Tarik_Samarah_alejaManuela Gandini

E’ l’11 luglio di ventuno anni fa. Il comandante Olandese Tom Karremans accosta il suo bicchiere di rakija a quello del generale Radko Mladic’ prima di lasciare la città di Srebrenica all’esercito serbo. Il brindisi suggella una sinistra e passiva alleanza tra il macellaio dei Balcani e l’esercito olandese delle Forze di Pace Onu incaricato di proteggere la comunità locale. Intanto, con atteggiamento bonario, il criminale si fa fotografare mentre carezza un bambino biondo di Srebrenica. Poi alla televisione serba, sentendosi dio, dichiara: “E’ l’11 luglio 1995, la vigilia della grande festa serba. E’ venuto il tempo di prenderci la rivincita sui turchi in questa parte di mondo”. Quel giorno, il suo esercito, affiancato dalle Tigri di Arkan, separa gli uomini con cognomi musulmani dalle donne e dai bambini e inizia la deportazione e il massacro di oltre 8300 persone. In pochi giorni la terra apre le sue viscere in tutta l’area per accogliere i loro corpi ammassati e bruciati.

Alla fine della guerra, dopo l’accordo di Dayton (21 novembre 1995), un giovane fotografo sarajevese, Tarik Samarah (1965), parte per Srebrenica. Non vuole descrivere il genocidio, perché non ci sono parole sufficientemente oggettive, l’unica narrazione – pensa - può essere fatta solo dalle immagini. “Srebrenica è una specie di simbolo della guerra della Jugoslavia, è come Guernica. – dice - E la cosa più importante è che Srebrenica, secondo un accordo internazionale siglato nel 1993, era una comunità protetta e per questo senza esercito”.

Tarik_Samarah_rukaTarik passa lì cinque anni della sua vita per capire come sia stato possibile e quali fossero le responsabilità dell’Onu. Quando la notte è più buia, verso le tre, s’incammina per le strade sterrate, nei boschi, nei campi delle profughe, e aspetta la prima luce dell’alba per fotografare. Alle volte passano tre notti prima di fare uno scatto anche se il soggetto è solo un pezzo di corpo. “Fotografare era un modo di vivere. – ha detto - E’ stato un processo difficile e doloroso, ma era il giusto approccio. Nella pubertà cerchiamo un luogo dove costruire noi stessi dove nasconderci e proteggerci dalla società. Abbiamo bisogno di qualcosa che faccia irruzione nella nostra vita, normalmente è l’amore. Io ho trovato me stesso a Srebrenica e ho chiuso me stesso. Questo dolore mi ha fatto perdere 16 chili. Ero malato. Ma la cosa più importante è che oltre a perdere peso ho ridimensionato l’ego”. Le sue foto in bianco e nero imprimono la quotidianità di una comunità di quasi sole donne, i loro corpi deformati dall’età e dal dolore, il loro foulard stretto attorno al collo, nessuna attrazione, nessun desiderio: un’attesa interminabile. Le unghie delle mani sporche e i bambini scalzi, un paio di galline e la desolazione di una terra morta. La mano di un cadavere, afferrata dalla mano guantata di lattice di uno degli operatori dell’International Commission of Missing Persons (ICMP), è uno scatto assoluto. Tarik Samarah, madre bosniaca e padre sudanese, dopo aver vissuto visceralmente gli echi del genocidio e aver raccolto fototessere dei giovani uomini uccisi, ha aperto una galleria a Sarajevo: la Memorial Gallery 11/07/1995. E’ come un tempio laico, una casa per coloro che oltre alla vita hanno perso l’identità. Centinaia di visitatori, provenienti da tutto il mondo, sciamano ogni giorno immergendosi nel silenzio e nella tragedia collettiva definita da Tarik: “Un genocidio nel cuore dell’Europa”. I nomi delle vittime occupano la parete del lunghissimo corridoio d’ingresso e le loro foto creano un affollamento silenzioso e metafisico. Le pareti sono grigie, non c’è via di scampo, siamo posti di fronte alla follia e all’incommensurabile cattiveria umana. A queste immagini si alternano le foto di Samarah: c’è una strada avvolta nella nebbia con uno stormo di uccelli in volo. La donna che abita lì ha detto al fotografo: “Sai, loro non sono morti, quando esco di casa so che questi uccelli portano la voce dei miei cari”. Quelle voci e quei corpi, disseminati in oltre 400 fosse comuni qui documentate, sono stati identificati, riconosciuti e ricomposti in vent’anni dagli angeli patologi e medici dell’ICMP.

In una delle foto, donne e uomini scavano la terra con le vanghe. “Nessuno parlava e neppure piangeva, c’era solo silenzio”, ha raccontato Tarik.

Vicino a Prjiedor è stata scoperta tre anni fa un’altra fossa comune, Tomasica, con circa 800 corpi, molti dei quali di donne e bambini bosniaci, musulmani e cattolici. La gente dell’area, in prevalenza serba, sapeva della fossa comune, ma nessuno ne ha mai parlato, non è stata neppure mai mandata una lettera anonima per denunciarne la presenza. A un certo punto due uomini, da due paesi vicini, si lamentarono presso le istituzioni della permanenza di un fetore insostenibile. L’odore, emanato dai cadaveri di una delle più grandi fosse in seguito ritrovate, si spandeva nelle falde acquifere. Ad oggi, dopo più di vent’anni, l’incancellabile tanfo dell’acqua e dell’aria è la condanna cui la popolazione è sottoposta.

Dai lunghi scaffali, con sopra i sacchi bianchi contenenti le ossa delle vittime, all’hangar pieno di bare, le foto di Samarah – 130 in 5 anni - sono la testimonianza poetica e umana di una delle più atroci reiterate tragedie umane. La domanda che sorge e lascia un incommensurabile spazio di sospensione è: qual è il confine tra arte, estetica, politica, dramma, documento, memoria?

Nella sala delle mostre temporanee del Memorial è ora allestita la personale del Gruppo Trio Sarajevo, un collettivo artistico attivissimo durante le guerra che, utilizzando i simboli della pubblicità, chiedeva aiuto all’Occidente mostrando – attraverso l’arte - un’immensa forza di resistenza e un incrollabile sense of humour.

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