Chi è devotoElisabetta Marangon

I volti e i corpi di una comunità popolare emergono su una parete bianca all’interno di una sala minimalista, succedendosi l’un l’altro come frames filmici intervallati da una lenta dissolvenza, mentre il pubblico prende parte al loro rito laico di svelamento. Si tratta di Teatralità quotidiana a Napoli (2016), una raccolta emblematica di alcune immagini realizzate da Mimmo Jodice nell’arco degli anni Sessanta e Settanta, la cui proiezione inaugura il percorso visivo di Attesa, la prima grande retrospettiva dedicata al fotografo allestita presso il Museo Madre.

Lavoratori, malati, emarginati, fedeli di un partito politico o di una religione, uomini, donne e bambini, ritratti da soli o in gruppo, in pose ieratiche o in movimento, si alternano in inquadrature realizzate in esterno o in interno, di giorno o di notte. Pur differendo per angolazione e piani di ripresa, restituiscono un affresco corale, a tratti «asfissiante» per intensità, del quale Jodice si rivela essere una parte del tutto. Estraneo alla poetica dell’istante decisivo di Henri Cartier-Bresson, e insofferente a una pratica fotografica intesa come registrazione meccanica e fedele della realtà, è da sempre attratto dalle differenti e contraddittorie problematiche politiche, sociali e umane del suo tempo, delle quali propone una lettura simbolica e al contempo concreta e ambigua, per la tensione dialettica che la contraddistingue, tra la realtà e la finzione, la materialità e l’astrazione.

La dicotomia interrogativa che emerge nella sua prima ricerca permeata dal sociale (destinata a concludersi alla fine degli anni Settanta), estrania la percezione spettatoriale per il continuo e «sfocato» passaggio dal reale all’irreale, nel quale le persone si rivelano immateriali, quasi spettrali, e gli oggetti, viceversa, acquisiscono un’espressività umana; dove le architetture urbane si fondono e si confondono con i corpi dei cittadini, nascosti o esibiti, sollecitando una persistente tensione spaziale e temporale che si ritrova anche nella contemporanea e non contrappuntistica riflessione sperimentale, caratterizzata dalla rivendicazione della fotografia come arte nell’accesa battaglia culturale di quegli anni, segnati dalle ricerche compiute dalle neoavanguardie.

Ed è proprio in seguito all’incontro e alla collaborazione con Emilio Notte, Andy Warhol, Sol LeWitt e Vito Acconci, tra i tanti, che Jodice compie le sue «verifiche», come Studio per un nudo e Frammenti con figura (entrambe del 1968), dove la centralità della figura umana e i piani prospettici sono messi in discussione, frammentando la composizione scenica. Un intervento di matrice concettuale che si ripercuote anche sulla materia fotografica mediante strappi, divaricazioni e sovrapposizioni che ne mettono in discussione la presunta obiettività come Orizzonte (1969), Frattura (1971) e in particolar modo le opere che compongono Momenti sovrapposti (1977-1979), come Taglio e Vera fotografia del 1978.

Attesa prosegue nelle tre sezioni della retrospettiva legate al passato, al presente e al futuro della produzione dell’artista. Negli anni Ottanta, sentendo ormai inattuale la denuncia sociale, Jodice radicalizza la propria inquietudine in un’evocazione sospensiva che scaturisce non dai volti umani, ma dall’osservazione dei reperti archeologici del Mediterraneo (serie iniziata nel 1985) e dei suoi paesaggi, come Capri (1990), Tomba del soldato romano (1993), Alba Fucens (2008), Marelux, opera n. 25 (2009). Le opere dialogano tra di loro coinvolgendo lo spettatore in un’eco straniante, tattile e volumetrica, di simmetrie e rispecchiamenti chiaroscurali, che contraddicono l’apparente invariabilità materica con impressioni di realtà suggerite anche dal mosso, tecnica che Jodice realizza in camera oscura tramite l’ingranditore (strumento che segna il suo primo contatto processuale con la fotografia), come è evidente nel polittico Le Danzatrici (1993).

