translatSilvana Borutti

Che cos’è la traduzione per quella facoltà umana, troppo umana che è il linguaggio? La traduzione è l’esperienza vitale e produttiva che mette in relazione le differenze, è la risposta immediata. Ma la positività del tema delle differenze è di fatto oscurato dall’interpretazione vulgata di Babele: cioè Babele come confusione. Secondo l’interpretazione vulgata del racconto biblico che tutti conosciamo, Babele, il mito condiviso misteriosamente da tutte le civiltà, parla di una Ur-sprache, una lingua originaria condivisa (tutti parlavano “la stessa lingua e le stesse parole”) e a cui succede, a seguito di una colpa sventurata, la punizione e la dispersione caotica delle lingue plurali. La necessità della traduzione per superare l’incomunicabilità resta così sinistramente legata alla colpa. Il significato di Babele si è congelato nel mito del disordine, della confusione delle lingue, dell’incomunicabilità seguita alla situazione della lingua paradisiaca, punizioni con cui Dio si sarebbe vendicato della hybris, dell’arroganza degli uomini. Ma il racconto va riletto e spogliato del velo mitico: un’analisi linguistica e semantica del testo ebraico mostra che la dispersione delle lingue e il multilinguismo possono essere letti non come punizione divina, ma come azione benefica che preserva l’umanità dallo sprofondare nell’identico e nell’indifferenziato. Intervenendo a disperdere l’umanità che costruisce la «verticalità chiusa della torre» per “farsi un nome”, «Dio impedisce la concentrazione totalitaria in un’unica città»; l’umanità è così costretta a disperdersi «verso l’orizzontalità aperta del mondo», e a entrare in contatto con l’altro, traducendo.1

Babele viene così a significare la presa d’atto della pluralità delle lingue, cioè della ricchezza delle forme di vita umane e dei mondi possibili compresi, interpretati e comunicati nel linguaggio. La traduzione può apparirci allora legata non a una colpa, ma a un atto di assunzione del limite e di necessario distacco dall’identico e dall’indifferenziato: un atto, quindi, di conoscenza e di crescita. In questa prospettiva, il mito di Babele insegna in fondo a pensare il problema dell’uno e dei molti, perché rappresenta le differenze sullo sfondo di un rapporto intimo che richiede quello che Walter Benjamin, nel Compito del traduttore, chiama il “legame intensivo” della traduzione nel passaggio tra le lingue plurali. La condizione della traduzione è il “tra”, che significa insieme e ad un tempo l’essere tra due lingue e tra due orizzonti simbolici, e l’attraversamento; significa in altre parole la differenza unita al legame, al dialogo, allo scambio con ciò che ci appare estraneo. La traduzione come l’incontro arricchente delle lingue plurali.

Fondamentale dunque il nesso fra traduzione e la differenza, o, meglio, tra la traduzione e il carattere vitale e produttivo della differenza. È vero che la traduzione mira sempre di nuovo e strenuamente e necessariamente a dire la stessa cosa, ma è anche vero che la sua ricchezza è sempre e altrettanto necessariamente dire altrimenti, in un processo incessante e sempre riaperto di trasformazione simbolica reciproca tra le lingue. “Dire altrimenti” può sembrare una perdita, un’entropia. Ma l’esperienza della traduzione può trasformare questa perdita in ricchezza: nella traduzione le lingue si arricchiscono, si scambiano (e si rubano) significati, rompono chiusura e provincialismo e comunicano la propria specifica forza significante, potenziandosi a vicenda e potenziando la propria capacità di ospitare l’altro. Tradurre è in fondo mostrare e accettare la differenza, accettazione che si esprime in un doppio legame: per cui da una parte non posso non tradurre, cioè esporre la mia lingua e il mio sistema concettuale a modelli diversi di interazione tra suono e senso, e a modelli diversi di organizzazione del contenuto e del significato delle nostre esperienze; ma dall’altra parte e nello stesso tempo non posso tradurre, non posso riprodurre nella mia lingua il corpo significante, il suono, il modo di costruire la realtà tipico dell’altra. La traduzione babelica è la messa in opera delle differenze: perché sono diverse «le lingue in cui si parla, si sogna, si tace» (ci ricorda la psicoanalisi),2 si comprende, ci si formano delle immagini di sé, degli altri, del mondo. Non c’è linguaggio, senza il moltiplicarsi delle realizzazioni in lingue differenti, senza traduzione e forse senza proiezione di una lingua originaria assente, non c’è lingua senza Babele.

La traduzione ha in questo senso un compito fondamentale ed elettivo: mettere in comunicazione le differenze. L’accesso ai significati dell’altro testo (come sanno bene i traduttori) o dell’altra cultura (come sanno bene gli antropologi) può avvenire solo in un processo di esperienza e di ricerca che non ha nulla di automatizzabile: i dizionari non offrono di per sé sinonimi o enunciati equivalenti, se non interviene l’opera di contestualizzazione e di scelta del traduttore, se non interviene il sentimento della lingua del traduttore. Per giunta, i significati, i concetti, i testi letterari e culturali non sono entità, ma forme dinamiche in trasformazione. Per questo Barbara Cassin, nel concepire un Vocabulaire européen des philosophies, sceglie di privilegiare quei «sintomi di differenza» che sono gli “intraducibili”: cioè quelle parole, espressioni, testi che, per quanto siano di fatto tradotti, richiedono tuttavia che si ricominci continuamente a tradurli, perché recano in sé in forma esemplare le differenze tra le lingue e tra gli insieme concettuali (ad es. la parola greca physis: fino a che punto è traducibile in italiano con “natura”?).

