Romano Luperini

In Stephen Hero Joyce scrive che anche la scenetta più «trivial» (insignificante, banale) più diventare «irradiant», può irradiare un qualche significato epifanico. E riporta alcune battute di un dialogo ascoltato per caso che per lui diventano una incarnazione della paralisi irlandese.

In Inattuali (Transeuropa) anche Gilda Policastro avvia talora i propri testi riportando una frase insignificante in romanesco ascoltata ai tavolini di un bar o in coda a un supermarket o su un autobus, come accade all’inizio del volumetto, nel componimento n. 1, «La verità è che i quattro salti in padella / no so’ cattivi», oppure, più avanti, nel componimento n. 9, «Nun se dovrebbe lavora’ pe’ legge quanno fa freddo». Ma l’effetto radiante o epifanico? La risposta a questa domanda non è facile eppure mi sembra decisiva. A prima vista si direbbe che l’effetto è cancellato. Nel regno dell’insignificanza contemporanea niente può essere significante. L’epifania risulta impossibile. Non solo l’epifania lirico-simbolica ad alta luminosità di significanza che chiude A Portrait of the Artist as a Young Man (l’apparizione della fanciulla angelo e uccello), ma persino quella ben più prosastica, a bassa intensità di significanza, che incontriamo in Stephen Hero, appartenente a una categoria che poi Joyce avrebbe voluto raccogliere in un libro (uscito poi solo postumo col titolo, appunto, di Epiphanies). La lingua poetica di Policastro gioca infatti molte della sua carte sul terreno di una assoluta prosasticità linguistica e ritmica. Il ricorso alla contaminazione o ibridazione fra alto e basso, fra echi iperletterari e trivialità del dialetto fa sprofondare la pretese di senso del primo elemento nel magma insensato del secondo. Starsene «fra il poetico e il cafone» (componimento n. 11) sembra comportare questa logica conseguenza. La società ipermoderna fa della cialtronaggine il proprio emblema. E in essa «i nessi» si perdono («non li vedo, i nessi», componimento n. 3), la comunicazione è stentata e difficile, afasia e sordità la fanno da padrone. È il dominio dell’orizzontale. Le gerarchie si azzerano, i valori si annullano.

Ma allora perché quei rinvii a Leopardi e a Montale (proprio nei due testi già citati n. 1 e n. 9), e talora a un Montale passato attraverso l’ironia di Sanguineti (una sorta di doppia citazione, o di citazione al quadrato)? Servono solo a significare che fine fanno passando attraverso il tritatutto della insensatezza quotidiana? Il riferimento a un passato altro non comporta una prospettiva anche verticale? Quando nella confusione della cialtronaggine, nel chiasso ipermoderno che impedisce di ascoltarsi e di capire, qualcuno dice: «com’era bravo / il poeta / a farsi sentire / in mezzo a tutto quel chiasso): / “il poeta buono, l’unico è quello morto”», lo scontro fra la banalità azzerante del linguaggio nella battuta riportata in chiusura e il concetto (il contenuto di verità) che nondimeno essa veicola non sprigiona un bisogno di senso e di valore? E anche di storicità, di svincolamento dell’eterno presente del mondo odierno, di messa in prospettiva della operazione poetica che si va elaborando? D’altronde il bisogno di storicizzazione del presente qui è fortissimo. Da questo punto di vista l’insignificanza e lo squallore delle battute in romanesco non fanno che rafforzare il senso del nulla e del dominio della morte (e della confusione fra vita e morte) come caratteri specifici della contemporaneità.

Insomma il riferimento a Leopardi o a Montale non è un vezzo letterario. Come si dice nella nota di poetica posta alla fine di Inattuali, qui infatti c’è anche un confronto con «le forme più classiche e le modalità più canoniche» che va al di là di un citazionismo alla moda, di quel gioco saputo (il solito balletto sull’orlo del baratro, l’intrattenimento ludico, cinico-scettico) che è proprio di molta letteratura postmodernista. Il fatto stesso che l’autrice senta il bisogno di accompagnare il proprio testo poetico con una dichiarazione di poetica (quasi un manifesto) è oggi un fatto insolito, e rivela un bisogno di teoria, di superamento del «poetese» finto-spontaneo (per riprendere il termine di un poeta a lei caro) .

Verrebbe semmai da chiedersi perché questa esigenza di complessità e di verticalità, presente nei testi poetici, e così congeniale alla saggista e alla critica militante, non compaia anche nei romanzi di Gilda Policastro. E credo che qui giochi una componente culturale passata nella formazione dell’autrice, in cui la lezione di Sanguineti, poeta e intellettuale «organico» assai più che romanziere, è stata decisiva. In Inattuali Sanguineti è sì indubbiamente molto presente, ma in forme più sfatte, e in versi in cui il linguaggio e la metrica novecenteschi, ancora così fortemente attivi nel poeta della neoavanguardia, si diluiscono sin quasi a dissolversi. Sanguineti che scherza su Montale non avrebbe potuto far proprio l’eloquio banale (e proprio triviale) della quotidianità e, per esempio, scrivere «allo scrittore minacciato dagli ottanta / rode il culo» (componimento n. 9). Ma qui si dovrebbe tornare all’interrogativo iniziale, a chiedersi insomma quale sia lo spessore del tasso epifanico che oggi è possibile trovare in un testo di poesia. E il discorso inevitabilmente si sposterebbe al di là di Gilda e del suo coraggioso sperimentalismo poetico, per interrogare i confini dell’ipermoderno contemporaneo, le sue colonne d’Ercole di miseria, morte e cialtronaggine, su cui questo libro (è il suo inquietante realismo) getta una luce sinistra.

Gilda Policastro

Inattuali

«Nuova poetica» Transeuropa, 2016, 42 pp., € 8

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Una Risposta a Le epifanie vuote di Gilda Policastro

  1. Diego Serafini scrive:

    La mia impressione, dopo averle lette, è che alla fine Policastro non abbia molto da dire, oppure, che forse è lo stesso, che parli di un mondo troppo autoreferenziale (Cella). Certo poi alla fine un significato lo si trova sempre a volerlo cercare. Peccato perché Policastro si sente che ha studiato. Ma forse è questo quello che mi piace di meno.

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