Elvira Vannini

«Al militante serve odio per produrre sapere. Tanto odio, studiare a fondo ciò che più si odia. La creatività militante è innanzitutto scienza della distruzione»: così dalla lucida e penetrante disamina sulla trasformazione storica delle figure soggettive della militanza e delle forme della rivolta anti-capitalistica, dalla Comune di Parigi fino alle insorgenze moltitudinarie recenti, condotta da Gigi Roggero nel suo ultimo libro, ricaviamo un’asserzione che non ha un obbiettivo polemico; piuttosto è un movimento di pensiero sovversivo che, irriducibile a una postura puramente teorica, è teso a fornire un grimaldello indispensabile per rovesciarsi in contro-soggettività. Non è un discorso intellettuale ma di metodo politico (e orgogliosamente di parte) quello che l’autore passa in rassegna pagina dopo pagina, con modi affilati e corrosivi, tutto interno alla materialità e alla potenza creativa delle lotte. E che ci appare subito come un utile «arnese» per l’indagine sul sistema artistico e culturale contemporaneo, su come realmente funzionano le nuove fabbriche sociali, con tutte le retoriche e i processi di mediatizzazione che favoriscono nei «pubblici» dell’arte una condizione di ignoranza che possa dissimulare il proprio sfruttamento.

Così, per conoscere e agire dentro il pensiero e la pratica rivoluzionaria, Roggero affronta la questione in termini genealogici (e non storiografici) a partire da una serrata analisi della composizione di classe, come luogo di produzione di direzione politica. La storia delle lotte non è lineare e nei momenti di sollevazione tutto si concentra nel presente. L’antagonismo esiste come potenzialità o come attualità, dalla Comune ai Soviet, dal passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale, fino all’attuale emersione di un nuovo soggetto che ci riguarda da vicino: il knowledge worker o la creative class in cui l’asservimento del lavoro cognitivo e immateriale attraverso la precarietà non è più una condizione lavorativa ma esistenziale. Aporie insolubili quando, nella sussunzione reale, spariscono i confini tra tempo e lavoro che nel settore dell’arte coincidono sempre di più con l’erogazione di lavoro gratuito e non retribuito. Ma le sconfitte, così come le conquiste, non sono irreversibili. L’organizzazione e la composizione di classe sono concetti politici, questioni di collocamento e di lotta, non esistono in quanto condizione naturale (e per sempre) ma come «contrapposizione». Perché «classe significa antagonismo di classe. Con Tronti: non c’è classe senza lotta di classe».

Così anche un libro può essere un potente indicatore politico, da tenere nella cassetta degli attrezzi, tra gli strumenti e i concetti da assumere creativamente, per «attrezzare» il pensiero e indirizzare la socializzazione dei saperi, interrogandosi sulla capacità affermativa e di sperimentazione estetico-linguistica, come proposta di emancipazione sociale o di opposizione, con la facoltà di destabilizzare i poteri riproduttori dell’ideologia dominante, dare tensione e creatività alle narrazioni dei conflitti in atto. Perchè, in tempi di lavoro immateriale e capitalismo cognitivo l’arte non può essere ridotta a un paradigma disciplinare neo-romantico (mentre invece assegna ruoli e funzioni, controlla e distribuisce condotte, gestisce risorse economiche e istituzioni, confeziona pubblici obbedienti e addomesticati), così come non si può separare il campo della riflessione e della sostanza teorica da quello della produzione semiotica e dal suo valore d’esposizione, inteso non come modello estetico ma regime di visibilità con cui si presenta oggi e sceglie cosa mostrare e cosa nascondere, o come occultare, il segreto della merce esponendolo alla vista.

Ma chi è il militante? Una figura politica che agisce dentro e contro la storia, non seguendo lo spirito del tempo ma aggredendolo. É colui o colei – sottolinea ancora l’autore – che mette interamente in gioco la propria vita, che costringe a schierarsi. Roggero ne delinea l’inflessibilità, il suo essere costitutivamente un agente di minoranza, che non risponde alla volontà generale ma a quella della sua parte, che prende le distanze dall’attivista, nell’accezione (alla moda) di derivazione anglo-americana, come suo cedimento strutturale. La questione interessa altri campi del sapere, al di fuori delle fenomenologie artistiche, nell’analisi dell’attivismo radicale – tutto il movimento zapatista, ad esempio, in cui questa definizione ha ancora un senso – ma, alla luce di queste considerazioni e così come viene assunta dentro al sistema dell’arte andrebbe probabilmente ripensata: le istanze autonome e antagoniste comportano la produzione di disordini, fissano regimi discorsivi, tracciano percorsi di lotta nel quotidiano, diventano veri e propri laboratori del conflitto sociale, nel definire il «soggetto politico» e le forme dell’agire estetico contemporaneo. Al centro della macchina rivoluzionaria, secondo Gerald Raunig, c’è la «concatenazione di arte e politica» – dall’impegno del comunardo Courbet e dalla sua trasformazione da artista a politico, passando per il Situazionismo e il maggio del ’68 fino alle proteste no-global e ai fatti di Genova – auspicando non tanto «una dimensione capace di rovesciare l’apparato statale» quanto piuttosto l’affermazione della triade di «insurrezione, resistenza e potere costituente».

