Edward-e-Nancy-KienholzFrancesca Pasini

Di fronte alle sculture narranti di Edward e Nancy Kienholz, ci si augura che la storia sia passata. Dura solo un attimo. Immediato è il cortocircuito: Trump – possesso libero delle armi che sparano su folle imprevedibili – aggressività eccitata dal pericolo ISIS che non ha parole per calmarsi. Razzismo, maschilismo, violenza sulle donne sono qui. Ora. I Kienholz raccontano una tragedia quotidiana che neppure la grande democrazia americana sa risolvere. Sono passati gli anni, siamo cambiati. Non abbastanza però.

Appare l’innocenza perduta delle ribellioni degli anni Sessanta e Settanta, quando ci si sentiva a un passo dalla rottura delle disparità, ognuno con i propri mezzi, ma in un riconoscimento diffuso. I Kienholz spingono in quella direzione, non nel voyeurismo del male. È appena morto Cassius Clay e ci siamo commossi nel pensare alla sua vita, alle sue battaglie. Sono le stesse che vedo in questa mostra e che fanno dire a Edward: «ho provato il peso di essere un americano». L’estetica dura, aspra, senza peli sulla lingua ha però un dato positivo: la denuncia di contrasti inammissibili, allora come oggi.

Una cultura visiva attaccata alla realtà, che stacca rispetto all’espressionismo astratto americano, ai ritratti di donne smembrate di De Kooning, nei quali persiste lo stereotipo della paura della femminilità. La visione che accetta il magma dell’irrisolto non è mai idilliaca. Le loro figure hanno la forza storica di Caravaggio, e la massa incandescente della luce americana: camion, birra, whisky, fucili, colt, biliardo, tv, sesso, santini. Le migliori menti di quella generazione si sono opposte a questa violenza da prateria e hanno ascoltato le ferite delle guerre mondiali e del Vietnam. Come non pensare a quelle del secondo Millennio?

I Kienholz affrontano il conflitto primo: la violenza del sesso con i suoi corollari di conformismo, puritanesimo e autoritarismo. Con asprezza, ma con rispetto, corrono incontro alle tragedie altrui e le assimilano nella loro arte per dire a tutti che il sopruso è dentro di noi. È commovente questa scelta. Anche se c’è la disperazione nel riconoscere, in quelle figure, il nostro presente. Senza neppure la spinta collettiva per combatterle. Questa manca. Manca molto. Le figure dei Kienholz pungono anche per questo.

La bambina abbandonata dal padre in autostrada, e salvata da un poliziotto (Jody, Jody, Jody, 1983-94), ha avuto una sorte migliore di quella buttata in una piscina dopo essere stata stuprata, il 20 giugno scorso, a Benevento. Per le donne uccise in tutto il mondo c’è stato bisogno di un neologismo, «femminicidio».

The Bronze Pinball Machine with Woman Affixed Also, 1980. Davanti a un flipper escono le gambe spalancate, color oro, di una donna, mentre sullo schermo altre ragazze in due pezzi fanno capire che quel gioco è una prova di machismo. Chi vince la partita avrà il premio di scopare senza chiedere consenso? L’origine du monde di Courbet sta dietro l’idea del corpo della donna condensato nell’organo sessuale. Courbet, però, lasciava intravedere una censura: il quadro non era destinato al pubblico. Come se non si potesse rivelare alla luce del sole quel tipo di «educazione sessuale». I Kienholz invece la mettono in primo piano, senza scuse possibili.

Tre giocatori di biliardo, mascherati e con occhiali scuri, usano come buca il sesso di una donna: la supremazia fallica mostra la tragedia del sopruso, The Pool Hall, 1993. Questa «allegoria» ha il pathos di una denuncia senza moralismi e al tempo stesso ci mette di fronte a una verità non didascalica.

Siamo fuori dall’orizzonte della cronaca e dentro la percezione, come direbbe Luisa Muraro, «del punto in cui è iniziata la vita sessuata e dove avviene l’indisponibile della differenza sessuale». È una questione cruciale che riguarda la non disponibilità di una donna a sottomettere la sua integrità. Accettare la differenza sessuale è il passo necessario per uscire dal dominio fallico e dal neutro maschile, che ha definito la specie fin dalla filosofia presocratica oi anthropoi, oi thanatoi (gli uomini, i mortali). L’artista è un neutro maschile, ancora oggi che le donne sono tante.

