Si parla ora, e tanto, dell’Europa dei muri. Frontiere che sbarrano mettendoci di fronte ad “un vicolo cieco”. Si parla ora, e tanto, di abbattere questi muri. Non basta presentare il problema; lo spettacolo rimuove gli ostacoli attraverso l’immaginazione. C’è un muro. Al di là c’è una superficie su cui si proiettano ombre. Dietro il muro le ombre concretizzano forme: mani, scarpe, cappelli, scale, bottiglie, cannocchiali, bastoni, ombrelli….insomma una varietà di oggetti che si conoscono. Una ricerca di significato sui gradi di conoscenza tra immagine rappresentata e la sua vera natura. Il muro ne è lo spartiacque e può svelare qualcosa che altrimenti rimane nascosto.

Il muro, man mano, viene smantellato per evocare alla fine tutti quei numerosi chilometri di ostacoli da abbattere che ancora oggi sono indice di separazione. Ogni tentativo di comunicare resta bloccato da quella barriera; non necessariamente concreta e reale come un muro ma eretto con lo stesso miscuglio di odio, paura e mancanza di immaginazione. Lo stesso misero impasto di muri immateriali che separano gli uomini per razza, religione, cultura, ricchezze. Qualunque sia la ragione, il risultato è una linea di divisione. Baluardi, barriere, cortine, recinzioni, sbarramenti, steccati, insomma i muri che ancora resistono e tengono in ostaggio uomini e storia, costruzioni mentali e costrizioni sociali. Sono piccole storie o una unica storia di connessioni e concatenazioni narrate con la presenza di oggetti; in primo luogo i 50 mattoni che compongono il muro.

Un prologo verbale tra ombre e suoni ad esse connessi introduce il nostro stare di fronte al muro; costretti con lo sguardo fisso come si fosse in fondo ad un vicolo cieco. Da qui inizia un gioco che si svolge in toni fantastici, surreali, ironici per terminare nel lungo elenco dei muri che dividono il mondo.

Riccardo Caporossi

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