brexit-ukG.B. Zorzoli

Al dramma potrebbe aggiungersi la farsa. Secondo il Guardian, la decisione di Cameron di trasferire al proprio successore la notifica dell’uscita dall’UE sarebbe la prima mossa di una politica del rinvio, nella speranza che le prime conseguenze negative del referendum producano il ripensamento di una parte di coloro che hanno votato “leave”, e anche di alcuni leader dello schieramento antieuropeo. Il “non c’è fretta” della Merkel va nella medesima direzione. Sarebbe il bis del referendum greco, il cui esito è stato immediatamente contraddetto dalle decisioni del governo che l’aveva promosso.

Non stupisce che si consideri credibile l’ipotesi di una replica, a Londra, di quanto accaduto ad Atene. Il voto del 23 giugno ha sancito la frantumazione multipla (territoriale, generazionale, sociale) di un Regno che di Unito ha conservato soltanto il nome. Una frantumazione oltre tutto priva di rappresentanza politica, come conferma il divario tra la grande maggioranza dei parlamentari britannici, favorevoli alla permanenza nell’UE, e l’esito del referendum.

Analogo è il responso delle elezioni spagnole che, per la seconda volta in sei mesi, confermano la fine del bipartitismo popolari-socialisti e nel contempo segnalano la battuta d’arresto di Podemos, cioè del tentativo di proporre un’alternativa che non sia di pura protesta. Anche i segnali di fondo, emersi dalle amministrative italiane di giugno e dalle precedenti elezioni regionali francesi, ci parlano di una disarticolazione territoriale, sociale, generazionale, che il tradizionale sistema politico non è più in grado di rappresentare e, quindi, di gestire.

Vengono al pettine i nodi della finanziarizzazione dell’economia mondiale – l’unica globalizzazione pienamente compiuta - realizzata attraverso lo svuotamento di tutti gli strumenti di controllo sull’operato dei suoi protagonisti e la subordinazione di qualsiasi altro obiettivo alla compatibilità con quelli perseguiti da chi comanda a Wall Street e alla City. Costoro hanno fatto il deserto, chiamandolo liberalizzazione, grazie anche al contribuito di un fenomeno di solito trascurato: la subordinazione dell’economia reale alla finanza.

Chi dirige un’industria deve fare i conti con i cosiddetti fattori produttivi, fra cui i lavoratori, oggi meno numerosi di un tempo, ma pur sempre essenziali. Se la situazione di un paese in cui un’industria opera si deteriora, la scelta di chiudere la fabbrica e di trasferirsi altrove non è indolore; ha sempre un non trascurabile costo economico. Tutto ciò pone dei limiti all’autonomia decisionale.

Viceversa, nelle ultime settimane i media ci hanno informato dell’intenzione di gruppi finanziari con sede nella City di trasferirsi altrove, in caso di Brexit, e l’hanno fatto con lo stesso tono che avrebbero adottato per dirci che qualcuno ha preso un cachet perché aveva il mal di testa. Un amico di ritorno da Londra mi ha in effetti confermato che ai dipendenti di gruppi finanziari sono state fornite comunicazioni del genere, quasi si trattasse di ordinaria amministrazione. E certamente lo è per il vertice aziendale, che deve semplicemente spostare i computer e gli archivi, essenzialmente informatici, in uffici ubicati in altri paesi.

Nel mondo finanziario l’antinomia marxiana tra lavoro concreto e lavoro astratto è infatti sostituita dalla dominanza del secondo, che non crea nessun oggetto o servizio, ma solo una forma sociale: il valore. Priva dei vincoli posti dal lavoro concreto, la grande finanza continua a non avere inibizioni, come dimostrano le risposte che sta dando alla crisi provocata dalla Brexit.

Per contro, in chi è colpito dalla frantumazione multipla sembra prevalere la spinta ad accettare questo stato di fatto, con connotazioni diverse, che evocano però sempre la chiusura. La rivendicazione dell’identità nazionale e la demonizzazione dell’immigrato ne sono la rappresentazione più evidente, ma di non minore rilievo è l’accentuata difesa di interessi e di posizioni corporative (altrimenti non si piegherebbe la Brexit, come il favore che incontrano Trump e Le Pen).

Sanders in USA e Podemos in Spagna dimostrano che un’alternativa è possibile, ma sono ancora gocce che rischiano di evaporare rapidamente nel deserto in cui cadono.

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