oniroFederico Campagna

Le previsioni del futuro, si sa, sono affare da ciarlatani. La storia si snoda lungo una parabola irregolare e mai il futuro degli eventi si trova iscritto nei fatti correnti. Ma il tempo della storia non è l’unico lungo cui scivola la vita del mondo e degli esseri che lo popolano. Altri tempi agitano la realtà, ciascuno secondo ritmi propri. I tempi emotivi, per esempio, con i loro archetipi e simboli, hanno ben poco a che fare con quelli storici. A differenza di questi, seguono traiettorie spiraliformi, a volte circolari. È quindi forse rispetto a questa storia parallela, la storia emotiva del mondo, che è possibile immaginare quale genere di futuro ci aspetti: che cosa, nel presente, già narri il racconto del tempo a venire, con la regolarità delle favole o dei miti ricorrenti.

Come nelle favole e nei miti, non sono tanto gli eventi o gli individui singoli a succedersi, quanto piuttosto le loro forme archetipe, quelle che Karoly Kerenyi chiamava i ‘mitologemi’. Una di queste, sin dai tempi più arcani, è la guerra. Personificata nelle spoglie di un dio o astratta in quanto principio cosmico, la guerra è un personaggio costante di quel tempo di sogno che è la storia emotiva del mondo. Come il mostro Tifone, la guerra si agita sempre sotto la montagna. Anche nei contesti più pacificati, anche quando il potere ‘legittimo’ tiene in pugno la sua testa di serpente, la guerra rimane sempre in grado di liberarsi dalla morsa e di fuggire. Così sta capitando in Europa in questi ultimi anni. Nel settimo decennio di pace del continente, la guerra riappare nel cuore sconvolto della gente. Dapprima vissuta col senso di colpa di chi esporta bombe, poi con il terrore di chi teme di vedersela strisciare dentro casa da sotto la porta, la guerra è, in questo momento, l’oggetto di un desiderio spasmodico. Che il fantasma si presenti, che prenda forma! Pur di scacciarla dai propri sogni, pur di togliersi dalle orecchie il suo continuo sussurrare, la gente preferisce vedere la guerra in faccia. Eventi come quello di Nizza, in cui un uomo chiaramente disturbato e non affiliato ad alcun gruppo terroristico semina strage tra la folla, vengono immediatamente interpretati come atti di guerra. Tutto diventa guerra, anche ciò che, di per se stesso, forse non lo sarebbe. I cuori sono tormentati dalla fame di azione, e chiedono a gran voce di essere mobilitati. Pur di sfuggire al terrore di non avere più alcun controllo sulle proprie vite – economicamente, politicamente e culturalmente – gli Europei smaniano per una forma liberatoria di acting out di massa. Che si dichiari, finalmente, lo stato di guerra civile – questo chiede la maggioranza, nella lingua segreta che scorre sotto le parole. Quantomeno, in guerra, ciascuno è utile e può fare qualcosa. Nessuno più è disoccupato o emarginato o strutturalmente escluso: purché sia un buon patriota in armi, ogni uomo o donna è nobilitato dalla guerra al rango di eguale. Non è cosa nuova che il sangue sia la valuta più equamente distribuita – che sia il proprio o quello altrui a scorrere, questo non conta.

Quasi fosse bloccato in una lunga paralisi del sonno, il corpo sociale cosciente è da tempo incapace di muovere se stesso. Qualunque cosa faccia, nulla sembra avere effetto. Da qui, forse, la recente passione per i referendum, in quanto simulazione realistica dell’azione politica. Non più in grado di esercitare efficacemente alcuna volontà su se stesso, il corpo sociale sogna ormai di essere raccolto da mani più forti. Se non può essere soggetto della propria storia, che sia almeno strumento. Il desiderio di mobilitazione totale che ha sedotto il cuore popolare europeo è un desiderio amoroso per chi sarà in grado di soddisfare la sua voglia di sentirsi di nuovo utile e attivo, seppure solo come strumento. Uomini e donne di potere, col cipiglio di chi sa prendere la storia in pugno, nuovi eroi o eroine civilizzatrici capaci di ridare un senso agli eventi e di scacciare i fantasmi – questi sono i personaggi che già oscuramente popolano i sogni romantici del nostro tempo. Sta giungendo al tramonto l’epoca breve degli uomini di potere ‘normali’, dei buffoni deboli nello stile di Berlusconi e Boris Johnson: il cuore occidentale brucia già per nuovi personaggi eccezionali, onniscienti piuttosto che esperti, onnipotenti piuttosto che carismatici. Non più Kennedy, ma Re Artù. Questi nuovi capi, che verranno come sposi legittimi a risvegliare il corpo sociale dalla sua paralisi, avranno la voce tonante di chi non ha paura di mozzare la lingua ai dubbi e alla critica. Il loro compito sarà quello di dare nuove leggi e una nuova identità al tempo a venire. Non porteranno altri sogni o speranze, ma nuove regole e dogmi, nuovi nomi per le cose, e il fuoco che estirpa i vocabolari del passato. Soprattutto, il loro compito sarà di condurre il popolo nella vera guerra che esso desidera più di ogni altra: la guerra contro il proprio passato recente. Venendo a mancare i ‘padri’ da assassinare, agli occidentali non resta che scagliarsi contro il secolo che ha ucciso i padri. Ai nuovi capi verrà richiesto di impugnare il popolo come un martello, e di scagliarlo con tutta la violenza di cui sono capaci contro i residui del Novecento e della tradizione da cui esso è nato. A prima vista, il Cristianesimo nazionalista delle campagne Est Europee sembrerebbe l’atmosfera ideale a cui i nuovi capi potrebbero rifarsi. Ma non sarebbe assurdo se fosse proprio nell’islam radicale, con la sua carica antimoderna, che il popolo europeo finisse per cercare la mano in grado di impugnarlo. Non un primo ministro moderato, come nelle fantasie di Houellebecq, ma un vero teocrate, orgogliosamente antioccidentale, alla guida dell’occidente. Del resto, nellaccogliere ogni evento come atto di guerra, e nellattribuirlo allestremismo musulmano, già segretamente lo sta facendo. Se non si può più vivere nel mondo in cui ci è capitato di nascere, occorre morire – e per fare questo, il nemico può rivelarsi il più grande alleato.

Che cosa ci attenda, dall’altro lato del suicidio sociale verso cui stiamo correndo come verso un innamorato, questo non è dato saperlo. I cicli mitici si chiudono su se stessi come un cerchio, ma a ogni loro catastrofe tutto rinasce da capo. Tutto così diverso e così nuovo, da non essere più nemmeno spaventoso. Così che il sogno della storia emotiva del mondo possa ricominciare di nuovo tranquillo, fintanto che la guerra continuerà a riposare, finalmente esausta e soddisfatta, sotto la montagna.

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