francobolloAndrea Inglese

Ci troviamo oggi in una situazione paradossale. Sul piano editoriale, il romanzo è il genere vincente, l’unico genere letterario che sembra avere una legittimità commerciale, e nello stesso tempo proprio il romanzo sembra non aver mai goduto di così scarsa considerazione. Da molti, il romanzo è considerato un «genere facile», che ha rinunciato a porre sfide particolari al lettore, e che concentra tutte le sue virtù nell’abile costruzione di un intrigo in grado di catturarne l’attenzione ondivaga, strappandolo alle mille sollecitazioni di una società dell’iper-comunicazione. In altre parole, nel momento in cui il romanzo sembra non avere seri rivali all’interno del campo letterario, esso pare ricondotto alla sua forma più riconoscibile e rassicurante; il suo prestigio non ha limiti, ma i suoi margini di manovra sono ristrettissimi e improntati a una grande prudenza sul piano delle forme e dei linguaggi, delle procedure e dei materiali. La grande arte del romanzo novecentesco – per limitarsi alle sperimentazioni incessanti realizzate durante il secolo scorso – pare del tutto obsoleta, fuori moda, addirittura pretenziosa, e a quest’arte si vorrebbe forse sostituire il più rassicurante artigianato del plot ben fatto. Naturalmente questo è più un fenomeno ottico che una precisa realtà del campo. Ma se oggi l’arte del romanzo ancora perdura, ciò avviene per «licenze», eccezioni, bizzarrie, come se il romanzo avesse dimenticato la sua caratteristica di genere inclusivo e ibrido per eccellenza, e dovesse a ogni passo scusarsi delle infrazioni alla sacra legge di una trama ben fatta in una lingua ben familiare. Potente contravveleno a questo «spirito letterario dei tempi», è il saggio Un dialogo infinito. Note in margine di un massacro di Massimo Rizzante.

Il libro di Rizzante propone infatti un’immersione nell’arte del romanzo, intesa nel suo senso più alto e ambizioso: arte di un genere che, nato in Europa, ha subito continue metamorfosi e arricchimenti, incontrandosi con culture e lingue diverse in tutto il mondo. Parlare del romanzo, allora, significa parlarne all’altezza della sua profondità storica ed espansione geografica. Come dice il titolo del primo capitolo, tutto è presente nelle possibilità di parola, narrazione, conoscenza del mondo che un genere letterario come il romanzo apre a chi lo pratica, a chi lo legge, a chi ne esplora i confini come studioso. Ciò significa che in ogni singolo romanzo risuona la storia del genere e l’eco delle sue latitudini linguistiche e culturali.

Questa sorta di partito preso fa del libro di Rizzante un saggio labirintico, composto da una quantità densa e composita di materiali, in cui la voce dell’autore è distintamente presente, anche nella sua forma più apodittica e idiosincratica, di polemista, e nel contempo aperta e interrogante, in grado di far spazio alle voci altrui, a voci di romanzieri straordinari come Saramago, Fuentes, Ōe, Goytisolo, Kundera, Bergsson. Questa ampiezza di campo è una delle caratteristiche che da sempre costituisce il percorso di Rizzante e rende felicemente anomala, in Italia, la sua ricerca. Vi è come una perpetua urgenza di uscire dai confini di un dibattito enormemente concentrato su questioni e figure di portata unicamente nazionale, ma questa fuoriuscita non viene realizzata da Rizzante, che pur è comparatista di professione, rifugiandosi nello sguardo al di sopra delle parti, distaccato e neutrale, dello studioso accademico. Mettersi nei panni del comparatista non significa sottrarsi alla passione militante che anima i suoi interventi e che lo rende sempre consapevole del contesto specifico, contemporaneo, in cui vanno a situarsi.

Lo si è quindi capito, Un dialogo infinito non è una semplice raccolta di interventi monografici su diverse opere o autori; e neppure è un saggio di letteratura che si serve di qualche modello teorico forte, per conquistare una unitarietà di visione e sfuggire alla semplice collezione di materiali diversi. Il «dialogo» a cui il titolo si riferisce è innanzitutto quello tra il lettore e l’opera: dialogo fondante e insostituibile, rispetto al quale tutti gli altri sono conseguenza e continuazione. In questo dialogo, e nell’intelligenza che esso può suscitare in noi, Rizzante ha una fiducia spiazzante e inattuale. Non c’è traccia in lui di quel misto di scetticismo e nostalgia che costituisce lo sfondo depressivo di molti discorsi critici attuali sulla letteratura, né vi è ovviamente sintonia con l’aperto piagnisteo apocalittico di coloro che a ogni piè sospinto decretano l’ennesima morte del romanzo o della poesia. Nonostante i molti obiettivi polemici disseminati nel libro, ciò che guida il discorso è l’inesauribile voglia di confrontare opera e mondo, di decifrare l’essere umano, le sue grandezze e miserie attraverso la letteratura. Ed è chiaro che il terreno più idoneo per restituire in modo pubblico le tracce di questo dialogo è il saggio: inteso, nel senso più radicale, come specchio di una costellazione di domande, di analisi, di visioni che certe opere hanno prodotto nello spirito del loro lettore.

