Universidad_Central_de_Venezuela._Facultad_de_ArquitecturaAntonello Tolve

Illuminata dagli odori della sera, pericolosa e a un tempo accattivante come una danza il cui passo incerto porta a inventare nuovi movimenti o a inciampare in qualcosa d’inaspettato, Caracas è città che seduce, che trasporta il popolo della cultura in un’atmosfera pregiata, in un dibattito critico e teorico che, grazie a importanti punti di riferimento, ha modo di offrire pillole difensive – e la difesa è nei confronti di (ormai sin troppo visibili) collassi politici ed economici –, viatici felici e distensivi, nutrimenti per menti che resistono, itinerari ricchi di spunti intellettuali. Perno culturale della metropoli venezuelana, patria di Armando Reverón (1889-1954), è l’imponente campus della Universidad Central de Venezuela che si estende su una superficie di ben 164,22 ettari (pari a 1,64 km²). Dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità (2000) per la sua innovazione architettonica (grazie al grande lavoro svolto, negli ultimi anni, da María Fernanda Jaua Bouthelier, profesora de Historia y Crítica de la Arquitectura), la CUC / Ciudad Universitaria de Caracas (inaugurata nel 1954), rappresenta lo spazio perfetto d’un’utopia, d’un sogno realizzato grazie all’ingegno dell’architetto Carlos Raúl Villanueva che agli inizi degli anni Quaranta dà il via a un sensazionale progetto di integrazione estetica per dar vita a una città sostenibile, a una città giardino, a una città alternativa, a una città ideale del sapere umano.

Facendo propria la lezione proposta da Bruno Zevi nel suo Saper vedere l’architettura (1948), Villanueva non solo crea una relazione tra lo spazio dell’architettura e quello dell’urbanistica (tra l’aperto e il chiuso, tra l’interno e l’esterno, tra il fuori e il dentro), ma disegna anche un gulliveriano progetto che, all’insegna di una eccezionale Síntesis de las Artes, unisce architettura, scultura e pittura intese, appunto, come unicum, come visione d’arte integrale il cui effetto di tensione e di energia invita lo spettatore a passeggiare tra innumerevoli meraviglie plastiche, a leggere opere diligentemente integrate, a carpire funzioni (come il sistema di aerazione naturale), finzioni, frizioni estetiche. Accanto a una serie di artisti nazionali (Miguel Arroyo, Armando Barrios, Omar Carreño, Carlos González Bogen, Pedro León Castro, Mateo Manaure, Francisco Narváez, Pascual Navarro, Alejandro Otero, Alirio Oramas, Héctor Poleo, Jesús Soto, Víctor Valera e Oswaldo Vigas), invitati a realizzare progetti in situ sono anche artisti internazionali – sfilano i nomi di Jean Arp, André Bloc, Alexander Calder, Wifredo Lam, Henry Laurens, Fernand Léger, Balthasar Lobo, Antoine Pevsner, Sophie Tauber Arp e Víctor Vasarely – che dialogano con i colleghi venezuelani, con gli ambienti e con la loro funzionalità. Il Complejo Biblioteca Central-Rectorado, un edificio rosso il cui colore è simbolo di passione per lo studio e per il sapere – il rivestimento musivo è purtroppo fortemente danneggiato, e qui l’incuria statale mostra un disinteresse allarmante –, ospita ad esempio alcune opere esemplari.

Se da una parte al piano terra della biblioteca, dopo aver gustato una straordinaria vetrata di Fernand Léger (progettata nel 1953 e realizzata l’anno seguente) fa della luce il pennello totale che tocca gli ambienti interni con un cromatismo vellutato e ideale, nell’Auditorium lo spettacolare progetto di Alexander Calder (costruito nel 1952-53) lascia davvero a bocca aperta: e non solo per la monumentalità di 36 nuvole il cui peso complessivo è pari a 2500 kg (si tratta della più grande opera al mondo dell’artista pennsylvano), ma anche per una sbalorditiva relazione tra la freschezza formale e la leggerezza cromatica, l’efficienza dell’ingegneria acustica (le nubi si muovono programmaticamente e anche grazie al suono: finanche la voce umana le fa vibrare) e la funzionalità dell’impianto scenico che mostrano una sintesi artistica perfetta.