I Kienholz si sono incontrati nei primi anni Settanta e da allora firmano insieme. La musa ispiratrice si eclissa a favore di un artista e un’artista. La differenza sessuale dà risalto alla scelta affettiva ed espressiva. Lavorano insieme perché si amano e perché amano guardare in faccia la realtà, individuare il punto di crisi e rappresentarlo. I loro gruppi narranti s’ispirano a fatti di cronaca, a comportamenti reali, seguono una strada espressiva che si contrappone alle ricerche minimal, concettuali e Pop. Inventano un linguaggio assemblando mobili, sedie, televisioni, flipper, giostre, automobili, pezzi di lamiera, luci, in mezzo ai quali scolpiscono con materiali vari uomini e donne. Un linguaggio che dagli anni Settanta è arrivato fino a Paul McCarthy. Oggi non irrita né sorprende questo insieme di reperti-spazzatura per creare un’immagine d’arte; però l’assenza di metafore, in favore di una descrizione artistica del reale, mette con le spalle al muro. Il realismo del sopruso non ha catarsi.

Il neorealismo del cinema italiano ha raccontato un paese povero che, dopo la guerra e il fascismo, alza la testa. I soprusi si compensavano con il riscatto. Qui i soprusi non dipendono da una condizione sociale, ma da un arcaismo che riguarda la negazione della differenza, tra uomini e donne, bianchi e neri. Un’arretratezza che ha origine nel capitalismo moderno dove, come scriveva Carla Lonzi, «il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale» (Sputiamo su Hegel, 1970).

76J.C.s Led the Big Charade, 1993-94: una folla di «santini» di Jesus Christ, provenienti da tutto il mondo, sono inseriti in edicole-altari creati con assi di carretti per bambini, mani e piedi di bambole. Occupano tutta la parete con quell’affettuosa e povera estetica che accompagna la religione dentro le case. È l’oppio dei popoli o una scelta cultuale? La realtà non ideologica apre la lettura di una composizione bellissima.

Alla fine della mostra il colpo al cuore. Five Car Stud. L’opera, realizzata da Edward nel 1969 e presentata per la prima volta nel 1972 a Kassel, Documenta 5, è poi rimasta chiusa in una collezione privata giapponese per quarant’anni. Riappare nel 2011-12 al Los Angeles County Museum e al Louisiana Museum di Danimarca. Ora, parte della Collezione Prada, dà titolo alla mostra, impeccabilmente curata da Germano Celant, ed è la prima volta che si vede in Italia.

Rappresenta la castrazione di un nero, in una notte deserta, illuminata dai fari di quattro macchine e un camioncino. Una donna bianca, che si era appartata con la vittima, chiusa in macchina, pietrificata, si mette una mano sulla bocca in un gesto di orrore. Un ragazzino in lacrime assiste da un’altra macchina. Particolari agghiaccianti che indicano la quotidianità del razzismo e la complicità ineliminabile, anche in chi non partecipa. È buio, si cammina a fatica in mezzo alla sabbia. Alberi e grandi massi intralciano, i fari accecano, mentre cinque uomini bianchi di varie età, volti coperti da maschere di Halloween, vestiti con giacconi e magliette da cui spuntano braccia robuste, legano con una corda un nero e lo castrano. Uno imbraccia il fucile e sorveglia la zona, appoggiandosi alla portiera aperta del camioncino, Un sesto, sempre col fucile, controlla la scena; dal petto gli pende una catenina d’oro con una croce. La faccia del nero, in cera, dall’interno è triste, rassegnata, dall’esterno ha un’orribile smorfia di terrore e rabbia. Nel busto, formato con una latta di benzina, appaiono scomposte le lettere della parola nigger. Nella targa delle auto, BROTHERHOOD 71-HKC643, il gioco di parole brotherhood/fratellanza stride con violenza al suono di canzoni folk invadono la notte. Anche il titolo è un gioco di parole tra poker e stallone.

Edward è morto nel 1994. Così descriveva Five Car Stud: «Penso a questo lavoro nei termini di una castrazione sociale; cioè la tragedia di non aver sfruttato la ricchezza dell’America che include anche i neri. Ondate d’italiani, scozzesi, russi, ebrei hanno portato con sé due, tre, quattro diverse culture, lingue e approcci di multietnicità. L’America è molto forte, proprio per questo. Ma non abbiamo mai sostenuto i neri. Per lunghissimo tempo gli afroamericani e gli Indiani d’America sono stati considerati feccia. Questo lavoro è nato da una sorta di sdegno contro questa tendenza e dal peso di essere un americano».

Oggi il razzismo continua, non solo in America. Riguarda chi fugge dalla Siria, dall’Africa, dall’Afghanistan, dalle varie povertà. Le parole e le figure dei Kienholz ce lo ricordano.

Kienholz Five Car Stud

a cura di Germano Celant

Milano, Fondazione Prada, dal 19 maggio al 31 dicembre 2016

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