Giorgio Mascitelli

È sotto gli occhi di tutti che la parola populismo occupi un posto centrale nel linguaggio mediatico italiano, e anche internazionale; a tal punto che spesso è stata usata reciprocamente nelle polemiche per esempio tra i sostenitori di Renzi e i suoi avversari. In linea generale il termine, aldilà della sua connotazione negativa, è molto usato per la sua ampiezza, o forse sarebbe meglio scrivere vaghezza, semantica. Infatti sotto questa categoria possono essere compresi comportamenti e giudizi assai diversi tra di loro: banalmente uno dei vantaggi del suo uso è che consente di riutilizzare l’antica categoria degli opposti estremismi senza che debbano ricorrere a questo sintagma coloro che, abituati a un linguaggio e a un mondo postfanfaniani, troverebbero qualche imbarazzo nell’indulgere in un’espressione così d’antan. L’accostamento, frequentemente riscontrabile in alcuni (preoccupati) commentati sulle elezioni primarie statunitensi, di Bernie Sanders a Donald Trump sotto l’ombrello protettivo di questa parola, in contrapposizione ai candidati moderati, ne è un esempio eloquente.

I vantaggi ideologici che questa parola riserva agli operatori professionali della comunicazione e della governamentalità neoliberista non sono limitati solo a quello sopraccitato; sono invece assai numerosi e arrivano a ottemperare a parecchie necessità di questa fase storica.

Certo è sorprendente che questa parola, coniata nella seconda metà dell’Ottocento in Russia per indicare un movimento dai caratteri socialisteggianti, abbia in così poco tempo modificato e allargato il proprio arco semantico: fin da subito l’accezione positiva del termine perdette importanza rispetto a quella negativa, che proveniva dall’ambito marxista. La critica al populismo, di ricadere in posizioni arretrate o reazionarie rinunciando all’analisi di classe e alla centralità della classe operaia, ne determinò il significato negativo, al quale si aggiunse quello apertamente dispregiativo di chi a parole sosteneva le masse popolari ma si disimpegnava dalle scelte pratiche che la lotta di classe imponeva. Insomma il termine designava negativamente il sostituire alla realtà del conflitto di classe narrazioni inadeguate e spesso nostalgiche.

Attualmente i movimenti e le posizioni politiche inquadrati sotto il termine populismo rientrano in parte nella sua definizione storica, ma in parte ne sono assolutamente estranei. Se prendiamo per esempio personaggi politici che sono stati qualificati in questo modo, troveremo tanto Varoufakis quanto Beppe Grillo; tra i movimenti politici sia la spagnola Podemos sia l’inglese Ukip; tra le posizioni politiche sia quelle euroscettiche con venature nazionaliste (se non xenofobe) sia quelle che criticano il dirigismo delle istituzioni europee in nome del principio della sovranità popolare. Insomma il senso generale del termine sembra essere quello di una demagogia che nasce ugualmente da nostalgie per il passato e da istanze di critica dal basso delle attuali forme di governo.

È evidente che per unire elementi così distanti in una medesima espressione occorra un presupposto ideologico tanto forte quanto implicito, ossia il considerare ogni forma di conflitto sociale, e non le cause che lo producono, come un elemento pericoloso e in definitiva inaccettabile. Il che comporta che l’attuale significato di populismo rovescia quello usato storicamente, che indicava le idee di quelle forze che praticavano forme spurie del conflitto sociale in contrapposizione a quelle che lo praticavano nelle forme autenticamente emancipatorie della lotta di classe.

Mi sembra che si possa spiegare una simile deriva della parola con l’imporsi di un’idea che tende a vedere qualsiasi dinamica sociale, o più banalmente collettiva, come una minaccia dei diritti dell’individuo. In questo senso «populismo» diventa il termine con cui inquadrare tutti fenomeni di opposizione o di sfogo ai meccanismi della governamentalità neoliberale presentati come un attacco all’individuo e alle sue libertà.

«Vivere pericolosamente» è il motto del liberalismo secondo Foucault, perché la pratica delle libertà promosse dal liberalismo genera automaticamente pericoli per queste stesse libertà: in quest’ottica «populismo» appare il termine e il concetto che abbraccia tutti i pericoli per i diritti dell’individuo neoliberale provenienti dalla sfera sociale e politica. Questa operazione presenta indubbi vantaggi per le élites del neoliberismo, da vari punti di vista.

Infatti se si inserisce entro un’unica cornice concettuale sia chi si oppone ai diritti degli omosessuali in nome della famiglia tradizionale sia chi sta lottando contro la precarizzazione del lavoro, oltre a ingenerare confusione nell’avversario, si favorisce lo sviluppo di forme di falsa coscienza che individuano nella lotta tra le libertà dell’individuo e i suoi nemici il conflitto del nostro tempo. In secondo luogo, la deprecazione mediatica di questo tipo di populismo finisce, tramite i meccanismi mediatici stessi, per aiutare a riprodurlo, impedendo l’emersione di forme di lotta di classe (è lo schema, visto ormai in molti paesi, di uno scontro tra destre tecnocratiche e populiste). Infine ha l’importante funzione didattica di abituare all’idea che delle pratiche democratiche non ci si può fidare perché ormai strumentalizzate dai populisti, rendendo così più presentabile il tipico disprezzo delle élites per le masse e la necessità di un governo tecnocratico.

È chiaro che per demistificare una simile operazione i movimenti possono rispondere solo mettendo in luce sistematicamente gli elementi di continuità tra i populisti veri e propri e le classi dirigenti neoliberali, per esempio nell’uso dei media e nel culto della gerarchia.

«Le parole sono importanti», gridava Nanni Moretti in un suo film. La deriva semantica della parola «populismo» è fra quelle che possono dargli ragione.

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