Tra gli spazi pubblici della città, il Museo de Bellas Artes – al cui nucleo originario (un bellissimo palazzetto neoclassico a forma semicircolare) progettato da Villanueva e inaugurato nel 1938, ha fatto seguito una considerevole espansione (1953-1976) – non solo si aggiudica il primato di museo più antico della città, ma propone importanti opere site-specific realizzate negli anni Novanta dei secolo scorso e un’autorevole collezione che va dall’arte egizia a quella europea medioevale-moderna, dalla ceramica cinese a quella europea, dall’incisione alla fotografia, da una sezione di arte latino-americana a una di arte contemporanea europea e americana dove si inciampa in preziose opere di Braque (c’è tutta una sezione cubista), di Duchamp, di Fontana, di (commovente!) Boccioni. Non molto lontano da questo locus amœnus della cultura, il monumentale scenario offerto dalla GAN / Galería de Arte Nacional – inaugurata nel 1974, anche se i progetti della grande piazza antistante sono ormai fermi da anni – nei suoi 5000 mq è quello dell’arte venezuelana. Proprio in questo periodo, nell’ala destra del secondo piano, una piccola ma considerevole mostra di Reverón, e ne vale davvero la pena, abbozza i vari periodi di un artista speciale, la cui libertà è stata fonte di creatività e irriverenza immaginifica, il cui pensiero è ancora faro per le recenti generazioni. Di fronte alla GAN, e peccato che il progetto della piazza-bretella sia stato abbandonato, il MAC / Museo de Arte Contemporáneo sembra, almeno a guardarlo dall’esterno (con fontane e scale mobili spente, locali commerciali chiusi, baretti e caffè lasciati al sorriso della ruggine), un dimenticatoio che offre lo splendore della desolazione. Varcata la soglia, e nascosto con una mano alla vista il bookshop dove un cartello con la scritta cerrado por falta de mercancía la dice lunga, uno scenario inaspettato di opere invita a un viaggio nel primo Novecento e via via porta fino alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta (a quest’altezza si fermano le acquisizioni). Nel museo oltre ad importanti opere come il Ritratto di Dora Maar di Pablo Picasso e Il carnevale notturno di Marc Chagall, sono presenti importanti opere di Valerio Adami, Michelangelo Pistoletto, Richard Smith, Marisol Escobar, Giangiacomo Spadari e, tra gli altri, Emilio Tadini, Lucio del Pezzo, Hervé Télémaqu. Non mancano, poi, importanti lavori realizzati da Soto appositamente per il museo e, al piano terra, una magia di Lucio Fontana, che misura 310 x 434 x 451 cm. Si tratta di un Concetto spaziale, di una ambientazione (che invita ad entrare nell’opera e a percepire lo spazio infinito) progettata nel 1967 e realizzata l’anno successivo, poco prima della morte dell’artista.

Attorno a questi importanti astri che illuminano la scena dell’arte a dispetto dei grandi problemi che la nazione (la popolazione, la società) è costretta a vivere, una serie di spazi privati – tra questi la Sala TAC / Trasnocho Cultural, il TAller de Artistas Gráficos Asociados (TAGA), il Centro Cultural Chacao, la Sala Mendoza e la Fundación Cisneros sono esempio di chiarore e di resistenza – propone sguardi più attenti a decifrare il tempo presente, a portare avanti un programma statale paralizzato, a prendersi cura della classe intellettuale e della società. Il lavoro delle gallerie, poi, di quelle riunite al Centro de Arte Los Galpones (l’Espacio Monitor, la Galería Abra e la Galería Gsiete), di quelle nate nello spazio della Hacienda La Trinidad Parque Cultural – il nome di Carmen Araújo Arte è davvero prezioso – o di altri satelliti contemporanei come la Galería GBG Arts e la Galería Adler, rappresentano un ulteriore punto nevralgico di una vivacità creativa e di uno sguardo che disegna la piattaforma generosa del nuovo, proprio mentre il nuovo avanza con i suoi mille itinerari, tra i rumori tropicali, le freschezze offerte dal Cerro de Ávila e i sapori che si perdono nelle ore incerte del notturno, del mattutino.

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