dolores-290Filippo Polenchi

«Questo è il mio ultimo libro. Eventuali opere successive a me attribuite saranno state composte da un fantasma». Così si apre Ultime storie e altre storie, e subito è evidente l’arco voltaico tracciato fra spazio e tempo. Da un lato la temporalità nella quale sembrano immersi questi racconti, che fin dal titolo giocano con due aggettivi in bilico tra «ultimità» e addenda di minuti («ultime» e «altre»); dall’altro lato le lezioni di spazio che costituiscono la sostanza dei racconti, regesto di fantasmi e zombi in giro per il globo.

Chi già conosce questo scrittore saprà che la sua ansia geografica è più di una vocazione, è un destino; senz’altro è la chiamata alle armi di un occhio altrimenti impartecipe alla battaglia del presente. E così è anche confermato il physique du rôle dello scrittore (statunitense) lontano dalle biblioteche e immerso nella giungla del reale, che si obbliga a un tirocinio corporale del mondo. Una breve rassegna delle esperienze sul campo di Vollmann racconta di un periodo di combattimento al fianco dei Talebani afghani durante l’invasione sovietica (siamo nel 1982, i guerriglieri sono ancora «amici americani»); di una recentissima incursione nel veleno nucleare per terra e per mare di Fukushima; della vita in mezzo agli homeless e dropout di San Francisco; di una passione per l’amore profano delle prostitute e naturalmente dei più alienanti lavori in disperati uffici.

Inoltre, questi mini-romanzi sono appunto suite radunate intorno a grappoli geografici ben precisi e attraversate da un bestiario dell’orrore (demoni, vampiri, morti viventi, spettri, addirittura la messicana Llorona, ma anche un formidabile esercito di moribondi, di carni cadenti, di carni umane in scadenza), eccezion fatta per il primo capitolo, precipitato nell’inferno dell’assedio di Sarajevo (1992) e lontano da temi soprannaturali. In mezzo al nero, la sola luce, flebile ma persistente, è un understatement sotterraneo: «A un certo punto dovremo parlare di cure palliative, disse il medico. Non si preoccupi, rispose lui. Ho delle pistole».

La cartografia, dicevamo, è precisa: Trieste, Serbia, Romania, Moldavia, America Latina, Scandinavia, Giappone, Stati Uniti del Sud. Chiude questa schidionata di storie, invero dall’esito non sempre felice, un bellissimo racconto traboccante di nostalgia e struggimento per il tempo perduto, di vita al suo scadere, crudeltà adolescenziale, amor fou e naturalmente morti putrefatti che dialogano con i vivi. Dunque, tra Parsifal («qui il tempo si fa spazio») e Lovecraft Ultime storie e altre storie si adopera in un carotaggio ectoplasmatico della crosta terrestre. Orrore, surrealismo, magia e sogno sono i risultati delle estrazioni.

Ma che il sogno fosse già una chiave di lettura di Vollman era chiaro fin da quello sconvolgente ciclo letterario intitolato appunto Seven Dreams: sette romanzi dei quali in Italia è sopraggiunto – grazie alla defunta (ancora morti!) casa editrice Alet – soltanto il dittico La camicia di ghiaccio e Venga il tuo regno. Una saga che attraversa l’America dall’arrivo dei vichinghi fino a oggi, da un passato vergine di sogni al presente dei deserti onirici. Descrizione di metamorfosi, passaggi di sogni. «Nell’antichità gli uomini si trasformavano in orsi, poi all’improvviso una simile operazione di sogno divenne impossibile» (da «The Review of Contemporary Fiction», conversazione con Larry McCaffery, 1993).

Non sarebbe del tutto fuori luogo leggere in questo ciclopico progetto la filigrana di una terapia (d’urto) dal trauma originario (giocando sul lemma anglosassone Traum/dream/sogno) alla civilizzazione attuale, il resoconto di un agghiacciante elettroshock per scacciare spettri e diavoli della mente. Insomma: nascita di una nazione.

Del resto anche in Ultime storie ecc. si legge a un certo punto: «l’America […] non era che un vuoto». Il vuoto dell’America è l’esaurimento dei sogni di metamorfosi? Ancora dall’intervista con McCaffery: «La metamorfosi è una delle principali e precipue attività degli esseri umani». In questi racconti non mancano certo le metamorfosi: da cadaveri sempre più in decomposizione a corpi malati sempre più macilenti; da orride parti a intere città (Veracruz) delegate a «cimiteri del mondo».

Ancor più che lo stadio finale della morte, quello che la prosa ritornante e sonnambolica di Vollmann interroga è il divenire della decadenza. Le carni sono sempre più ulcere di Giobbe; l’appressamento della morte è questione d’indescrivibili espulsioni corporali, l’olezzo cimiteriale ammorba le aree paludose limitrofe alle città, una vegetazione mortifera ramifica su cose e persone.

«Dunque dissi: Vuoi mangiare con me? […] Io ribattei: Il mio primo dovere è di mangiare la morte». Il banchetto è allestito con corpi-temporali, nei quali la carne custodisce un quid di tempo ambito dal cannibale. Solo attraverso il divenire, la masticazione, si ottiene quel plus di temporalità che la terra ha perduto.

Queste storie di Vollmnn perlustrano un tempo vicino allo zero, esausto eppure non del tutto esaurito. Un tempo interstiziale e per questo infinito, wagneriano. In questa parentesi luminosa e inquietante tempo e spazio, grazie alle leggi di una gravitazione enigmatica, si curvano e combaciano: nel sogno la necessità di un fantasma avvicina gli assenti.

William T. Vollmann

Ultime storie e altre storie

traduzione di Gianni Pannofino

Mondadori, 2016, 756 pp., € 25

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