È oggi fondamentale che la traduzione sia considerata un atto di rapporto all’altro che non è semplicemente strumentale, di servizio, che non ha una funzione semplicemente ancillare. Difendere il valore del lavoro della traduzione è difendere la ricchezza espressiva e comunicativa delle lingue, contro la crescente uniformizzazione delle forme di comunicazione. È questo il concetto e l’esperienza di traduzione che ho in mente: la traduzione come un atto di decentramento consapevole. Le lingue, non tanto il linguaggio in generale, devono essere protagoniste: cioè la pluralità della vita simbolica delle società nelle lingue e nelle culture, e nelle produzioni letterarie sedimentate nelle lingue.

Date queste premesse, ritengo che sia importante assumere un concetto allargato di traduzione come trasformazione simbolica: una trasformazione che concerne non solo le lingue, ma anche la conoscenza che si forma e si comunica attraverso le lingue, le culture che si esprimono e si comunicano nelle lingue, la reinvenzione delle emozioni individuali e del mondo che avviene nella scrittura letteraria.

Molti esempi si possono fare: un esempio straordinario del valore conoscitivo e affettivo della traduzione è nella autobiografia di Nabokov, tradotta in italiano come Parla, ricordo. Speak, Memory. An Autobiography revisited, 1966, è la ritraduzione inglese della versione russa dell’autobiografia scritta in inglese di ricordi russi pubblicata nel 1951. Si tratta di un’autobiografia rivisitata attraverso la traduzione: la traduzione nella lingua materna realizzata da Nabokov con la moglie fa riemergere dall’oblio ricordi, fatti, persone che appartengono a un mondo vissuto in russo. Una vera e propria autobiografia linguistica traduttiva: nel lavoro di traduzione, trasformazione, comparazione inglese-russo-inglese, le lingue, incontrandosi e integrandosi mutuamente, riportano in superficie mondi di senso legati alla lingua d’origine, significati che sarebbero altrimenti stati silenziosi. L’autobiografia gli consente di dire e di comprendere in una lingua seconda, “in una marca di inglese di second’ordine”, come egli dice, la perdita della lingua materna, che non sarebbe riuscito a dire altrimenti. Nabokov è un émigré che ha perduto tutto, avendo perduto la lingua dell’origine. La ritrova di nuovo soggiornando tra le due lingue. Egli non ha però perso, ma anzi porta con sé quello che Benjamin, nel Compito del traduttore, chiama die reine Sprache: la “pura lingua”, quel rapporto segreto, intimo, intensivamente nascosto nelle traduzioni, che è punto di tangenza tra le lingue plurali.

Ancora, la traduzione come possibilità di accesso ai significati dell’altro è una situazione esemplare in antropologia. Dan Sperber commenta il lavoro etnografico di Evans-Pritchard:3 l’antropologo traduce la pratica del kuk kwoth presso i Nuer come “sacrificio a Dio (o a uno spirito)”, ma dopo aver tradotto spende pagine di commento per allontanare questa espressione dai significati di ispirazione classica o cristiana che noi assegniamo ad essa, e per spiegare che nel rito Nuer ci sono le idee di scambio, riscatto, trattativa, redenzione da disgrazie ‑ tutti elementi che rientrano nel campo semantico della nozione di “sacrificio Nuer”. Il lavoro conoscitivo dell’antropologo inizia dunque come una lunga glossa sull’attività del tradurre. Ciò significa che la nostra possibilità di esistenza simbolica vive di situazioni di traduzione.

1

 Donatella Di Cesare, Grammatica dei tempi messianici, Giuntina, Firenze 2011, p. 32-33.

2

 J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri, La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 2.

3

 Cfr. D. Sperber Il sapere degli antropologi, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 26-27.

Nota: il testo che proponiamo è la rielaborazione della conferenza che Silvana Borutti ha tenuto al Salone di Torino nell'ambito del ciclo Autore Invisibile. Ringraziamo l'autrice e Ilide Carmignani, coordinatrice dell'iniziativa.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Il dono del traduttore

  1. […] Alfabeta2, Silvana Borutti ha rielaborato l’intervento dello scorso maggio all’AutoreInvisibile […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
Almanacco
Il primo Almanacco di alfabeta2 che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it sul tema Post-futuro. Con sconto 30%!
La moneta del comune
Il secondo libro della collana alfalibri: La moneta del comune a cura di Andrea Fumagalli ed Emanuele Braga. L’obiettivo è semplice creare un ambiente socio-economico ed ecosostenibile in grado di produrre per sé e non per il profitto e la rendita.