Full Fill Home, Anupama Kundoo

L'architettura che fa la differenza. Il discorso di Aravena

Lucia Tozzi

Reporting from the Front è una Biennale insolitamente densa e interessante, ma non è fatta per piacere agli architetti. Alejandro Aravena, che l’ha curata, è diventato famoso grazie a una poco comune capacità di diffondere il discorso che gli sta a cuore: l’importanza e l’efficacia di un’architettura utile a risolvere i problemi dell’uomo. Potrebbe sembrare una semplificazione eccessiva del suo pensiero, ma è proprio così che Aravena ragiona, senza porsi limiti e senza farsi troppe domande di metodo. La sua biennale è lo specchio di questo atteggiamento anti-intellettualistico, che a quanto pare risulta molto offensivo per gli architetti. Gli spazi dell’Arsenale e dei Giardini offrono una sequenza molto bilanciata di 88 progetti, ben distribuiti, scelti in base a un unico principio. Ognuno di essi rappresenta – secondo l’interpretazione del curatore – la risposta a uno o più problemi elencati in questa bizzarra lista: diseguaglianza, sostenibilità, traffico, spazzatura, criminalità, inquinamento, comunità, migrazioni, segregazione, disastri naturali, città informale, periferie, housing, qualità della vita.

Anche se in effetti questi «temi» – formulati e assemblati in modo così scolastico – possono ricordare le piaghe d’Egitto, in realtà non c’è traccia di negatività nelle sale della mostra: nessun dato allarmante, analisi critica, presa di posizione politica trapela dalle scarne didascalie. Chi si aspettasse di trovare un atteggiamento vittimario è destinato a rimanere schiacciato dall’ottimismo e dal pragmatismo assoluti di Alejandro Aravena. Quelle che ha deciso di esporre sono soluzioni, grandi e piccole, di lungo termine e immediate. Sono l’eccellenza del riuso e del riciclo, come il lavoro pluridecennale dei Rural Studio negli USA, l’uso geniale di moduli prefabbricati in ferrocemento nella Full Fill Home di Anupama Kundoo, la trasformazione di bui depositi dell’acqua a Medellin in parchi pubblici diffusi, l’alleggerimento strutturale praticato in modo diverso da Werner Sobek e da Ochsendorf, Block e Dejong, ma ugualmente finalizzato a risparmiare energia e materiali.

Nessuno spazio per il concettuale, e assai poco riservato alla ricerca pura, a parte forse la grande sala di Forensic Architecture di Weizman – che mette a punto una metodologia utile a produrre prove concretissime nei processi internazionali per le guerre e i genocidi. Anche l’indagine condotta da Rahul Mehrotra sul Kumbh Mela, la grande festa religiosa che si tiene ogni dodici anni nell’Uttar Pradesh producendo una città effimera di sette milioni di abitanti che al termine dei cinquanta giorni rituali viene spazzata via dal monsone, è finalizzata in Biennale all’elaborazione di nuovi sistemi logistici per le situazioni emergenziali o festivaliere, i grandi assembramenti.

Ma soprattutto quello che colpisce è l’assenza di citazioni e riferimenti. Il discorso di Aravena decontestualizza – e non certo per ignoranza – progetti e ricerche, li descrive esclusivamente nella loro dimensione presente, come se non avessero una storia, come se non esistessero precedenti culturali. In spregio all’uso dominante nel mondo dell’architettura contemporanea, che infarcisce i testi e la comunicazione di richiami per lo più casuali a saperi lontanissimi, di retoriche strappalacrime o deliri di onnipotenza, di un lessico ambiguo e contorto, Aravena si esprime con un linguaggio chiaro fino alla piattezza: «L’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. Non è più complicato, né più semplice di così. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto. Essi sono la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche della mancanza di coordinamento, dell’indifferenza o della semplice casualità. Le forme che assumono possono migliorare o rovinare la vita delle persone. […] Reporting from the Front riguarda la condivisione con un pubblico più ampio dell’opera delle persone che scrutano l’orizzonte alla ricerca di nuovi campi di azione, integrando il pragmatico con l’esistenziale, la pertinenza con l’audacia, la creatività con il buon senso: storie di successo e casi esemplari in cui l’architettura ha fatto, e fa, la differenza».