Non può allora sorprendere il carattere labirintico del libro di Rizzante, che mostra in tal modo di accettare il carattere non-sistematico, sempre aperto e sempre passionale della ricerca. Non vi è infatti una qualche postazione al di fuori del soggetto, da cui poter parlare dell’opera sovrastandola, come voleva realizzare il sogno strutturalista di una scienza della letteratura. Ma l’opera non è neppure una semplice occasione per celebrare una volta di più la dissipazione dei significati storici e la vaporizzazione del soggetto. L’opera romanzesca, in particolare, esprime una forma di conoscenza non sostituibile, non rimpiazzabile con qualcosa di più esatto o solido. E Rizzante lo ripete in diverse occasioni, e in diversi modi, ad esempio citando Ernesto Sabato: «Il romanzo è un tipo di creazione spirituale nella quale, a differenza di quella scientifica o filosofica, le idee non appaiono allo stato puro, ma mescolate ai sentimenti e alle passioni dei personaggi». E io aggiungerei, ricordandomi anche di Bachtin, che queste idee emergono in una foggia linguistica ben particolare, che può essere una stilizzazione più o meno elaborata di socioletti determinati storicamente e ideologicamente. Non solo, ma queste idee sono poi portate da personaggi che agiscono, e le loro azioni spesso divergono o contrastano con le loro idee.

Siamo ritornati, insomma, all’arte del romanzo, a quella suprema potenzialità del genere che gli permette di gettare luce sull’umanità, sulle sue parole storiche e sulle sue contraddizioni. Per meglio cogliere le caratteristiche di quest’arte, le sue diverse e irriducibili incarnazioni, Rizzante non esita a convocare anche la poesia e la sua esperienza di poeta. È questo un ulteriore aspetto del suo talento di saggista. Romanzo moderno e poesia moderna si fronteggiano, contaminano, definiscono a vicenda, in una sorta di perpetua tensione. Ecco allora che ai numerosi romanzieri di cui Rizzante parla, o a cui dà la parola in veste d’intervistatore, si vanno ad aggiungere importanti poeti, anche se spesso poco familiari a un pubblico italiano. Oscar Miłosz senz’altro è il più conosciuto, ma anche l’argentino Osvaldo Lamborghini, di cui Rizzante ha curato un’antologia poetica per Scheiwiller (ne ha parlato Lello Voce sul numero 30 di alfabeta2, giugno 2013), o il serbo Miloš Crnjanski o ancora Nikos Kachtitsis, poeta e romanziere greco. E alle pagine dedicate ai poeti vanno ad aggiungersi testi poetici veri e propri, secondo una logica architettonica e musicale che è cara all’autore, e che è appunto una delle prerogative del genere romanzesco.

Ma il romanzo e il saggio, come la poesia e il romanzo, sono anch’essi in costante dialogo. Quindi un capitolo che si apre con un’intervista al romanziere islandese Guðbergur Bergsson si chiude inaspettatamente su due testi poetici tradotti dal portoghese, uno del 1928 di Álvaro de Campos (l’eteronimo avanguardista di Fernando Pessoa) e l’altro del 1986 di Alexandre O’Neill. Ad arricchire la costellazione saggistica, interviene anche l’arte del traduttore, dal momento che per Rizzante la traduzione «è il miglior modo d’interpretare». «Io penso che nessuna opera degna di questo nome possa interamente esplodere la sua carica di verità solo nella lingua in cui è stata scritta. L’opera è una bomba estetica a orologeria di cui nessun autore può prevedere quando scoppierà, in quale preciso momento, in quale luogo, nelle mani di chi…».

Qui c’è un punto importante, che ci fa comprendere a fondo la frenesia di viaggi e d’incontri che anima l’esperienza dell’autore, e che gli ha permesso di raccogliere una tale quantità di letture e conversazioni. L’urgenza di uscire dalla sfera angusta del dibattito letterario nazionale non è frutto di quella periodica fascinazione per l’America, e per qualche suo autore faro, che nello scrittore italiano si accompagna sempre al sogno di una definitiva sprovincializzazione. Non si tratta semplicemente di ripetere l’arbasiniana «gita a Chiasso», per le inevitabili necessità di aggiornamento culturale. Rizzante ci sta dicendo qualcosa di più importante. È necessario andare verso altre opere, e altre lingue, perché proprio noi, portandoci dietro la nostra lingua e la nostra storia culturale, abbiamo la possibilità di rivelare qualcosa di fondamentale di quell’opera. Non esistono allora province e centri, esistono pluralità di livelli linguistici, culturali, stilistici che si compenetrano e illuminano a vicenda. «La storia del romanzo – scrive Rizzante – è sovranazionale, così come lo è la storia della critica letteraria. […] I poeti e i romanzieri hanno sempre cercato altrove, nel tempo e nello spazio. Spesso hanno sentito affinità più grandi con creatori che non appartenevano alla loro lingua, ma che li aiutavano a scoprire i territori meno esplorati della loro tradizione: Baudelaire che legge Poe; Séferis che legge Eliot; Fuentes che legge Broch; Ōe che legge Rabelais…».

Dopo aver percorso secondo svariati e inattesi itinerari questo libro sul romanzo, che è anche un libro sul saggio, la poesia, la traduzione, e il destino dell’uomo contemporaneo, si può tornare a considerare la forma romanzo in una luce meno fosca, meno claustrofobica, e coglierne la vocazione profondamente sperimentale che lo anima, ben al di là dei confini «editorialmente» rassicuranti costituiti dalle più assodate convenzioni realiste.

Massimo Rizzante

Un dialogo infinito. Note in margine a un massacro

Effigie, 2015, 258 pp., € 19

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