anonymous-newElisabetta Marangon

Forse alla fine i luoghi, gli oggetti, le cose o i volti incontrati per caso, aspettano semplicemente che qualcuno li guardi, li riconosca, e non li disprezzi relegandoli negli scaffali dello sterminato supermarket dell’esterno. Forse questi luoghi appartengono più al nostro esistente che alla modernità e non solo ai deserti o alle terre desolate. Aspettano forse nuove parole o nuove figure, perché quelle che conosciamo sono da troppo usurate, e perché molti non sono stati solo mutamenti del paesaggio, quanto cambiamenti del vivere. In tutto questo mi sembra di leggere, soprattutto, una sorta di stato di necessità affinché il paesaggio di cui parliamo, luogo del presente, si trasformi e non rimanga luogo di nessuna storia e di nessuna geografia.

Luigi Ghirri

Un bidone della spazzatura, talvolta, almeno per me può essere bello. […] Alcune persone sono in grado di vedere e di sentirlo. Mi chino verso l’incanto, la potenza visiva dell’estetica dell’oggetto respinto.

Walker Evans

Lo sguardo sorpreso di un uomo, con un cappello sulla testa che nasconde il suo volto per metà, si incrocia inconsapevole con quello di altri ignari sconosciuti mentre percorrono la stessa via, lo stesso giorno, illuminati dagli stessi raggi abbacinanti diurni in un qualsiasi sabato di novembre a Detroit. Si tratta dei lavoratori anonimi, ritratti in bianco e nero da Walker Evans nel 1946 per la rivista «Fortune». Sono loro ad accogliere il visitatore all’ingresso di Palazzo Magnani, dove sono allestite in contemporanea due mostre a lui dedicate nell’undicesima edizione di Fotografia Europea: Walker Evans. Anonymous, a cura di David Campany, Sam Stourdzé e Jean-Paul Derrider, e Walker Evans. Italia, a cura di Laura Gasparini.

Tra teche di stampo museale, che conservano pubblicazioni rare dell’epoca, disposte in sale che si susseguono secondo una scansione cronologica, si rivelano allo sguardo alcune rare immagini e testi realizzati da Evans dal 1929 al 1974, mentre l’incedere conoscitivo è incalzato da un indefinito commento sonoro, di incerta provenienza, che riecheggia a intermittenza tra le pareti, segnandone non solo il passo, ma anche il respiro dello sguardo.

Lo conduce dalla prima fotografia di Evans, pubblicata dalla rivista «Alhambra», alla pura e indipendente registrazione di Let Us Now Praise Famous Men, in collaborazione con lo scrittore e sceneggiatore James Agee (il libro, uscito nel 1941, è stato proposto dal Saggiatore nel ’94 e riproposto a più riprese, l’ultima due anni fa); dall’esposizione di Labor Anonymous, nella quale le singole unità paiono collidere l’una contro l’altra fino a formare un unico organismo che muta forma e direzione a seconda del soggetto osservato, ai viaggiatori della metropolitana di New York ritratti di nascosto in Subway Passengers (1938-41). Dalle Polaroids, dominate dalla totale assenza della figura umana e dalla centralità di elementi quotidiani, ritenuti per lo più marginali e banali, al volto di Evans, svelato poco prima di abbandonare quello spazio abitabile, dai ritratti di Helen Levitt, Jerry L. Thompson e Marcia Due.

La retrospettiva Walker Evans. Anonymous destabilizza per l’inaspettato passaggio dal bianco e nero al colore, dall’architettura ai ritratti, dalle abitazioni agli still life, dalle collaborazioni con le riviste alle monografie, dalla committenza all’indipendenza, dalle macchine fotografiche di grande formato all’istantaneità della polaroid, dalle pose di ascendenza sanderiana all’espressività colta di nascosto, dalla staticità al movimento.

La voce profonda, che abbiamo percepito sino a ora, si rivela appartenere a Evans. Proviene da un raro video in bianco e nero, appartenente a Campany, che viene proiettato su una delle pareti. La luce del video impressiona i corpi e i volti dei visitatori, attratti dalle inaspettate immagini in movimento. Mentre gli passano davanti, Evans sembra renderli protagonisti anonimi, come le persone da lui ritratte nell’arco della sua poliedrica carriera, e al contempo sagome indefinite e immateriali, al pari della sua stessa figura, evanescente, proiettata a loop. L’audio, a tratti disturbato, lo schermo, con righe che ne cancellano la leggibilità per alcuni secondi, e il ralenti, che dilata la percezione spaziale e temporale, sottraggono il documento a una collocazione storica precisa: più che un’intervista degli anni Settanta, pare essere un video messaggio chissà quando inviato alla Terra da un’ignota stazione spaziale.

