RamanujanMichele Emmer

Uno degli argomenti sui cui i matematici dibattono da secoli è se gli oggetti e le teorie matematiche esistano, e vengano «scoperte» dai matematici, o, essendo mere creazioni della mente umana, esistano solo in quanto i matematici le «pensano». In un famoso libro, Matière à pensée (Odile Jacob 1987), il matematico Alain Connes e il neurobiologo Jean-Pierre Changeux discutono del ruolo della matematica. Il primo paragona il lavoro del matematico a quello di «un esploratore alla scoperta del mondo. […] Da un lato esiste una realtà matematica bruta e immutabile, noi la percepiamo soltanto grazie al nostro cervello, a prezzo, diceva Paul Valéry, di una rara commistione di concentrazione e desiderio». Aggiunge Connes: «un matematico può benissimo inventare un nuovo strumento di pensiero. L’immaginazione però non basta per fare matematica!».

Parole che si prestano a commentare anche la vita matematica, di grandissimo interesse, di Srinivasa Ramanujan: il quale – a dispetto di una scarsissima preparazione, quasi a digiuno di conoscenze sulla matematica del suo tempo – seppe ottenere risultati fuori del comune. «In questo libro mi propongo di raccontare la storia di Ramanujan, la storia di un intelletto imperscrutabile e di un cuore semplice. È una storia dello scontro culturale tra l’India e l’Occidente, tra il mondo dove Ramanujan era cresciuto e il luccicante mondo di Cambridge, tra le primitive dimostrazioni della tradizione matematica occidentale e i misteriosi poteri intuitivi di Ramanujan»: così scriveva nel 1991 Robert Kanigel nella biografia del matematico indiano, The Man who Knew Infinity, dalla quale l’anno scorso è stato tratto un film ora uscito nelle sale italiane. Una storia del genere – sull’onda dell’Oscar a The Imitation Game – non poteva non interessare il cinema inglese.

Srinivasa Ramanujan nasce nel 1887 nel villaggio di Erode, prefettura di Madras. Scuola elementare e liceo nella città di Kumbakonam nel 1898. A scuola trova un libro del 1856, Elementary results in pure mathematics di George Shoobridge Carr, che diventa il suo modello per scrivere di matematica: formule e brevi dimostrazioni. Con queste sole conoscenze, il giovane Ramanujan comincia la sua ricerca solitaria. Non sa nulla della matematica contemporanea, non sa neppure bene cosa sia una dimostrazione. Si interessa però di teoria dei numeri, di serie, delle relazioni tra integrali e serie.  Nel 1911 incontra Ramachandra Rao, uno dei fondatori della Indian Mathematical Society; due anni dopo scrive a G.odfrey Harold Hardy, famoso matematico inglese. Anche la sua è stata una vita molto interessante. L’anno prima della lettera di Ramanujan, nel 1912, si consuma la svolta della sua attività di matematico: la collaborazione con John E. Littlewood, che durerà 35 anni e rappresenterà un caso unico nella storia della matematica (una battuta diceva allora che erano tre i grandi matematici inglesi: Hardy, Littlewood e Hardy-Littlewood).

Il film è scritto e diretto da Matt Brown e vede Jeremy Irons nella parte di G. H. Hardy e Dev Patel in quella di Ramanujan; Toby Jones è Littlewood, Stephen Fry è Sir Francis Spring e Jeremy Northam Bertrand Russell. La prima parte si svolge in India. Scrive Ramanujan a Hardy: «Non ho avuto una formazione universitaria ma ho seguito regolarmente la scuola. Sto lavorando seguendo delle mie idee personali. I matematici di qui considerano i miei risultati incoraggianti». Quando Hardy riceve la lettera ne è infastidito. Molti teoremi sembrano fantasiosi, alcuni invece sono noti da un pezzo. Nessuna dimostrazione. «Un ciarlatano che simula il genio è più verosimile di un genio matematico sconosciuto?». Ne parla con Littlewood: «Prima di mezzanotte avevano capito, senza ombra di dubbio, che l’autore di quei manoscritti era un genio. Ramanujan era a livello dei grandi come Gauss e Eulero». Scrive a un certo punto, Hardy, che se Ramanujan fosse stato più istruito sarebbe stato meno Ramanujan; poi si corregge e sostiene che se fosse stato più istruito sarebbe stato ancora più straordinario.

È proprio Hardy, in ogni caso, ad attivarsi per far venire Ramanaujan in Inghilterra. L’indiano è un bramino, segue in modo rigido i precetti religiosi, non è chiaro se possa attraversare l’oceano. Finalmente, sul finire del ’14, Ramanujan arriva a Cambridge. Si laurea nel 1916, nel ’18 entra nella Royal Society e ottiene un posto al Trinity College. Ma nel ’17 contrae la tubercolosi; nel ’19 torna in India, dove muore nella primavera dell’anno successivo.

La relazione tra Hardy e Ramanujan si basa in modo fondamentale sulla teoria matematica; ma la matematica, nel film, compare pochissimo.  La ricostruzione d’ambiente è invece molto accurata, e Ivory è bravo a rendere quello strano intellettuale che fu Hardy. Ripete le parole della sua autobiografia, A Mathematician’s Apology (1940): «Ancora oggi nei momenti di depressione mi dico “Io ho fatto qualcosa che voi non sareste stati mai capaci di fare: ho collaborato con Littlewood e Ramanujan, su un piano quasi di parità”». È credibile nell’essere da un lato scostante, dall’altro capace di rendersi conto che ha davanti un fenomeno unico. È un continuo incontro-scontro quello fra lui e Ramanujan: l’uno ateo e l’altro convinto che le proprie intuizioni matematiche gli vengano direttamente dalla divinità che venera; l’uno un fine intellettuale e l’altro l’immigrato da un paese coloniale, senza istruzione.

Il regista impiega movimenti di macchina molto lenti, le riprese «circondano» i personaggi; siamo molto vicini ai protagonisti, quasi fossimo a teatro. Tutto molto preciso. Però… manca l’entusiasmo. Che cosa fa tutto il giorno Hardy, a parte aspettare che arrivi Ramanujan? E che fanno poi insieme? Si accenna alla mancata dimostrazione di Ramanujan della formula – tuttora sconosciuta – che genera tutti i numeri primi (questione essenziale nei problemi di sicurezza informatici). Mentre ottiene risultati fondamentali sulle partizioni (sia da solo che con Hardy), sulle serie, sul calcolo degli integrali e in tanti altri settori molti dei quali tuttora molto utili in una quantità di applicazioni della matematica.

Scrive Kanigel: «È una storia di sistemi sociali ed educativi, del modo in cui possono a volte alimentare e a volte soffocare il talento. Quanti Ramanujan vivono oggi in India, ignoti e ignorati? E quanti isolati in ghetti razziali o economici, a malapena consapevoli dei mondi al di fuori di loro?».  Certo a questo si accenna nel film ma, ripeto, la passione latita. Un film comunque da vedere, anche se non coglie quanto della matematica scrisse una volta Robert Musil: «la nuova logica e lo spirito nella  loro essenza».  

L’uomo che vide l’infinito

sceneggiatura e regia di Matt Brown, soggetto di Robert Kanigel

Regno Unito 2015, 114’


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