Certo la mancanza di sfumature può risultare, alla lunga, fastidiosa, soprattutto se la pretesa di essere limpidi si sposa a una rimozione totale del «nemico»; se l’oggetto polemico viene cioè ridotto ai generici fantasmi degli interessi, dell’indifferenza o della casualità. Un’enorme omissione pesa su questa Biennale: perché questi casi e queste storie sono parentesi minoritarie, perché restano ai margini della disciplina? Si può costruire un’egemonia diversa, operare un cambio di paradigma culturale, utilizzando solo energie positive depurate dal livore della battaglia, o è una pia illusione?

Le reazioni degli architetti di fronte al display araveniano fanno propendere per la seconda ipotesi: cavillosi come uno stuolo di avvocati, hanno messo in rilievo ogni minima incongruenza del «Fronte», hanno stigmatizzato le presenze impure (inevitabili in un evento come la biennale), hanno largamente attinto al repertorio del politically incorrect (fortissimo nel campo dell’architettura), hanno criticato contemporaneamente l’eccessiva estetizzazione e la troppa attenzione al sociale (perché esiste una legge non scritta per la quale il sociale deve apparire sporco e sciatto). L’attaccamento al postmoderno alligna ancora massiccio, e nello spiazzamento generale il sentimento prevalente è la nostalgia per l’allegria perduta con cui i teorici degli anni Ottanta si liberarono delle famose Buone Intenzioni del modernismo. Solo che adesso gli è rimasto molto poco da ridere. E quindi, viva Aravena.

Reporting from the Front. Biennale Architettura 2016

a cura di Alejandro Aravena

Venezia, Giardini e Arsenale, dal 28 maggio al 27 novembre 2016

Casa – Comunità – Coordinazione. I padiglioni nazionali

Elena Malara

«Forma e concetto architettonico incontrano la politica». È un possibile sunto che mi viene in mente attraversando questa Biennale Architettura 2016. Non esauriente, fraintendibile, ma a tratti decisamente calzante. Quest’anno l’esplorazione dei cosa, come e perché della prima arte si concede una pausa dalla ricerca concettuale pura, d’altronde due anni fa intensamente investigata da Fundamentals di Rem Koolhaas. La chiamata di Alejandro Aravena infatti è chiara: disegno ed estetica sì, ma di concerto con funzionalità e impatto sociale.

Per un non-architetto questa associazione di idee risulta più che necessaria: io come molti vivo lo spazio costruito affidandomi ai miei bisogni e ad alquanto personali e volubili scale di valutazione riguardanti bellezza, vivibilità, comfort, dimensione sociale. Colpisce quindi la specifica da parte del curatore, un vero e proprio statement che precisa: «vorremmo ampliare la gamma delle tematiche cui ci si aspetta che l’architettura debba fornire delle risposte, aggiungendo alle dimensioni artistiche e culturali che già appartengono al nostro ambito, quelle sociali, politiche, economiche e ambientali».

Lo sprone a superare l’approccio narcisistico deve aver risuonato come un monito a reimpostare la narrazione su architettura e spazio costruito, partendo innanzitutto dall’attualità. Nella mostra principale Reporting From The Front affiorano dalle storie esposte, e dalle didascalie appese, termini chiave legati alla coesistenza sociale come condivisione, adattamento, resilienza, comunità, collettivo, partecipazione, e termini legati al quotidiano attuale di molti fra noi: crisi economica, precariato, disoccupazione, resistenza, conflitto. I padiglioni nazionali, per tutta risposta, esplorano tali narrative strizzando l’occhio a definizioni archetipiche di junghiana memoria, adattate a primo contenitore di percorsi differenti e concentrici, a scatole cinesi.

