maxresdefaultTiziana Migliore

Quest’anno la Biennale Architettura di Venezia ha una bella sezione “Progetti speciali” Che caratteristiche deve avere un progetto perché sia “speciale” oggi e come l’architettura, arte del progetto per eccellenza, lo mette in forma? Delle tre mostre scelte, Reporting from Marghera and Other Waterfronts, a cura di Stefano Recalcati, Report from Cities: Conflicts of an Urban Age, a cura di Ricky Burdett nell’ambito del programma Urban Age – London School of Economics (LSE) e Alfred Herrhausen Society – e A World of Fragile Parts, a cura di Brendan Cormier e organizzata dal Victoria and Albert Museum di Londra, è soprattutto A World of Fragile Parts a dare indicazioni. Una mostra è progettuale quando ci fa immaginare, in proiezione, una strada migliorativa. Previene i danni futuri non guardando nostalgica al passato, ma gettando le basi di un nuovo presente.

Allestita nelle Sale d’Armi A dell’Arsenale, A World of Fragile Parts riabilita lo statuto semantico ed epistemico della copia. Prosegue in questo le due esposizioni Serial Classic (2015) e Portable Classic (2015) della Fondazione Prada a Venezia e a Milano, che, frutto delle ricerche di Salvatore Settis, Anna Anguissola e Davide Gasparotto, hanno riletto il rapporto originale/multiplo nell’arte antica occidentale. E chiarito l’inconsistenza, in Grecia e a Roma, del concetto di “unicità”, che invece, più per interessi di mercato e di collezionismo (Prieto), ha ossessionato il Novecento. La copia non sarà forse un “oggetto da collezione”, ma può benissimo essere un “oggetto d’arte”. Infatti, se l’originale conta da un punto di vista filologico – identità numerica determinata, prodotta con l’intento dell’autore e da lui riconosciuta come realizzazione riuscita – le sue realizzazioni altrettanto originali – i restauri, per esempio: gli originali evolvono nel tempo e cambiano nella Storia! – e le esecuzioni non originali – gli allografi: copie, riproduzioni e repliche – vanno reputate per la loro valenza semiotica. Sono esse a richiamare o a trasformare l’identità specifica dell’opera e a tramandarla nel tempo, filtrata dalle sue interpretazioni.

Il ribaltamento di segno nel giudizio di valore sulla copia – dalla connotazione negativa che ha assunto nel Novecento, associata alla contraffazione e alla grossolanità, al riscatto in positivo di oggi – non va ridotto al suo ruolo nella preservazione culturale. Certo la copia costituisce un antidoto alla distruzione e alla scomparsa dei siti e degli artefatti del patrimonio, causate da cambiamenti climatici, disastri naturali, urbanizzazione, turismo di massa, incuria e attacchi terroristici. E tuttavia la funzione principale resta ed è sempre di più educativa ed esplorativa: di arricchimento, rivitalizzazione e diffusione dell’identità specifica dell’opera. Nell’Ottocento il Victoria and Albert Museum aveva creato le Cast Courts (Corti dei calchi) ed esposto calchi in gesso di importanti opere d’arte per renderle accessibili a chi non poteva viaggiare. Le rimediazioni digitali e le moderne tecniche di stampa in 3D, mentre implementano questa fruizione a distanza, favoriscono studi ravvicinati e di dettaglio, a tu per tu con le qualità dell’oggetto.

A World of Fragile Parts investiga 200 anni di copiatura di manufatti culturali, fra cui, paradigmatico, un facsimile del The Convention for Promoting Universally Reproduction of Works of Art (1867), la convenzione scritta da Henry Cole, primo direttore del V&A, finalizzata allo scambio internazionale di copie, calchi, fotografie e chiaroscuri. Lo studio londinese Ordinary Architecture pensa e allestisce lo spazio espositivo all’Arsenale come una griglia tensiva fra moderno e antico. All’ingresso un arco di sei metri racchiude una serie di pannelli che riattivano le formelle e i rilievi del portale centrale di San Petronio a Bologna, riproduzione dei gessi realizzati da Oronzio Lelli nel 1886 per le Cast Courts e che a loro volta sono copie della facciata originaria della basilica, capolavoro di Jacopo della Quercia. Scan the World, società di archiviazione digitale di manufatti da tutto il mondo, dà visione delle proprie competenze attraverso una copia 3D della Musa Dormiente di Brâncuși. E permette di scaricare online e stampare gratuitamente i suoi prodotti. Spicca poi la riproduzione in 3D, a opera dell’Institute for Digital Archaeology, di un segmento dell’Arco Trionfale di Palmira, distrutto dall’Isis a ottobre del 2015. Se la fotogrammetria è servita a creare il modello digitale, centinaia di immagini sono state processate per ottenere il file tridimensionale.

Nel dispositivo il plexiglass si combina al gesso svelando la struttura interna degli oggetti: le lesioni con le riparazioni e le integrazioni apportate nel tempo. Insieme, il plexiglass funge da superficie riflettente di moltiplicazione dell’unico, enfatizzando il senso della copia. Varianti materiche e cromatiche intervengono nella serializzazione, a riprova che, anche nella scultura e non solo su supporti planari di warholiana memoria, la ripetizione è differenza. Così Factum Arte, in collaborazione con Giberto Arrivabene, ironizza sulla fragilità dell’originale presentando calchi in vetro colorati della Paolina Borghese (1808) di Canova. Le copie ringiovaniscono l’immagine della scultura ottocentesca e, multiple, per quanto in vetro, la perpetuano. Qualcuno ricorderà Factum Arte come team di autori del facsimile in scala 1:1 delle Nozze di Cana (1562-63) del Veronese. Lì la copia ha restaurato digitalmente l’originale, oggi al Louvre, ed è stata collocata nel luogo di origine del telero, il refettorio palladiano del monastero di San Giorgio a Venezia, sollevando un acceso dibattito sull’autenticità. È più autentico l’originale falsificato dal contesto museale, racchiuso in una cornice dorata postuma, appeso ad altezza d’uomo e illuminato da una luce zenitale, o il facsimile “verificato” dal contesto originale? Paradossalmente, è con la copia che Le nozze di Cana recupera l’aura benjaminiana, una gaia ariosità, nella concordanza ideale e progettuale tra Veronese e Palladio.

Altri pezzi presenti in mostra fanno fronte, segnalano o risolvono controversie. Il busto stampato in 3D di Nefertiti, il #Nefertitihack, degli artisti Nora Al-Badri e Jam Nikolai Nelles, è stato prodotto scannerizzando segretamente l’originale al Neues Museum di Berlin, come risposta a una disputa tra il Museum e le autorità egiziane, che chiedevano in restituzione il manufatto. A riprova che la fragilità non riguarda solo materiali e strutture, ma vite umane ed esperienze, l’architetto inglese e rubricista del Dezeen Sam Jacob ha installato la replica 1:1, sempre ottenuta con scanner, del rifugio di Dar Abu Said, un sudanese della “Giungla” di Calais, il campo di 8000 profughi sulla Manica che vivono in condizioni di salute e igiene disumane nella speranza di raggiungere l’Inghilterra, fra sgomberi, ronde xenofobe, incendi. Barriere, fossati e camionette bloccano tutte le vie di uscita, demarcando un vero e proprio lager dentro l’Europa. Per Google maps questo campo ancora non esiste, è invisibile. Jacob ha trasferito a Venezia la baracca di Dar Abu Said e l’ha commutata in una costruzione di pietra.

Il più felice destino della copia è da solida compagna di esseri solitari.  

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