Attesa, Opera nr.2

Tra i volti e i simulacri delle statue, carichi di un’espressività dinamica, città e vedute, prive di confini, ci si imbatte in alcune delle fonti che lo hanno ispirato nell’arte arcaica e moderna (qui esposte per la prima volta), come il Busto di Artemide (I sec. a.C.), Compagno di Ulisse, con l’otre (prima metà del I sec. d.C.), che sembrano fronteggiarsi fino a convergere in un unico spazio fisico e mentale; come Natura morta con testa di caprone (1645-1650) di Jusepe de Ribera e Natura morta (1948) di Giorgio Morandi, che si specchiano in Eden (1995-2016), un caleidoscopio inquietante e minaccioso articolato in quaranta frammenti (allestiti tutti insieme per l’evento). Animali imbalsamati, decapitati o scuoiati, guardano con occhi vitrei in camera incrociandosi con quelli umani, per lo più occultati da lenti di vario tipo, immersi in un caos che Jodice restituisce in presa diretta, tra oggetti di uso quotidiano, in apparenza banali, che sembrano marciare contro un nemico fuori campo, e feticci consumistici che si trasformano in carcasse. Quel che dipinge è una sinfonia visiva, apocalittica e postmoderna, affine alla partitura filmica di alcuni cineasti, come L’uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov e Il teorema del delirio (1998) di Darren Aronofsky.

Se La grande torre (1932-38) di Giorgio de Chirico si staglia tra le indagini commmissionate a Jodice sulle città contemporanee come Boston (2000) e Tokyo (2006), nella serie Transiti (2008) la continuità tra le voci del passato e quelle del presente è da lui dichiarata attraverso un esplicito parallelismo, figurativo e iconico, tra i ritratti fotografici che realizza a Napoli durante gli anni Settanta e i volti dipinti da Caravaggio o il Parmigianino (provenienti dalle collezioni del Museo Nazionale di Capodimonte, in un progetto al fianco di Olivo Barbieri e Craigie Horsfield). Una giustapposizione che crea un cortocircuito temporale e visivo la quale ricalca, per la sua attualità, le sperimentazioni del periodo iniziale (tra le quali Identificazione, nella quale suggerisce la priorità della categoria del pensiero esponendo accanto ai propri lavori le sue riproduzioni da fotografi come Walker Evans e Richard Avedon).

Attesa, Opera nr.4, 2004Attesa è il titolo scelto per la personale di Jodice al Madre e anche quello della serie che inaugura l’archeologia del futuro della sua ricerca, collocata nella sezione centrale del museo, nella quale l’attraversamento spaziale e temporale è cristallizzato in un vuoto illusionistico, del quale è impossibile comprendere l’inizio e la fine. Il suo sguardo in soggettiva, simbiotico a quello dello spettatore, percorre spazi labirintici come in cerca di una via di uscita (Opera nr. 26, 1985), oppure sosta all’interno di una sala cinematografica deserta, dove solo il calco sulle poltrone suggerisce il passaggio tattile di impercettibili presenze umane, che forse è già avvenuto o forse avverrà (Opera nr. 4, 2000). A volte si incanta a immaginare i transiti quotidiani di invisibili viaggiatori, che sono già passati o che ancora devono attraversare quegli spazi, ricercandone le tracce (Opera nr. 3, 2001), altre ancora sosta all’interno di una sala dinanzi a un muro bianco in attesa che la proiezione abbia inizio (Opera nr. 2, 2012), come accade ai protagonisti di Teatralità quotidiana a Napoli, che tendono silenziosamente lo sguardo verso il pubblico, tra la presenza e l’assenza, la realtà e la visionarietà.

Mimmo Jodice

Attesa. 1960-2016

a cura di Andrea Viliani

Napoli, MADRE, dal 24 giugno al 24 ottobre 2016

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
Almanacco
Il primo Almanacco di alfabeta2 che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it sul tema Post-futuro. Con sconto 30%!
La moneta del comune
Il secondo libro della collana alfalibri: La moneta del comune a cura di Andrea Fumagalli ed Emanuele Braga. L’obiettivo è semplice creare un ambiente socio-economico ed ecosostenibile in grado di produrre per sé e non per il profitto e la rendita.