giovenaleMassimiliano Manganelli

Nel Paziente crede di essere Marco Giovenale riunisce e ricapitola un lavoro che occupa un arco di tempo piuttosto vasto, all’incirca dal 1990 al 2014. Il libro documenta, dunque, una sorta di lunga fedeltà alla prosa: che non si configura, nella scrittura di Giovenale, quale alternativa alla poesia o, peggio, come secondo mestiere. Qui le due modalità di scrittura si nutrono l’una dell’altra, in una dialettica ininterrotta che nella sostanza vanifica del tutto – finalmente! – la differenza tra verso e prosa. Anni fa, insieme ad altri, lo stesso Giovenale ha proposto, in un’antologia tutta da rimeditare, la nozione di «prosa in prosa» (a sua volta mutuata da Gleize), che in una certa misura riassume ciò che si può leggere nel Paziente crede di essere.

Tuttavia tale nozione non è comunque sufficiente, tanto che in funzione di sottotitolo compare una descrizione più articolata, che si vorrebbe esplicativa: Racconti, forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo. Se si conosce il lavoro di Marco Giovenale, il primo termine può risultare sconcertante: un approdo alla narrazione? Si può dire che un autore cui è cara la dimensione installativa della scrittura si sia accostato alla dimensione della temporalità (cioè della temporalità intesa come flusso orientato e organizzato)? Forse. Questo accade soprattutto nella prima parte, non a caso intitolata Sequenze, nella quale sembrano fare la propria comparsa persino delle entità minime simili a personaggi, tutti devianti e deviati come il paziente che dà il titolo all’intero libro (e del quale, nella sua mutevolezza, costituisce un’allegoria).

Occorre però precisare che la temporalità si può ordinare secondo procedure e grammatiche diverse dalla semplice trama, idolo assoluto di molta (troppa) narrativa dei nostri anni. Una delle forme alternative – per esempio nel testo intitolato apparel (una specie di catalogo di abiti improbabili) – è l’elenco, di cui Giovenale fa ampio uso, quasi a ribadire la qualità installativa del testo medesimo. In questo senso il testo maggiormente rappresentativo è senza dubbio A levare, un elenco abnorme che occupa tre pagine. Eccone un brevissimo estratto: «la tunica, il gel, la lacca, gli spilloni voodoo, la meridiana, la navata gotica smontabile, il motorino d’avviamento, il gruppo elettrogeno, lo stabilizzatore di tensione, la parrucca da dama, il telescopio, il rolex taroccato e quello originale». Si possono scorgere in questo breve campione testuale almeno due dei tratti più caratteristici della scrittura di Giovenale. Da un lato la pervasiva presenza degli oggetti, che occupano completamente la scena testuale, spesso spazzando via il dato meramente umano; dall’altro la compresenza sullo stesso piano – senza alcuna distinzione – di elementi materiali ed elementi astratti: compresenza che, più che mettere in atto una commistione o una ibridazione tra i due fattori, registra piuttosto una materializzazione dell’astratto. A questa si potrebbe aggiungere l’annullamento della distinzione gerarchica tra umano e cosa, da cui consegue l’abolizione di qualunque prospettiva antropocentrica della narrazione. Tutti questi accostamenti incongrui finiscono per produrre un effetto ironico, se non apertamente comico: circostanza nella quale si può scorgere un ulteriore approdo della scrittura di Giovenale, già molto variegata nel suo itinerario.

Un’altra via percorsa con una certa regolarità è quella della sequenza, unità minima del racconto – questo il significato del termine in narratologia – che tuttavia non è necessariamente organizzata, insieme alle altre sue consimili, in una forma (crono)logica. Ciò che «accade» non è affatto spiegato, si mostra soltanto in una configurazione slegata, e sta dunque alla volontà del lettore ricostruirne il senso, o conferirglielo del tutto. Ma forse, più che in chiave narratologica, il termine va inteso nell’accezione matematica: si tratta pertanto di una semplice successione.

Per dare conto del proprio operato, lo stesso Giovenale ricorre poi all’espressione «forme intermedie»: ibridi tra la scrittura in versi e quella in prosa, tra la narrazione e ciò che narrazione non è. Sono forme transitorie, di passaggio, che sfuggono a ogni classificazione (non a caso lo stesso autore nel sottotitolo fa uso di ben cinque termini). Nondimeno, forzando un po’ la lingua e il significato del termine «intermedie», le si può leggere come forme intermediali. Da anni, infatti, Giovenale è, nella sua generazione, uno degli autori che maggiormente guardano oltre la scrittura, soprattutto all’area delle arti visive e, più in generale, ai fenomeni della Rete. Ecco, questi testi fanno spesso pensare che siano frutto del dialogo con qualcosa che si trova al di fuori dell’ambito strettamente letterario, in particolare con tutto ciò che ha a che fare con l’immagine e la sua manipolazione. Di qui scaturisce peraltro una certa predominanza dello sguardo, per lo più rivolto agli oggetti; uno sguardo che trasforma i testi stessi in oggetti (narrativi) da combinare.

Spira in questi testi una vaga aria distopica, che preannuncia con toni mai drammatici – si parla infatti di un’«ennesima scomparsa della razza umana» – una catastrofe incombente. È un filo rosso che percorre l’intero libro e che trova la migliore espressione in Il primo, breve sequenza in cui un personaggio è costretto ad affrontare un inconveniente: si alza al mattino e, dopo aver scavalcato cumuli di cadaveri e aver fatto le consuete abluzioni con il sangue che sgorga dai rubinetti, corre al lavoro. Normalità e catastrofe coincidono: la normalità assomiglia sempre più alla catastrofe. Ma «inconvenienti» sono tutti i testi qui raccolti, perché, invece di dar luogo a una narrazione lineare priva di inciampi, inducono disagio nel lettore, lo costringono a notare le disconnessioni, le incongruenze. Lo obbligano a pensare, e dunque a partecipare alla stessa realizzazione del testo.

Marco Giovenale

Il paziente crede di essere. Racconti, forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo

Gorilla Sapiens, 2016, 144 pp., € 14

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Una Risposta a Marco Giovenale, l’inconveniente

  1. […] grazie ad alfabeta2 e Massimiliano Manganelli per la recensione al libro: https://www.alfabeta2.it/2016/06/23/marco-giovenale-linconveniente/ […]

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