Il Viaggio è il punto di partenza per i padiglioni Turchia e Serbia. Due esperienze spaziali più vicine all’installazione artistica che al percorso espositivo, con al centro la rivoluzione della fisicità del vascello. Con Heroic: Free Shipping il padiglione serbo arrischia un’associazione d’idee tra la natura avventurosa del mezzo e l’urgenza di esplorare l’ignoto in architettura, innalzando l’atteggiamento eroico ad attitudine ambivalente (epica e drammatica) per parlare in termini simbolici della crisi della professione e del suo mercato di riferimento, invitando il pubblico a riflettere su tali tematiche in uno spazio plasmato per la restituzione sensoriale della pancia di una nave. La scala si amplia nel padiglione turco: in un periodo di tensioni politiche e inasprimento delle differenze culturali, la Turchia tende la mano all’Italia (all’Europa?) ricordando le comuni radici mediterranee. In Darzanà: Two Arsenals, One Vessel il pretesto è offerto dall’espressione araba dara’s-sina, «luogo dell’industria», dalla quale vengono la parola turca «tersane» e l’italiana «arsenale», così narrando la parentela nella tradizione cantieristica navale tra Venezia e Istanbul, che portò le due città a guardare al mare come luogo di incontro e scambio. Quello stesso Mare nostrum oggi teatro di tragedie umane, al quale la ricostruzione installativa di un vascello alle Sale d’Armi sostituisce l’immaginario di una più poetica fratellanza di scopi e di visione, a superamento delle frontiere, fisiche e diplomatiche.

La Casa offre uno scheletro di base alle ricerche dei padiglioni Gran Bretagna, Germania, Austria e Finlandia. I britannici in Home Economics mettono in scena una riflessione sulla crisi abitativa in patria, adoperando attraverso il ripensamento del contenitore domestico, e la conseguente realizzazione di cinque moduli abitativi ottimizzati secondo il tempo d’uso, un esorcismo verso le iniquità economiche e sociali vissute nella nazione: l’architettura pare offrire un rifugio simbolico, opponendo metrature e funzionalità misurabili ai poco prevedibili smottamenti del tessuto sociale britannico. La Germania con Making Heimat: Germany, Arrival Country opera un approccio diametralmente opposto, rendendo il padiglione l’incarnazione di un atteggiamento propositivo verso la crisi migratoria e la chiara intenzione di porsi come nazione leader nelle politiche europee: le porte di ingresso sono totalmente asportate, i mattoni risultanti usati per creare sedute e punti di appoggio, con un angolo wi-fi gratuito. Il padiglione è teatro di confronto e dibattito sul concetto di heimat, termine della lingua tedesca che riassume ed evoca molto più di quanto possano fare parole nostre come casa, guscio, ambiente, famiglia, comunità, patria. La Casa è l’ambiente urbano, la cittadina, la comunità territoriale pensate e gestite come organismo in toto, come testimoniano le arrival cities tedesche documentate all’interno del padiglione, portate a esempio delle politiche di integrazione sociale e strutturale promosse dalla Germania. Quasi a voler smentire la deriva nazional-fascista affacciatasi con prepotenza alle ultime elezioni, l’Austria dedica tutto il suo padiglione all’impegno della nazione nell’agire per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti: Places for People espone una progettualità concreta, pensata per rispondere alle necessità di sistemazione dignitosa dei richiedenti asilo, in attesa che i loro documenti vengano processati. Esposti sono i progetti di tre studi di architettura e design – Caramel Architects, EOOS e the next ENTERprise –: soluzioni concrete, in parte già attuate, per trasformare palazzi per uffici e altre strutture in disuso in ambienti idonei all’abitare, riconoscendo infine la migrazione come dato di fatto dell’identità europea del prossimo futuro. Un percorso analogo, seppur scevro da retroscena politici e dispensato per ora da applicazioni pratiche, è presentato dalla Finlandia in From Border to Home: Housing Solutions for Asylum Seekers, che con pulizia e linearità tipicamente nordiche allestisce un’esposizione dei retroscena storici, delle riflessioni di settore e delle conseguenti progettualità attivate per rispondere alla gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo, presentando al pubblico internazionale le idee emerse in occasione del concorso From Border to Home indetto dal governo finlandese a fine 2015.

