JorgeLuisBorgesRaffaella Battaglini

Nella prefazione di questo libro del 2004, tradotto ora in Italia in occasione del trentennale della morte di Borges, Alan Pauls confessa di essersi proposto di individuare l’impronta digitale, il codice genetico della narrativa di Borges; un’impresa che comportava inevitabilmente il fallimento, poiché evidentemente non esiste un elemento Borges, ma ce ne sono molti. L’incipit è svagato e apparentemente innocuo: il libro viene definito «un esperimento di lettura: un manuale di istruzioni per orientarsi (o smarrirsi a cuor leggero) in una letteratura» (il corsivo è mio). L’indizio incriminante risiede nell’inciso, per l’esattezza in quella definizione, «a cuor leggero», che tradisce, o dichiara, l’intenzione dell’autore: il quale in questo saggio sta compiendo – in modo colto, ironico, brillantemente argomentato, e pur sempre intriso di reverenza – un velato tentativo di parricidio: Pauls, scrittore argentino nato nel ’59, per esistere ha ovviamente bisogno, non dico di sbarazzarsi del tutto, ma quantomeno di alleggerire l’ombra totalizzante che grava sulle lettere latinoamericane, l’ombra di Borges come scrittore potenzialmente infinito. L’arma del delitto è un rovesciamento, che borgesianamente produce un paradosso. La motivazione ufficiale – non solo pretestuosa – è confutare alcuni degli stereotipi coi quali JLB viene abitualmente etichettato.

Nel testo, che all’analisi del percorso letterario di Borges mescola elementi biografici, ovvero tratti che riguardano principalmente la sua figura pubblica, colpisce immediatamente l’uso delle note, disposte in verticale lungo la pagina, che la trasformano in una sorta di ipertesto: in omaggio non solo all’ossessione enciclopedica di B., ma anche al suo uso ipertrofico, e spesso maliziosamente fuorviante, di tutto l’apparato paratestuale (note ingannevoli, nuove prefazioni che smentiscono le precedenti, precisazioni a latere che cambiano di segno un intero racconto, ecc.).

Autorizzati dallo stesso Pauls, che definisce la lettura una forma di spionaggio, seguiamo da un capitolo all’altro le tracce del delitto. Come ci appare il Borges descritto da Pauls? In primo luogo come un giovane scrittore avanguardista che a metà degli anni Venti si ringiovanisce di un anno, quello che gli serve per essere nato con il secolo (in realtà è nato nel 1899). Da subito dunque Pauls inizia a delineare una figura che si presenta con i tratti beffardi dell’impostore... Nel giro di pochi anni, la posizione di B. cambia radicalmente: da paladino della modernità, diventa un nostalgico della patria criolla, dei gauchos, dell’Argentina di fine Ottocento. Pauls, che segue un’intuizione di Ricardo Piglia, insiste molto sull’argentinità di Borges, e su un settore della sua narrativa (quello «gauchesco», il cui racconto più noto è Uomo della casa rosa) che scorre parallelo al filone «metafisico» che lo ha reso internazionalmente famoso, quello dell’Aleph o di Finzioni.

Il primo elemento borgesiano individuato da Pauls è la figura del duello, che è per B. «il modello stesso del racconto». Altro ingrediente stilistico fondamentale è il pudore, inteso come opposto e nemico dell’enfasi, che costituisce un’autentica scelta di campo («mettere in scena un fatto senza nominarlo, mediante le tracce che lo evocano, gli echi che ha suscitato, gli strascichi che ha lasciato») e rivela il magistero occulto di James (si veda la descrizione del romanzo immaginato da Borges e Bioy Casares all’inizio di Tlon, Uqbar, Orbis Tertius: «un romanzo in prima persona il cui narratore omettendo o deformando i fatti e incorrendo in diverse contraddizioni, permettesse [...] a pochissimi lettori di indovinare una realtà atroce o banale»: in pratica la sinossi della Fonte sacra...).

Un altro elemento cardine è il culto di ciò che è minore, inteso nei due sensi – più piccolo, ma anche inferiore, marginale – tanto per i testi, che per gli autori. Nel capitolo 6, Pericolo: biblioteca, entriamo ovviamente nel cuore della poetica borgesiana («l’enciclopedia come modalità di funzionamento», l’erudizione, il labirinto), e qui abbiamo un’anticipazione, o un indizio, di quello che verrà: quando Borges in un’intervista si definisce ironizzando «un uomo semi-colto», e Pauls suggerisce perfidamente di prenderlo alla lettera...

Eccoci dunque alla parte cruciale del libro, il cap. 7, intitolato Seconda mano. Qui Pauls, citando un antico stroncatore di Borges, tal Ramòn Doll, che ne fece «una descrizione molto dettagliata», s’imbatte nella definizione-chiave: letteratura parassitaria (che consiste, ci dice Doll, «nel ripetere male ciò che altri hanno detto bene, o nel dare per inedito il Don Chisciotte della Mancia»: notiamo di sfuggita che, a quest’altezza, il Pierre Menard non è ancora stato scritto!). Borges però, ci dice Pauls, invece di respingere la condanna di Doll, la rovescia in programma artistico.

«L’opera di Borges abbonda di questi personaggi subalterni, un po’ oscuri, che seguono come ombre le tracce di un’opera o di un personaggio più luminoso. Traduttori, esegeti, annotatori di testi sacri, [...] perfino gregari di guappi armati di coltello: Borges definisce una vera etica della subordinazione con questa galleria di creature anonime, sentinelle che custodiscono giorno e notte vite altrui [...] Essere una nota a pie’ di pagina di quel testo che è la vita di qualcun altro: non è questa la vocazione parassitaria [...] che quasi sempre prevale nei migliori racconti di Borges?».

Vertigine parassitaria, secondarietà, sovversione delle categorie originale/derivato: dopo aver passato in rassegna questi procedimenti, Pauls plana sul Borges «periodista», articolista per giornali a larga diffusione, e se ne serve per commettere il suo delitto. Eccolo all’opera nel cap. 9: utilizzando gli stessi artifici retorici della sua vittima, rovescia Borges: da scrittore elitario, erudito e inaccessibile, nel suo opposto speculare, o nel suo doppio segreto, trasformandolo in una sorta di Gran Divulgatore della metafisica, in un truffatore geniale che riesce a creare un’illusione di conoscenza «manipolando una cultura che sostanzialmente gli è estranea». Desunta essenzialmente dall’Enciclopedia Britannica, la sua è «una cultura della sintesi, della citazione e del risparmio», che si muove a suo agio «entro i limiti di una concezione da Reader’s Digest del sapere».

Come parricidio, non c’è male. Ma, se applichiamo al testo di Pauls lo stesso criterio che lui applica a quelli di Borges, dobbiamo dedurne che anche la sua secondarietà è fittizia: il Borges di cui ci parla è solo uno degli infiniti Borges possibili, un Borges totalmente immaginario. In definitiva, un personaggio di Alan Pauls.

Alan Pauls

Il fattore Borges

traduzione di Maria Nicola

Sur, 2016, 176 pp., € 16

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