Inglese – da «dislessico della letteratura», cioè da poeta.

Parigi è un desiderio è infatti un testo polimorfo che, oltre a non porsi questioni pregiudiziali riguardo alla forma, non delude le aspettative preannunciate dal Commiato. A un primo livello lo si può leggere come una Bildung dell’intellettuale contemporaneo, nell’epoca del precariato culturale e accademico e della marginalizzazione degli studi umanistici. Non a caso una delle sei parti in cui è suddiviso si intitola La Sorbona Novella, e narra, secondo i toni di una sociologia grottesca, le peripezie del precario segnato da «qualche ansa di scemenza» che non gli consente di entrare a far parte di quel consesso di intelligentoni che è l’università. E di nuovo non a caso compare, nel libro, il nome di Bianciardi, a cui l’autore vorrebbe intitolare una Medaglia rivoluzionaria: un preciso omaggio a chi per primo in Italia ha narrato la condizione dell’intellettuale di massa.

Accanto al tema dell’educazione culturale scorre il motivo maggiore del libro, quello erotico. L’eros – inteso in un senso il più possibile ampio – ha qui un duplice valore: da un lato è uno dei principali motori narrativi, anzi proprio quello preponderante, che genera gli snodi della trama, dalle avventure giovanili alla storia con Andromeda, dal libertinaggio un po’ goffo fino al rapporto decisivo con Hélène e la nascita della figlia. Dall’altro lato si costituisce come uno strumento euristico, con il quale – oltre a delineare una «metafisica erotica» – si indaga l’esistenza tutta, non solo quella individuale. E qui compare il secondo livello del testo, quello del racconto (autobiografia? autofiction?) scandito in tappe precise, secondo un itinerario esistenziale, geografico, culturale, che dal «sogno», dall’utopia di un altrove, giunge, per tappe tutte ulissiache (la deriva, l’isola) a un nostos che è sì un «ritorno» a Parigi, ma defilato, marginale, e soprattutto un approdo esistenziale.

Se, come accade all’inizio del romanzo, il mondo è organizzato «in modalità punk», il passato non esiste, è azzerato, o per lo meno inservibile. Tutto si concentra dunque sul futuro, sull’attesa, su un altrove che non corrisponde soltanto a un luogo fisico (Parigi con tutto il suo corredo di promesse erotiche), bensì anche a un tempo a venire. Vanificato tutto, sia da occasioni tragiche sia da eventi felici, non resta che comprendere che Parigi è «una credenza», un mito (erotico), per approdare finalmente al presente, accettarlo, non con rassegnazione, ma con la voglia di starci dentro, di viverlo fino in fondo, con la consapevolezza che «nessun cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere». Si tratta, molto semplicemente, di un percorso di maturazione; non a caso il romanzo inizia con un adolescente e termina con un uomo diventato padre. Una Bildung, di nuovo.

L’itinerario esistenziale si sovrappone infine a quello della scrittura, perché «andare fino in fondo con una donna» coincide con «andare fino in fondo con la scrittura». Parigi è un desiderio è anche, e soprattutto, questo: un viaggio nella scrittura, nelle sue infinite possibilità, che si incarnano negli appunti (i cosiddetti «quaderni») come nelle pagine epistolari, negli sprazzi comici e negli affondi analitici, ai limiti della trattatistica. Una scrittura onnivora, inclusiva, fondata su periodi spesso molto lunghi, un gesto per certi versi controcorrente rispetto a tante esangui scritture contemporanee: «io non è che scriva in modo metodico e freddo, scrivo a sprazzi, per scalmane, copiando e riassumendo, interpolando e deformando, come se dovessi far convergere in una data frase, in un piccolo paragrafo scritto sul seggiolino ribaltabile del metrò nel tratto che mi porta da Nation a Père Lachaise, tutta la mia circoscrizione umana più vasta, il dentro e il fuori, l’osso e l’anima, la paranoia privata e l’allucinazione di massa, la scarpa slacciata e la metafisica dei costumi, l’alone sulla lente degli occhiali e lo scoppio di una caldaia nel bilocale di periferia». Un progetto massimalista, insomma.

Andrea Inglese

Parigi è un desiderio

Ponte alle Grazie, 2016, 316 pp., € 16

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