Patricio-Guzmán-La-memoria-dellacquaMichele Emmer

Che cos’è la memoria? Chi ha la memoria? Come si tramanda la memoria? Ha importanza la memoria? Non è meglio dimenticare, vivere per quel giorno, non pensare, non ricordare? Un bambino che cade in un canale con un po’ d’acqua, dove si trova un gorilla di una specie quasi estinta. Chi si ricorda quel bambino, che diventa subito un simbolo della sofferenza, della paura? E chi si ricorda del gorilla, che diventa una vittima della crudeltà umana? Chi sono i colpevoli, chi si deve dimenticare, che cosa si deve ricordare? Ricorderà quell’acqua in cui il bambino è caduto, ricorderà l’acqua il gorilla che lo trascina per un piede? La vita è fatta di acqua, noi siamo fatti di acqua, la terra è quasi tutta acqua. Acqua forse venuta dalle comete, che l’acqua prima non c’era. E si sono trovate tracce di acqua, una goccia, in un pezzo di meteorite caduto sulla terra. E l’acqua in perenne movimento, che muta sempre, che non è mai tranquilla, si agita, si erge come una muraglia, si solidifica, diventa ghiaccio. E la storia della terra è un documentario come all’inizio di quel noiosissimo film di Malick, The Tree of Life? No, siamo a poco a poco portati in un luogo, in un luogo marino, in un luogo in Cile, inospitale, lontano, che avrebbe dovuto proteggere i pochi sfortunati (?) che laggiù vivevano. Un mare con qualche lembo di terra, piccole isole, vette della cordigliera delle Ande che si inabissa. Un popolo che è quasi scomparso, è praticamente estinto. Spariti, desaparecidos, come il fratello del regista che ci racconta questa storia della terra e del mare. E di quelli che spariscono, che tutti dobbiamo sparire, che tutti dobbiamo morire, anche se non tutti uccisi da qualcuno, ma molti sì.

Ci sono molti modi di parlare della morte, della sofferenza. Negli ultimi anni si è venuto affermando un filone di film in cui i protagonisti sono malati terminali, senza speranza, quasi morti. E allora ci si deve porre il problema di come mostrare la sofferenza, il dolore, la morte che arriva, inesorabile. In due ore, tanto dura un film. E magari si vincono anche gli Oscar, che bravo l’attore che con smorfie sguardi contorcimenti ci mostra il vero dolore, che bravo il regista che ci mostra un ospedale, che ci mostra i malati, che ci mostra una flebo infilata in un braccio, e allora sì che è la sofferenza.

E come si racconta di un amico che sta per morire, anzi come si racconta lui che sarebbe quello che deve morire e noi sappiamo che è una finzione perché quell’attore non sta morendo (almeno sembra di no) ma stiamo pensando alle nostre lacrime, fatte d’acqua, come siamo noi, e quelle lacrime le abbiamo già vissute, raccontate, elaborate forse. E come mostrare la scomparsa di tanti, nell’acqua, nell’oceano? Mostrare la sofferenza, il dolore, la morte. Al cinema. Non con le immagini ma con le parole. «Aspetta qui che voglio piangere da solo», si allontana, vuole piangere da solo, non vuole che noi vediamo. Perché c’è tanta gente che «gode al far soffrire la gente», ad annunciare disastri, tragedie, morti e distruzioni e non ci cerca per dirci che sono felici? E la famiglia è il luogo prediletto di questo perenne gioco al massacro (degli altri)? Quelle lacrime ricorderanno, le ricorderemo, noi che siamo fatti di acqua?

Sto parlando di due film. In uno gli attori recitano, nel secondo il regista ci racconta le parole. Nel primo film certo contano le facce ma sono le parole che raccontano, anche se il personaggio centrale non parla, ha una presenza perennemente triste, è vecchio, è un cane. Un film parla della Memoria dell’acqua, avrà memoria di quel popolo che viveva lungo le coste cilene della Terra del Fuoco e che sarà scoperto dagli inglesi e poi civilizzato da coloni e missionari? Erano 3000 quegli indigeni, pochi mesi dopo la scoperta erano rimasti la metà. Vivevano sull’acqua, avevano grandi canoe con le quali attraversavano anche Capo Horn, terrore di tutti i naviganti, come ci hanno sempre detto. E quei matti in canoa, pagaiando. Andavano fatti dimenticare. Ne sono rimasti venti, con una loro lingua, non scritta, parlata. Un popolo senza città, senza nazione; solo l’acqua, l’oceano. Senza Dio. Il regista glielo chiede e la vecchia signora, che ha pagaiato in giro per la punta del continente sudamericano, è perplessa. «Dio? Non abbiamo una parola per Dio, per noi c’era solo l’oceano, l’acqua». La loro memoria? Rimarrà un loro ricordo?

Il secondo film è spagnolo ma uno dei due protagonisti è argentino, l’attore Ricardo Darin, indimenticato protagonista de El secreto de sus ojos. Ha un cancro, ha deciso di morire. Rivede un suo caro amico che per sensi di colpa viene da lontano per andarlo a trovare. E parlano, incontrano, si arrabbiano, riflettono. Vivono. Non vediamo ospedali, non vediamo flebo, non vediamo sofferenza. Solo ci chiediamo che cosa ci riservi il futuro, chissà se qualcuno si ricorderà di noi, acqua. Quando entriamo in un ristorante gli amici fanno finta di non vederci, perché non sanno cosa dire. Chi non ha vissuto questa esperienza? Gli amici non hanno bisogno di dire nulla. O di dire quello che pensano, loro ricorderanno forse. Truman sicuramente.

E di quel popolo distrutto nella Terra del Fuoco? Uno di loro, agli inizi del secolo scorso, viene preso e portato in Inghilterra in cambio di un bottone di madreperla, il prezzo del pegno. Ritornerà e finirà male. Non è diventato inglese (era una specie di bestia rara) e non lo riprenderanno quando ritorna in Sud America. Lo chiamano Button, bottone. Quel bottone è a ricordo di un popolo scomparso nell’oceano, tranne i venti rimasti. Ma un altro bottone trova il film. Saldato a una trave di ferro, un pezzo di rotaia che veniva realizzata apposta in Cile quando bisognava far sparire gli oppositore al regime di Pinochet, nell’oceano, nell’acqua. Uccisi, messi in sacchi di plastica, con legata una traversina di ferri, messi in sacchi di juta. E buttati nell’oceano dall’elicottero. Che non ci fosse il ricordo. Ma quelli che gli elicotteri li pilotavano, quelli si ricordano. E fanno ritrovare i pezzi di rotaia, e quel bottone saldato su uno dei quei pezzi di ferro. L’acqua ricorda? Resterà la memoria di tutti? Anche di quelli spariti nell’oceano, anche dei morti?

Due film che dicono di come la storia ci trascina, senza dimenticare le colpe, senza tralasciare nulla. Non film tristi, o pseudocommoventi, ma ben costruiti, con un ottimo montaggio, con un bellissimo dialogo, con attori (nel film spagnolo) che si passano la palla con abilità. Rimane il ricordo di aver visto bei film, di due registi che in modi diversi sanno raccontare delle storie, costruendo film che ci fanno alle volte dimenticare che si tratta di fiction. Ma sono film in lingua spagnola.

La memoria dell’acqua (El Botón De Nácar)

scritto e diretto da Patricio Guzman

Cile-Francia, 2015, 82’

Truman. Un vero amico è per sempre (Truman)

scritto e diretto da Cesc Gay, con Ricardo Darín, Javier Cámara e Dolores Fonzi

Spagna-Argentina 2015, 109’

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