brexitGiorgio Mascitelli

I rischi di una crisi irreversibile dell’Unione europea innescati prima dalla crisi economica, poi da quella umanitaria dei migranti e infine dalla Brexit sembrano trovare una loro corrispondenza ideologica con ricadute anche operative in una sorta di nostalgia per la guerra fredda che si respira in molte capitali europee, non ultima proprio Londra. La progressiva derubricazione della Russia di Putin da paese partner dell’Occidente a paese concorrente fino a pericolosa reincarnazione dell’Impero del male sovietico non rivela soltanto un gusto vintage delle élite occidentali nell’elaborazione delle propri strategie politiche, ma è infondo la logica conclusione di un percorso avviato anni fa allorché, agli albori del suo potere, Putin provvide a sostituire gli oligarchi eltsiniani, legati a doppio filo alla grande finanza anglosassone, con altri più vicini a lui.

La descrizione della Russia come superpotenza minacciosa, in corrispondenza con la propaganda dello stesso Putin, è un ingrediente essenziale per rendere credibile questa operazione: tanto più in ragione del fatto che, aldilà di una recuperata efficienza militare, questo paese non è cosi forte demograficamente ed economicamente da potersi permettere di rinunciare a priori a una politica di cooperazione con l’Europa. Inoltre, a differenza dei tempi sovietici, l’ideologia nazionalista conservatrice di Putin non appare capace di diventare un punto di riferimento internazionale a dispetto di qualche dichiarazione o gita turistica a Mosca di Marine Le Pen o di Salvini proprio a causa del suo nazionalismo. Non è un caso che tra i governi europei che presentano caratteristiche simili al nazionalismo con venature autoritarie putiniano vi siano proprio quello polacco e quello ucraino, annoverati abitualmente tra i peggiori nemici della Russia.

Un’Europa realmente unita e pertanto desiderosa di tutelare le proprie frontiere orientali avrebbe a sua volta tutto l’interesse a rafforzare la collaborazione economica con la Russia per varie ragioni anziché partecipare ad ambigue avventure come quella ucraina in compagnia di personaggi espressione del mondo neocon statunitense come Victoria Nuland e i suoi sponsor politici ed economici. Non si tratta soltanto del fatto che questi venti di guerra fredda spingono e spingeranno sempre di più la Russia nelle braccia della Cina né dei danni economici immediati dovuti alle sanzioni, che all’Italia stanno costando più della Brexit, ma anche del fatto che il clima di tensione è stato abilmente sfruttato da Putin per rafforzare il proprio potere personale e l’architettura autoritaria dello stato russo. A due anni da quello che era stato pomposamente chiamata la rivoluzione democratica di Maidan si è ottenuta una guerra civile non ancora sopita, un regime di oligarchi fascistoidi a Kiev e l’azzeramento dell’opposizione a Putin in Russia in nome della patria in pericolo. L’esempio dello scrittore Limonov, che da deciso oppositore del presidente russo è diventato un suo sostenitore dopo l’attacco alle province orientali dell’Ucraina da parte del governo di Kiev, sembra incarnare uno stato d’animo diffuso.

Ovviamente questa rinascita della guerra fredda è destinata a offrire un nuovo ruolo politico alla NATO, che dopo la caduta del muro di Berlino aveva perso importanza nello scacchiere internazionale. La visione geopolitica che la NATO porta con sé è tuttavia quella di un’Europa che non ha autonomia politica dagli Stati Uniti, che può tutt’al più mirare a un coordinamento economico sempre in funzione di una politica internazionale occidentale e volto a privilegiare rapporti commerciali interatlantici, anche quando si creano possibilità più favorevoli con altre aree del mondo. E’ chiaro che una politica del genere contrasta con il progetto o, visto lo stato delle cose, il sogno di un’Unione europea realmente federale. Infatti tra i più ardenti sostenitori di questo ritorno della NATO si trovano i paesi più euroscettici come la Gran Bretagna e la Polonia. Benché la Brexit con il suo carico di instabilità politica ed economica non sia funzionale a questo disegno nell’immediato, sul medio periodo un attivismo politico di marca NATO finirebbe con il diventare oggettivamente, a prescindere da scelte in tal senso, una sponda politica per tutti quei governi o movimenti politici che vorranno giocare la carta di un nazionalismo antieuropeo senza rischiare l’isolamento.

Insomma questo gusto per il revival della guerra fredda rischia di trasformarsi in una sorta di boomerang in questo momento in cui le sorti del progetto europeo appaiono già minacciate ed è sorprendente constatare che opinionisti e analisti accreditati di dichiarata fede europeista vi indulgano tanto spesso, forse in una sorta di riflesso politico condizionato, che ignora le condizioni politiche presenti.

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2 Risposte a Nostalgia della guerra fredda

  1. Grazie per questo articolo; questo tema è raramente discusso soprattutto dalla grande stampa. Il militare di carriere Lawrence Wilkerson, principale consigliere del Segretario di Stato Colin Powell al momento dell’invasione dell’Iraq nel 2003, ha recentemente detto in interviste alla catena statunitense RNN che l’industria militare occidentale ha un interesse enorme nel vedere la Russia attuale circondata da forze militari della NATO. Potrebbe avere ragione?

    • giorgio mascitelli scrive:

      Grazie per l’attenzione. La mia impressione personale, ma si tratta di un’impressione per l’appunto, è che gli Stati Uniti abbiano interesse ad alimentare la tensione con la Russia per ragioni più generali, tra le quali quella più significativa è il fatto di legare a sé l’economia europea per costituire un’area di influenza sicura dopo che la crisi finanziaria e l’emergere della Cina e dei Brics hanno mandato all’aria il progetto imperiale della globalizzazione. All’interno di questa strategia l’industria militare può trovare agevolmente i propri profitti
      Giorgio Mascitelli

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