Sono temi che occupano da anni la riflessione e il dibattito estetico, ma non bisogna dimenticare la matrice economica di personaggi e funzioni (quella tendenza neo-arcaista, come l’ha definita Maurizio Lazzarato, che nell’arte tenderebbe a re-imporre i ruoli tradizionali e il concetto di proprietà tipico dell’estetica modernista) ai quali lo slogan neoliberale per eccellenza esorta: siate creativi! Neppure l’ultimo contributo di Nato Thompson ( Seeing Power. Art and Activism in the 21st centuri, Melville House 2015) sfugge a questa logica e, anziché affrontare i focolai d’enunciazione comuni tra arte e politica, individua due tipi di produzioni, le social aesthetics e i tactical media, che rende inoffensive; e avvicina la figura del curatore a quella dell’hipster, nell’eseguire una sorta di perizia dell’osservazione del flusso di capitale sociale, da cui è espropriato ma che paradossalmente ne rappresenta il trionfo (non la sua contro-condotta). Tanto da diventare un brand della macchina espositiva, finendo così per legittimare opere che si dichiarano politiche ma che tutt’al più sono destinate a diventare beni di lusso di qualche salotto buono.

Come Benjamin non ha mai smesso di chiedersi: ma di quale libertà stiamo parlando se poi un soggetto ha il consenso e la possibilità di esprimersi senza vedere riconosciuti i propri diritti e le condizioni sociali? Senza cioè intaccare i rapporti di proprietà, le asimmetrie di potere e le gerarchie tra le cose? Ecco che l’arte non è un’entità astratta o metafisica, ma è calata dentro un preciso rapporto sociale, quello del capitale.

In un testo sull’arte militante Piero Gilardi racconta come nel ’68 interruppe la produzione artistica per dedicarsi a «un impegno più fattivo e radicale nelle lotte, sulla base della considerazione che per arrivare a “liberare l’arte” occorreva anzitutto contribuire a “liberare la società” dall’oppressione e dallo sfruttamento. L’intellighentsia del sistema artistico reagì alla situazione costruendo il mito della cosiddetta “morte dell’arte”. In realtà si trattava di una decostruzione intenzionata dal superamento dell’arte umanistica e borghese, funzionale al sistema capitalistico; gli artisti più impegnati respingevano tale utopia negativa con la consapevolezza che l’arte poteva corroborare l’aspetto soggettivo della lotta politica rivoluzionaria e al contempo rinnovarsi».

Negli ultimi anni si è assistito a una enorme concetrazione di investimento privato nel mondo delle industrie creative e delle corporate identities dentro lo spazio dell’arte – ormai ostaggio dichiarato di un processo di finanziarizzazione che ha invaso non solo il suo mercato – che corrisponde alle forme economico-politiche del neoliberismo e non può più essere concepito come uno spazio del tempo «liberato», sottratto ai rapporti capitalistici. Anzi, è impossibile misurare su scala sociale tutto il lavoro che è stato necessario per generarlo. Oggi un’azione critica dentro questo sistema è prima di tutto una critica dell’economia politica della conoscenza: l’intellettualità è una soggettività precaria e declassata, privata dei suoi campi di potere, il cui sapere è calato nel vivo dei rapporti di produzione e di sfruttamento. Per attaccare questo sistema bisogna allora studiarlo, per ripensare a fondo categorie e concetti bisogna possederli. Il salto in avanti – scrive Roggero – non è una rimozione di quello che è stato: per rompere bisogna conoscere. Ancora una volta, non si tratta di un problema teorico da risolvere. Si tratta di un nemico da abbattere.

Gigi Roggero

Elogio della militanza. Note su soggettività e composizione di classe

DeriveApprodi, 2016, 208 pp., € 13

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