Quello della Comunità è l’immaginario di tendenza scelto dai padiglioni Italia, Francia, Ungheria, Messico, Cipro, Croazia, Sudafrica, Venezuela, Portogallo e Grecia come lente per raccontare il proprio presente, di volta in volta declinato in azione collettiva, condivisione, sistemi sociali alternativi. In un’ottica europeista, i padiglioni Francia, Grecia e Italia usano il tema come cornice per riflessioni o rivendicazioni anche patriottistiche. I francesi attraverso New Riches ci ricordano come, nonostante le insoddisfacenti politiche pubbliche da parte dello Stato, la loro vera ricchezza consista nell’essere un popolo capace di coesione e costruzione del cambiamento dal basso: fenomeno a cui l’architettura non si sottrae, diventandone baluardo. La Grecia in #This Is a Co-op dimostra lucidità e coerenza nel prendere al balzo il contesto della mostra di architettura per operare una più ampia e necessaria riflessione sull’architettura del corpo sociale, offrendo al pubblico uno spazio fisico di discussione e ponendo la sua storia recente come monito ma anche punto di partenza per una ritrovata partecipazione politica al dibattito sulla «fortezza-Europa» e la crisi globale. Il padiglione Italia con Taking care: Designing for the Common Good sceglie di mostrare al pubblico della Biennale un progetto stratificato scandito nelle sezioni «Pensare!», «Incontrare!», «Agire!», ispirate dalle iniziative di progettazione partecipata, autocostruzione e azione collettiva per il bene comune che animano da più di dieci anni la penisola (una selezione è in mostra), proponendosi anche come macchina produttiva di buone pratiche da continuare a sviluppare dopo la fine della rassegna. Tralasciando la sensazione di un puntuale ritardo nel registrare le tendenze che animano i movimenti culturali in patria, sorge spontanea la domanda sul perché proprio l’Italia, vista la situazione delle sue coste e isole, non abbia aggiunto la sua voce al coro delle riflessioni su emigrazione e Unione Europea dei suoi vicini di casa del nord Europa.

Applicando uno sguardo panoramico alla rassegna, emerge con chiarezza come ogni nazione presente sia consapevole di dover presentare al pubblico una posizione, una voce sulle emergenze umanitarie, sociali e culturali che pervadono i rispettivi territori, o i territori in cui si decide di intervenire. Un esempio è l’Olanda, che con Blue – Design for Legacy riflette sull’eredità positiva degli accampamenti ONU, con il case study di Camp Castor a Gao, nel Mali (terra dei Tuareg o «uomini blu», in relazione coi «caschi blu» delle Nazioni Unite), base pensata come catalizzatrice dello sviluppo locale secondo il «3D comprehensive approach-diplomacy, defense and development» (laddove finora le basi ONU paiono aver badato solo all’elemento «difesa»).

La volontà di portare il know how degli architetti al servizio delle esigenze di comunità e territori dimostra d’altronde di superare facilmente identità e confini nazionali, riunendo potenzialmente la categoria in una forza lavoro e massa critica su scala globale che, se organizzata, potrebbe davvero innescare una pianificazione e realizzazione di interventi su scala locale, ma con risonanza globale. È quello che suggeriscono progetti come Time for Impact e Civic Wise: reti virtuali per la coordinazione di gruppi locali di architetti, urbanisti e non solo, e la produzione di interventi architettonici in risposta alle esigenze espresse dai territori. Forse non a caso, progetti nati in Europa.

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Una Risposta a Speciale Biennale Architettura 2016

  1. […] delle testate giornalistiche – persino dalle voci tradizionalmente più critiche, come quella di Lucia Tozzi –, sia in qualità di italiani, come suggerito da Roberto Zancan. Eppure, non si possono non […]

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