pierreMario Gamba

Un duello tra Pierre Boulez e un non dogmatico neuroscienziato, Jean-Pierre Changeux, sulla questione se esistono o no elementi innati, ovviamente (secondo i neuroscienziati) rinvenibili nel cervello, per la percezione della musica da parte degli umani. Nel ruolo non di arbitro, ma di assistente alle argomentazioni di Boulez, si esibisce nella lunga conversazione un altro compositore francese, Philippe Manoury. Duello si fa per dire. È vero che per parecchio tempo Boulez respinge le insidie scientiste di Changeux in nome di una visione dell’evoluzione culturale al cospetto della musica, della sua ideazione come della sua percezione, ma è anche vero che a un certo punto concede all’interlocutore varie possibilità di indagare sugli elementi dati, sui meccanismi cerebrali che presiederebbero all’ascolto (e all’apprezzamento) della musica. Semplicemente Boulez si limita a dire che gli studi di laboratorio sull’argomento non gli sembrano abbastanza avanzati per convincerlo. Ma non esclude il metodo. Da un punto di vista teoretico i due, anzi tre, dialoganti non sono così lontani.

Ma vediamo come potrebbe apparire a prima vista il campo del confronto. Boulez relativista acuto contro Changeux innatista elementare. Troppo semplice. Intanto, Boulez sarà pure aperto a una problematizzazione culturale che tenga conto dei periodi storici, delle condizioni di ascolto dettate dal sapere codificato, non solo musicale, nelle varie epoche, ma si oppone a qualunque discorso sul piacere nell’ascolto della musica. Sospetta l’edonismo – gran cosa, propulsiva, ma non per lui – in tutti gli accenni al godimento come risposta di un umano alle successioni di suoni. Per lui vale il pensiero inteso come qualcosa di decorporeizzato, non senziente ma solo speculativo. La sede di questa attività non può essere che il cervello separato dal resto del corpo. Boulez si destreggia con la storia e i diversi sensi comuni musicali nella storia invece che con i meccanismi neuronali, ma si trova sullo stesso terreno di Changeux.

Il neurobiologo, coltissimo e curiosissimo, apre le danze con una definizione di Rousseau: «La musica è la scienza dei suoni nella misura in cui sono capaci di colpire gradevolmente l’orecchio…». Inevitabile la reazione di Boulez: «È la definizione standard del Settecento francese, che rimanda a un’atmosfera bucolica! Nasce da un edonismo prezioso e cortigiano. Se la sottoponessimo a Johann Sebastian Bach credo che lo farebbe molto ridere…». Una giusta critica al semplicismo, d’accordo. Ma vediamo come l’argomenta Boulez: «Nella scrittura di Bach non ci sono soltanto sonorità gradevoli. Certamente questa gradevolezza è a volte presente nei corali diatonici… Ma Bach ha composto corali molto più drammatici, dove si possono trovare alterazioni dovute ai cromatismi». Logico sottinteso: questi passaggi drammatici e cromatici della musica di Bach non sono gradevoli. E perché mai? Perché non si può godere all’ascolto di sequenze non lineari? Sembra di sentire le prediche dei barbogi, che abbondano tra i musicofili, contro le musiche contemporanee che un tempo si definivano d’avanguardia: le musiche dissonanti non possono procurare piacere, al massimo saranno oggetto di studio!

Di fronte all’austerità bouleziana – che è smentita dalla sua opera, sia chiaro: è un altro luogo comune che questo immenso compositore sia stato un freddo razionalista e basta – le parti si invertono, volendo giocare di fantasia. Changeux può sembrare un gioioso ricercatore delle origini del piacere in musica, quindi uomo aperto, mondano, disponibile all’avventura (ma ricerca, avventura, libertà sono pur state la pratica e gli ideali di Boulez), mentre Boulez può sembrare un uomo arroccato intorno a un nucleo di convinzioni che gettano sull’illuminismo del suo pensiero un’ombra conventuale. Gioco di fantasia, appunto. Le cose non stanno così, ma sono aggrovigliate assai.