Migliaia di frammenti di vetro, dalle tinte eccentriche e dalle dimensioni irregolari, giacciono su una superficie indefinita, rivelando uno scenario cangiante simile a quello di una città intravista di notte da una veduta aerea. Se ci si sofferma sugli elementi che lo compongono, è possibile riconoscere le tracce di un immaginario popolare. Lettere e figure dai tratti fumettistici emergono come geroglifici che sembrano appartenere a una civiltà postmoderna di un pianeta imploso. È una delle immagini che compone la serie Flippers (1977-1978), di Olivo Barbieri, presentata per la prima volta all’interno della Galleria Civica di Modena nel 1978, e da quest’anno parte essenziale di Walker Evans. Italia. L’autore confida ai visitatori, in un’intervista rilasciata a Laura Gasparini (contenuta nel catalogo della mostra), come il progetto sia nato dalla scoperta di una fabbrica dismessa, collocata nei pressi di una zona periferica della Pianura Padana. Il puzzle di schegge colorate, decontestualizzato e fotografato, acquisisce un nuovo significato, come suggerisce la curatrice, trasformandosi da scarto industriale in architettura vernacolare, simile a un’installazione di arte contemporanea. E finisce per rivelare un’affinità non solo estetica, ma anche di pensiero, tra Barbieri e Evans: il quale è sempre stato attratto dagli elementi quotidiani, anonimi e in apparenza inespressivi.

Oltre ai lavori di Barbieri, è possibile scoprire da vicino le opere degli altri fotografi italiani ispirati, come lui, dallo sguardo carezzevole di Evans: Fosso Ghiaia di Guido Guidi (1972), Roma di Luigi Ghirri (1980) o Le Tréport di Gabriele Basilico (1985): tutti selezionati dalla retrospettiva fotografica, e al contempo bibliografica, proposta da Gasparini. Accanto alle immagini di Evans, provenienti da collezioni pubbliche e private, sono esposti alcuni oggetti inconsueti, come cartoline, monografie e pubblicazioni rare (da lei scoperte negli archivi personali dei fotografi citati) che sottolineano, ancora una volta, l’eccezionalità del legame, non sempre riconosciuto, tra la fotografia italiana e quella americana, impersonata, in particolar modo, dalla figura di Evans: per molti di loro, una sorta di guida spirituale.

Nello specifico rappresentò un’ancora di salvezza per Luigi Ghirri: il quale nei primi anni Ottanta si era assunto il compito storico di avviare un processo culturale di rinnovamento nel modo di pensare l’Italia, il paesaggio e la fotografia. Quella denominata Nouvelle Vogue o Scuola italiana di paesaggio anima lo scenario italiano fino ai primi anni Novanta: l’esperienza collettiva e democratica di Viaggio in Italia (1984) ne è considerato il manifesto poetico. L’attenzione a un paesaggio ignorato, escluso e marginale, si ritrova anche in una pubblicazione, Esplorazioni sulla via Emilia. Dal fiume al mare, edita in due volumi da Feltrinelli nell’86: una sinfonia visiva nella quale si intersecano forme di scrittura diverse e complementari. Da quella letteraria (celebre la prefazione di Italo Calvino come i racconti di Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati e Antonio Tabucchi, tra i protagonisti di Scritture nel paesaggio), a quella fotografica (Mimmo Jodice, Klaus Kinold e Vincenzo Castella erano tra i fotografi coinvolti in Vedute nel paesaggio), fino ad abbracciare quella musicale e filmica (grazie a Lucio Dalla e a Nino Crescenti).

L’esposizione, che trent’anni fa si tenne nelle Sale Comunali di Reggio Emilia, viene celebrata dall’undicesima edizione di Fotografia Europea, la cui riflessione s’incentra quest’anno su La Via Emilia. Strade, viaggi, confini. Un tema che, se da un lato rende omaggio allo sguardo interrogativo di coloro che ne furono gli ideatori storici, dall’altro intende proporre una nuova possibilità conoscitiva sulle mutate condizioni geopolitiche: sia attraverso i venti racconti degli autori raccolti in Almanacco 2016. Esplorazioni sulla via Emilia, fra i quali Paolo Nori e Sandro Campani (a cura di Ermanno Cavazzoni, «Compagnia Extra» Quodlibet, 2016, 192 pp., € 15), sia attraverso le opere di sette artisti contemporanei – Alain Bublex, Stefano Graziani, Antonio Rovaldi, Sebastian Stumpf, Davide Tranchina, Paolo Ventura e Lorenzo Vitturi – invitati, da un comitato scientifico presieduto da Diane Dufor, Elio Grazioli e Walter Guadagnini, a svelare la loro poetica sul mondo partendo proprio dalla via Emilia, attraverso un’innovativa e sperimentale forma di racconto.

