Lelio Demichelis

Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo . Inizia così – chi non lo ricorda? – il Manifesto del partito comunista, di Karl Marx e Friedrich Engel, anno di grazia 1848. Oggi lo spettro va ovviamente inteso in un senso diverso, il comunismo è morto e neppure il socialismo sta molto bene. E non tanto per una sconfitta sul campo (anche se, certo, la lotta di classe l’hanno vinta i ricchi ma soprattutto il capitalismo & la tecnica come apparato), quanto per la propria volontaria auto-liquefazione, il socialismo avendo alzato le braccia in segno di resa – o forse, e peggio, avendole allargate in segno di benvenuto – davanti al capitalismo e alla rete. Illudendosi che la globalizzazione e il web fossero la modernità ma anche la sua ineluttabilità, diventando più neoliberista dei neoliberisti, più ordoliberale degli ordoliberali, più tecno-entusiasta della stessa Silicon Valley.

Può allora il socialismo, risorgere dalle proprie ceneri, come la mitica Fenice? E come? Prova a rispondere Axel Honneth – importante filosofo tedesco, direttore dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, quello della Teoria critica e della Scuola di Francoforte novecentesca – in questo breve ma denso saggio che arriva in libreria dopo l’analitico e bellissimo Il diritto della libertà (e di cui questo è l’integrazione e il compimento sul piano propositivo), dal titolo L’idea di socialismo, e con un sottotitolo dal forte ottimismo della volontà: Un sogno necessario. Ma quanto necessario se è vero che, a parte Bernie Sanders, quasi nessuno osa più definirsi socialista e nessuno sembra volersi dire di sinistra? E, soprattutto, quanto davvero realizzabile, questo sogno, se ormai siamo (quasi) tutti capitalisti, tutti imprenditori di noi stessi, tutti makers, a causa di una rete che crediamo libera e democratica e perfino post-capitalista?

Necessario , sì; risponde Honneth. Perché nel socialismo «vi sarebbe ancora una scintilla viva, anche se per scorgerla bisogna però separare nettamente l’idea guida del socialismo dal suo guscio concettuale, radicato nel terreno del primo industrialismo, e trasportarla in un nuovo quadro teorico sociologico». Niente di nuovo, altri hanno detto e dicono che oggi è tutto diverso da ieri. Ma è sbagliato e non si dovrebbe dimenticare che nella realtà odierna poco è cambiato rispetto a ieri nella regola-base e strutturante del capitalismo (che è trasformista per essenza e per funzionamento). Semmai il capitalismo 2.0 sembra essere sempre più il capitalismo 0.0 dell’Ottocento e quindi servirebbe non solo un nuovo socialismo ma anche l’utilizzo nuovo – oggi che la rete è il nuovo mezzo di connessione, di produzione e soprattutto di estrazione di valore, e che siamo arrivati al capitalismo delle piattaforme e dell’accesso – dei suoi vecchi arnesi interpretativi. Perché il capitalismo è sempre basato – anche oggi – su individualizzazione del lavoro (la premessa necessaria) e sua successiva integrazione/totalizzazione (l’obiettivo da perseguire sempre e sempre meglio, nascondendo l’alienazione) all’interno di un apparato maggiore della semplice somma delle parti. A essere mutata è solo l’accresciuta individualizzazione (ma anche l’accresciuta connessione e integrazione di tutti nell’apparato), per cui siamo passati, dal fordismo concentrato delle grandi fabbriche novecentesche, non al post-fordismo bensì al fordismo individualizzato del lavoro in rete, tutti presi dentro quella grande fabbrica che è la globalizzazione più la rete.

Ma procediamo con ordine. Honneth parte da una premessa metodologica (nel libro «si tratta solo e soltanto di come si possano riformulare le istanze originarie del socialismo perché esso possa ridiventare una fonte di orientamento etico-politico»); da una premessa storica («L’idea socialista è una figlia spirituale dell’industrializzazione capitalistica; vide la luce in seguito alla Rivoluzione francese, quando emerse che per una larga parte della popolazione le sue istanze di libertà, uguaglianza e fraternità erano rimaste promesse vuote» – da qui Honneth parte per una attenta ricostruzione dell’idea appunto di socialismo passando per Owen, Fourier, Marx, Saint-Simon e Proudhon, arrivando a Castoriadis e Habermas); e da una riflessione forte sull’idea di libertà sociale perché, scrive, «gli esseri umani non possono realizzare la loro libertà unicamente di per sé, ma devono piuttosto fare affidamento sulle relazioni sociali tra di loro che però, a loro volta, possono essere chiamate “libere” solo se soddisfano determinate condizioni normative», per cui gli appartenenti a una società solidale non possono agire solo l’uno con l’altro – come nel liberalismo – ma l’uno per l’altro.