All’inizio è facile schierarsi. Changeux pone questioni come i dispositivi cerebrali naturali preposti a rispondere in un modo (più accogliente) all’ascolto di intervalli consonanti, semplici, le quinte giuste, le ottave, e in un modo diverso (più tormentato) all’ascolto di intervalli dissonanti, le seconde minori, le seconde maggiori, le settime maggiori. Illustra il tutto con diagrammi ricavati da esperimenti meticolosi. Boulez ha buon gioco a opporgli la storia della musica e, ancor più, la realtà della musica nella sua organizzazione, nel suo svolgimento. «In quali condizioni sono stati effettuati questi test? Analizzare fisicamente gli accordi o gli intervalli al di fuori della loro funzione non ha nessun senso». E a Changeux che gli chiede (per curiosità di scienziato, per raffinatezza di provocatore: non è ingenuo e in tutto il libro si ha modo di capirlo bene) se gli intervalli e gli accordi consonanti costituiscono un «nucleo naturale» risponde: «Non ci sono nuclei naturali. Esistono solo dei codici…».

Bravo Pierre! Ma più avanti offre buone chances all’interlocutore. Ha la mania (appassionante) della complessità e allora prende l’intervallo di seconda minore (do-rebemolle, mettiamo) e lo considera immediatamente, per ipotesi, come dominante, strutturale, all’interno di una fitta rete polifonica di musica immaginaria. Così ciò che ne risulterebbe sarebbe indistinguibile, non analizzabile punto per punto, al di là del problema se quell’intervallo, in sé, possa risultare gradevole oppure no «in natura». Decide che non è percepibile la polifonia complessa risultante da un uso determinante della seconda minore e decide quindi che il cervello umano – altri ricettori non li considera nemmeno lui, al pari di Changeux – non è attrezzato per simili operazioni. Ma quella musica immaginaria non potrebbe essere goduta, proprio così, goduta, come magma fascinoso? Chi lo proibisce? Boulez, che esige la comprensione analitica, da scienziato, della fisica della musica.

Un bel vantaggio a Changeux. Il quale è tentato di scorgere nella conformazione del cervello, nei suoi vari centri di stimolazione elettrica tra le parti, tra le «regioni», un dato fisso in relazione alla musica, modificato darwinianamente nel tempo ma di volta in volta immutabile. Questo dato può essere indagato, ma Changeux non dice chiaramente se i neuroni oggi possono percepire senza respingerla la musica di Boulez, per esempio. Si suppone di sì perché lui, Changeux, la conosce e l’apprezza, avendo tra le altre cose ricevuto una formazione musicale di alto livello. A un certo punto della conversazione la topografia cerebrale-musicale che propone è questa (e non è semplicistica): ci sono precise regioni del cervello dove si colloca la percezione di fenomeni che si chiamano armonia, ritmo, riconoscimento multimodale, spazio multimodale, melodia, timbro, intervallo e persino emozione e riconoscimento dell’emozione. Che cosa vogliano dire queste voci del dizionario neuronale rispetto alle diverse culture musicali è tutto da discutere. Boulez ne discute in tutto il libro e in tutto il libro sta al gioco.

Infatti la conversazione si risolve in un magnifico surplace (come si direbbe in una gara di ciclismo su pista). Surplace di argomenti, di impulsi intellettuali in fervido scambio. Ma noi tifosi, noi che prendiamo parte, noi che di fronte alla dittatura «naturale» dei neuroni proviamo un certo disagio, forse tardo-novecentesco, chissà, forse suscitato in maniera eccessiva dalle teorie culturaliste, forse dogmatici a nostra volta, vorremmo che la corsa (a inseguimento) si avviasse e si concludesse con un risultato descrivibile pressappoco così: ma che cavolo di ricettori innati della musica annidati nelle masse cerebrali e messi lì da madre natura o da un dio astutissimo capace di stare al passo con i tempi! Ma che cavolo! Invece no. Il surplace è attraente. I due grandi intellettuali (il terzo, Manoury, è riflessivo ma un po’ troppo riservato) seminano dubbi, in fondo. Niente male.

Due ipotesi. Prima: tutto scorre, niente è dato, dinamismi, non meccanismi, fisiologici in musica e nella vita. Seconda: la meccanica del cervello è autonoma, un soggetto in campo, diventa generatrice, non solo ricettrice, di azioni sonore. Belle ipotesi tutte e due.

Pierre Boulez, Jean-Pierre Changeux, Philippe Manoury

I neuroni magici. Musica e cervello

traduzione di Michaela Dellago e Gianni Zanarini

Carocci, 2016, 215 pp., € 19

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