oMaria Anna Mariani

La commedia dell’arte: chi ha più diritto di raccontarla? Chi la inscrive nella storia – ricostruendone le origini e illustrandola con diapositive sgranate – o chi la incarna, modulando frizzi e lazzi mentre i costumi che foderano i corpi sono tutti un fruscio? È questa competizione per il monopolio sul racconto a mettere in moto Harlequino: On to Freedom, lo spettacolo scritto e diretto da Tim Robbins, in prima europea al Festival dei due Mondi dopo aver girato le carceri californiane – dove erano i detenuti stessi a recitare sotto le maschere di Arlecchino, Pantalone e compagnia, prima di lasciare il turno ai diciannove formidabili attori della Actor’s Gang di Robbins.

È stato il teatro di San Nicolò, con la sua architettura straniante di chiesa sconsacrata, a fare da guscio a quasi tre ore di estremo meta-teatro. Un teatro in cui per queste quasi tre ore avrebbe dovuto tenersi una conferenza sulle origini della commedia dell’arte – arida, altera conferenza, in cui il discorso accademico cerca di imbrigliare l’atto teatrale, incastrandolo nella prigione fossile delle date e delle diapositive. Prestissimo, però, questa soporifera lezione viene sabotata, interrotta dall’ingresso dei corpi frementi, vitalissimi degli attori – che la commedia dell’arte riescono a farla vibrare di nuovo, grazie ai loro muscoli guizzanti, al loro repertorio di canti, smorfie e sberleffi.

Ma non è solo per striare il palcoscenico di corse sfrenate che questi attori fanno irruzione, sovrapponendosi alle parole astratte del prof. Phinneas Preamble: quello che vogliono è far valere un punto di vista alternativo, una contro-storia capace di disfare quella ufficiale che il professore sta ricostruendo dalla cattedra. Ecco allora che alla prima tensione, quella tra la forma discorsiva accademica che cerca di comprimere la vitalità della performance teatrale, si unisce un’altra tensione, più aguzza ancora: quella tra il gesto intriso di potere di chi scrive la storia e il gesto sovversivo di chi invece quella storia prova a smontarla, mostrandone un corso diverso.

A prendere la storia contropelo è Arlecchino, il dinoccolato servo (o schiavo?) con la maschera gattesca che forse aderisce alla pelle di un uomo di colore. Ed è proprio questo colore, il colore della pelle, al centro della narrazione alternativa insinuata da Arlecchino – una tesi inaudita: ovvero che la commedia dell’arte fosse alle origini imparentata alla tratta degli schiavi. Così i frizzi e i lazzi che si susseguivano inizialmente sulle piazze cinquecentesche – dove Arlecchino e gli altri servi (o schiavi?) erano liberi di insultare i padroni – altro non erano che capsule di anarchia tenuta a bada, sovvertimenti disciplinati alla dinamica del servo-padrone. Che questi servi-attori fossero liberi di insultare i loro padroni non era sempre vero, se è vero che a metà Cinquecento il duca di Mantova, offeso dagli sberleffi di una compagnia, decise di farne impiccare tre. Della vita estinta di chi con la satira sfida il potere c’è una quantità di esempi sconcertante, e la condanna a morte nella corte dei Gonzaga si ripete e ripete, anche oggi la ritroviamo, rieccola: ancora ci infiamma la notizia dell’uccisione, a Parigi, dei «giullari di Charlie Hebdo» – così dice Tim Robbins in un’intervista rilasciata qualche giorno fa.

Ma Harlequino: On to Freedom non ci sollecita solo a meditare sul rapporto tra satira e potere. Lo spettacolo strattona costantemente l’illusione scenica, facendoci sussultare di riflessioni quando gli attori smettono di piroettare. A cosa pensiamo quando la risata ci resta inghiottita in gola? Forse a questo pensiamo: a perché ci riguardi tutti, e nel profondo, un movimento come Black Lives Matter, che da un paio d’anni in America si batte per i diritti dei neri, denunciando l’abuso di potere poliziesco che schiaccia le vite, che le disprezza. Quando il movimento degli attori si inceppa e le parole risuonano sulla scena, è al valore differenziale delle vite che cominciamo a pensare, è al significato della libertà e ai suoi paradossi – a come si sono modulati, senza sosta, dalle piazze e dai palchi del Cinquecento fino alle scene, alle strade e alle carceri di oggi.

È autentico teatro politico quello che ci pone di fronte agli occhi e alle coscienze Tim Robbins, il regista che – ricordiamocelo – ha diretto Dead Man Walking, il film che davvero ha messo in discussione la pratica della pena di morte negli Stati Uniti. In Harlequino: On to Freedom Tim Robbins non rinuncia però a calare la macchina del pensiero in una cornice di diletto, in cui diventa godibile perfino un ripasso delle figure retoriche: fenomenale il momento in cui il prof. Phinneas Preamble sfida gli attori a fornire all’istante una definizione, con tanto di esempio, del tropo che si incapriccia di sentire articolato. La prontezza degli attori nel rispondere a questa sfida ha l’effetto di smantellare, con prove tangibili, la leggenda imbevuta di malafede che vede in una bella faccia un requisito sufficiente per stare sul palco. Gli attori non si lasciano svilire dal professore, e la catacresi e la metonimia le sanno non solo definire, ma anche plasmare, con parole sopraffine che i sopra-titoli riescono a convertire con maestria dall’inglese all’italiano. Sono discreti, questi corsivi che sovrastano il palcoscenico, e che permettono davvero di avvicinare quei due mondi che, da ormai cinquantanove anni, stanno inscritti nel nome del festival di Spoleto.

Così le inquietudini si universalizzano, i problemi si dilatano e travalicano la situazione storica e geografica che li innesca: la commedia dell’arte torna in Italia, gravata dalle preoccupazioni che Tim Robbins le ha iniettato dentro, quelle preoccupazioni che ora questa stessa commedia torna a sottoporci dopo il suo tragitto oltre l’Atlantico – tenendo fede a quel suo essere da sempre una forma d’espressione fatta per interpellarci e provocarci; poco importa in che anno, e dove, siamo.

Harlequino: On to Freedom

scritto e diretto da Tim Robbins

Spoleto, Teatro San Nicolò, dal 6 al 10 luglio 2016

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