csm_napoli_9cfe4ca4abAntonello Tolve

«Fin da quando ho iniziato, nel 1958, avevo vent’anni, la cosa più importante è sempre stata quella di produrre un’opera che si svolgesse in tempo reale, in una situazione reale». Così, in un’intervista rilasciata qualche anno fa a Eugenio Viola e a chi scrive, Hermann Nitsch (Vienna, 29 agosto 1938) riassume un percorso avvincente che, pur partendo dalla pittura (gli Schüttbilder sono operazioni concepite mediante lo spruzzo di sangue e colore sulla tela), si basa su una riflessione di natura teatrale, su una via che mira a coniugare l’arte alla vita, all’esperienza quotidiana. «Mi interessavaed è alla base del mio lavoro – utilizzare contemporaneamente, in maniera sinestetica, tutti i sensi. La vista, il tatto, l’udito, l’olfatto e il gusto sono al centro di tutti i miei procedimenti, sin dall’inizio del mio percorso». Penetrare il vitale, spingere lo spettatore al di là del puro evento, elaborare un discorso rituale sul mistero («un mistero che attraversa la vita terrena e apre una strada verso la trascendenza»), intrecciare il dionisiaco all’eucaristico e disegnare una sorta di catarsi che si manifesta nel corso dell’Aktion, sono alcuni dei procedimenti adottati dall’artista per tessere, sin dai primissimi anni Sessanta del secolo scorso, la trama dell’opera, per collegare i vari frammenti dell’esistenza a una celebrazione irripetibile che trasforma l’arte in vita e la vita in opera d’arte totale.

A questo padre del Wiener Aktionismus è dedicato, a Napoli, un museo che ne racconta la storia mediante metodologie di allestimento la cui ritmica ricorda la natura quantitativa della sineddoche, e cioè quella di mettere insieme, di sostituire e creare incroci, ponti, passerelle luminose. «Nel corso degli anni ho organizzato azioni e mostre un po’ ovunque» in Italia. Dopo una prima azione torinese che «ebbe luogo il 15 giugno 1973 […] nella cripta della Chiesa di Santa Pelagia, al numero 21 di via San Massimo», ce ne furono varie «a Milano, a Bologna, a Firenze, a Trieste, a Genazzano, vicino Roma. E naturalmente a Napoli dove, nel 1974, è nato un vero sodalizio con lo Studio Morra che lavorava particolarmente con la scena della performance e dell’azione. Un sodalizio ininterrotto, fino ad oggi, e culminato con l’apertura, nel 2008, del Museo Nitsch».

Per festeggiare i suoi primi sette anni di attività il Museo Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee Hermann Nitsch di Napoli, spazio totale inaugurato appunto nel 2008, grazie all’impegno, alla sensibilità e alla grande capacità di ascolto mostrata da un mecenate del calibro di Peppe Morra, disegna un nuovo itinerario nel solco dell’opera e dell’azione di un artista speciale che ha fatto del Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale, appunto) la cifra stilistica di un viaggio nella memoria, di un percorso nel presente e tra le presenze pulsanti di un mondo fragile e irrequieto.

Con Arena. Opere dall’opera, Nitsch concepisce, ora, un inedito percorso che, se da una parte cuce assieme una serie di «relitti», di avanzi, di frammenti, di oggetti «provenienti dalle azioni teatrali» organizzate «dagli anni Sessanta ad oggi», dall’altra mostra una strada che tratteggia ancora una volta lo spazio totalizzante del teatro delle orge e dei misteri (Das Orgien Mysterien Theater) per offrire allo spettatore un cammino libero, un itinerario che si svincola dalla rigidità semiologica del sistema espositivo, e rendere l’intero spazio un’opera capace di offrire gli odori, i rumori, i colori, le emozioni dell’OM Theater. Si tratta infatti di un nuovo spettacolo globale che, tra materiali caldi e freddi, tra colori e forme, tra calcoli naturali e artificiali, tra «il nitore limpido dei cubetti di zucchero» e «la perfezione glaciale degli attrezzi chirurgici», delinea un’ideale sintesi unitaria del lavoro (Nitsch) proposto da un artista che ha trovato nel sangue il colore privilegiato del suo lungo racconto d’arte.

Hermann Nitsch

Arena. Opere dall’opera

Napoli, Fondazione Morra-Museo Nitsch

dal 24 aprile 2016 al 13 settembre 2018

 

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