Nella suggestiva cornice del Palazzo dei Chiostri, uno dei luoghi espositivi del Festival (arricchito da una pluralità di sedi e di iniziative dislocate nella città), insieme a Esplorazioni sulla Via Emilia, si scopre Via, la videoinstallazione a colori di Stumpf, che compie ripetute azioni in apparenza illogiche, scandite da un tempo ciclico e ossessivo, tipico della slapstick comedy e dei videogames. Nonostante cambino i teatri urbani delle sue performances, la macchina da presa rimane impassibile a contemplarlo al pari dei passanti, creando un forte sentimento di estraneità.

Troviamo paesaggi sospesi, invece, nell’affresco corale Mo’dinna mo’dinna di Rovaldi, il quale narra in bianco e nero l’inquietudine di Modena, cittadina americana che riprende (come molte altre località degli Stati Uniti) il nome di quella emiliana: e che si trova tra lo Utah e il Nevada. Tra case abbandonate, rottami e rotaie del treno, unico indizio della presenza umana sono tre cavalli, reclusi all’interno di un recinto, che restituiscono lo sguardo in camera: simili, nella loro immobilità, alla statua di una mucca collocata all’interno di un giardino di Parma, luogo dal quale il fotografo si è incamminato, un giorno di novembre, alla volta di Modena. Tutto è algido, silenzioso, congelato in un tempo che sembra scorrere, in automatico, in spazi dove gli oggetti (una sedia, un’altalena o un ombrello) suggeriscono un’assenza fisica ed emozionale.

Dalla riappropriazione del già visto, nella surreale serie Paysage di Bublex, si passa ai disegni geometrici di Via Emilia, di Ventura, di matrice pittorica e fotografica. Da Alcune immagini ricorrenti di Graziani, basato su una ricerca relazionale e casuale sul noto, a Strada Stellare 9 di Tranchina, un vagabondare perpetuo tra i segni del passato e del presente di Rimini e Piacenza. Per arrivare a Sintesi SS9, di Vitturi, nel quale i diversi oggetti incontrati lungo la via Emilia sono assemblati mediante un procedimento fotografico e scultoreo, acquisendo una nuova connotazione interpretativa. Vitturi chiude il percorso di Nuove Esplorazioni animato, come afferma Grazioli, da «un continuo gioco di spiazzamenti, nel quale il luogo – la via Emilia – da oggetto di ripresa diventa soggetto di azione, dove quello che si vede conta non in quanto veduta, ma in quanto suggestione, rimando, innesco».

La via Emilia. Strade, viaggi, confini. Fotografia Europea 2016

a cura di Elio Grazioli, Walter Guadagnini

Silvana, 2016, 260 pp. ill. col., € 28

Walker Evans. Anonymous

Reggio Emilia, Palazzo Magnani, dal 6 maggio al 10 luglio 2016

a cura di David Campany, Jean-Paul Deridder e Sam Stourdzé

catalogo

Walker Evans, the magazine work,

a cura di David Campany

Steidl, 2014, 224 pp. ill. b/n, € 48

Walker Evans. Italia

Reggio Emilia, Palazzo Magnani, dal 6 maggio al 10 luglio 2016

a cura di Laura Gasparini

catalogo Silvana Editoriale, 2016, 96 pp., 150 ill. col., € 23

1986. Esplorazioni sulla Via Emilia

(Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Giuseppe Chiaramonte, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Guido Guidi, Mimmo Jodice, Klaus Kinold, Claude Nori, Cuchi White, Manfred Willmann; video di Nino Criscenti)

Reggio Emilia, Chiostri di San Pietro, dal 6 maggio al 10 luglio 2016

a cura di Laura Gasparini

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2016. Nuove esplorazioni

(Alain Bublex, Stefano Graziani, Antonio Rovaldi, Sebastian Stumpf, Davide Tranchina, Paolo Ventura, Lorenzo Vitturi)

Reggio Emilia, Chiostri di San Pietro, dal 6 maggio al 10 luglio 2016

a cura di Diane Dufour, Elio Grazioli, Walter Guadagnini.

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