Ciò a cui aspirava il socialismo era il superamento del capitalismo. Ma da qui nasceva anche il suo limite, secondo Honneth: quello di credere che, per avere rapporti sociali solidali (e libertà) fosse sufficiente agire sull’economia e sulla proprietà dei mezzi di produzione e riformare o rivoluzionare (grazie all’azione del proletariato) il capitalismo. Tesi parzialissima e pericolosa affiancata da quella, ancora più pericolosa, secondo cui in futuro si sarebbe potuto rinunciare alla concessione di diritti di libertà individuale perché già sussunti e ricompresi e garantiti dalla onnicomprensiva integrazione di ciascuno nella nuova organizzazione del lavoro. Vero. Il paradosso, aggiungiamo, è che invece questo processo, immaginato e non realizzato dal socialismo, lo ha realizzato il liberalismo, in particolare l’ordoliberalismo tedesco (o economia sociale di mercato), coinvolgendo e integrando nella società i soggetti individuali nella modalità mediata dalla loro collaborazione alla produzione (non cooperativa, come sognava il socialismo, ma) concorrenziale-capitalista, illudendoli di realizzare così la loro libertà sociale e individuale (ciascuno imprenditore di se stesso, la vera democrazia e la libertà sono il mercato), senza doversi più preoccupare della loro autodeterminazione individuale perché questa è valorizzata sulla sola dimensione d’impresa (essere è: essere imprenditori). Il tutto con lo Stato che si fa promotore di mercato e concorrenza, e non arbitro imparziale tra capitale e lavoro.

Per realizzare oggi il sogno socialista servirebbe comunque un passaggio preliminare, scrive Honneth: un movimento di liberazione della comunicazione sociale e dell’interazione umana, eliminando le barriere all’entrata. E poi: «il mercato come istituzione deve essere smontato nelle sue diverse e autonome componenti in modo da poter riverificare in che misura risulti adatto a forme di coordinamento dell’agire economico ma di tipo cooperativo», in nome di un socialismo finalmente capace di prendere in considerazione «la possibilità che anche altre sfere riproduttive possano essere esaminate da un punto di vista della realizzazione della libertà sociale». Ma il mercato, si potrebbe obiettare, non è ormai diventato un sistema assolutamente integrato, a vocazione autopoietica, per cui non vi sono più parti autonome ma tutte sono convergenti nella logica – se non dell’industrialismo – del mercato? e come smontarlo, se sue sono la pedagogia, la teleologia, la narrazione collettiva e la teologia economica?

Ma non basta, scrive Honneth. Serve anche un quadro generale capace di permettere un’integrazione corretta e appropriata tra i diversi sottosistemi sociali. Qui Honneth comincia però a scivolare pericolosamente verso un organicismo («i confini futuri tra le sfere della libertà sociale saranno tali per cui esse si sosterranno reciprocamente e spontaneamente come gli organi di un corpo, nella riproduzione dell’unità sovraordinata della società») difficile da accettare. Certo, Honneth scrive (ma senza risolvere le criticità che introduce) che questa indicazione di un ordine superiore deve essere solo di massima e che in ogni nuova sperimentazione socialista si devono sempre lasciare margini di autonomia alle sfere sociali interessate; aggiungendo ancora che serve comunque una nuova sfera pubblica ad ampia e libera partecipazione, in modo che la sfera dell’agire democratico (come prima inter pares e come apripista sistemico) sovrasti la logica dell’integrazione tra le parti sociali autonome, trasformando poi «le soluzioni che sembrano plausibili in norme giuridiche vincolanti, grazie all’influenza che la stessa sfera pubblica politica riesce a esercitare sul legislatore».

Per cui non più il proletariato cambierà il mondo, ma sono piuttosto «le cittadine e i cittadini riuniti nella sfera pubblica democratica che, incoraggiando a compiere azioni di riforma, possono riuscire ad abolire, ma con la dovuta cautela, le barriere e i blocchi ancora esistenti che ostacolano la realizzazione di un essere spontaneamente l’uno-per-l’altro in tutte le sfere centrali della società». Il nuovo socialismo secondo Honneth – in cui la libertà individuale prospera non a dispetto, ma piuttosto grazie alla solidarietà – non può limitarsi dunque a cercare di rimuovere dalla sfera economica le forme esistenti di alienazione e di sfruttamento, se all’interno delle sfere delle relazioni personali e della formazione della volontà democratica resteranno ancora ben presenti coercizione, pressione e costrizione.

Interessante, allora, il nuovo socialismo di Honneth; anche se molto astratto e soprattutto non risolutivo. Il problema vero ci sembra allora lo stesso socialismo, da Blair a Hollande, che non rimuove, come dovrebbe, ma anzi produce o rafforza soprattutto le forme di alienazione e di sfruttamento del lavoro. Oltre a ridurre progressivamente le modalità di formazione della volontà democratica (come nel caso dell’«Italicum»).

Axel Honneth

L’idea di socialismo. Un sogno necessario

traduzione di Marco Solinas

Feltrinelli, 2016, 156 pp., € 18

Il diritto della libertà. Lineamenti per un’etica democratica

traduzione di Carlo Sandrelli, prefazione di Gustavo Zagrebelsky

Codice, 2015, 528 pp., € 35

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