manifattura2Carlo A. Borghi

A Cagliari la cultura cerca alloggio. Nella città del sole di Francesco Alziator, città del sale per i Monopoli di Stato, la grande Manifattura Tabacchi era stata dismessa nel 2001. La fabbrica, una volta evacuata, è passata al demanio regionale nel 2005. Da dieci anni l’ex Manifattura cagliaritana prova a risvegliarsi come pubblica art factory, ma la metamorfosi stenta a compiersi, impantanata nella ragnatela politico burocratica.

Nei meandri delle città del terzo millennio, le fabbriche impiantate nel corso del Novecento industriale si sono spesso metamorfizzate in spazi urbani destinati alle attività culturali ed espositive. Così la cultura cerca casa in grandi edifici dismessi della prima e della seconda età industriale. La cultura che qui cerca vitto, alloggio e contributi pubblici è quella che si muove in città per mano di gruppi, associazioni e compagnie che, dal basso, elaborano e configurano produzioni culturali e artistiche di variabile natura e flessibile misura. Nella sua totalità la Manifattura misura 22.000 mq, tra piazzali e officine. Si trova situata al confine tra lo storico quartiere della Marina (antico borgo dei portuali e dei pescatori) e l’altrettanto storico quartiere di Villanova (l’antico borgo dei carbonai e dei contadini): magnificamente insediata, dunque, nel cuore della città, a due passi dal fronte del porto. Del grande complesso – quasi un borgo tra i borghi antichi della città – fa parte integrante, ma anche simbolica, il palazzo ottocentesco che accoglieva il Cine-Teatro aziendale Due Palme, così chiamato per la presenza di due sontuose piante, Palma Paloma e Palma Palmira.

La lavorazione del tabacco, in forma di sigarette e sigari toscani, aveva cessato la produzione dopo circa 150 anni di attività. La Regia fabbrica del tabacco era attiva già al tempo sabaudo del Regno di Sardegna e Piemonte, ed era stata resa stabile e grandiosa nell’Italia unitaria. Era il regno delle sigaraie: ognuna di loro una Carmen isolana in grado di suscitare eccitanti fantasie.

Una volta riconsegnata alla città, la Manifattura potrebbe configurarsi come locus novus dove insediare una vera opera aperta: aperta anche alle arti e alle culture migranti del Mediterraneo. Nel 2007, sotto la pressione dei lavoratori della cultura distribuiti in tante sigle, la Giunta Regionale aveva deliberato la destinazione del grande compound architettonico a fabbrica della creatività (a quel tempo la parola «creatività» riempiva le bocche di assessori e operatori culturali pubblici e privati). Seppur macchinosamente, la burocrazia regionale iniziava così un processo di recupero e riconversione dell’ex Manifattura Tabacchi in cittadella della cultura: un luogo dove fare e sperimentare, dove configurare e proporre oggetti e azioni d’arte, in stato di lavorazione permanente. L’idea era quella di un condominio culturale per i lavoratori dell’arte, dello spettacolo, della musica, del cinema, delle arti performative e della danza. Un condominio non chiuso in se stesso ma aperto alla frequentazione di cittadini e forestieri.

Una recente deliberazione regionale ha però cambiato le carte in tavola, assegnando i primi 10.000 mq restaurati a Sardegna Ricerche, agenzia regionale competente in materia di innovazione e incubazione di imprese smart. Una strategia del ragno tecnologico e tecnocratico. Risulterebbe invertito l’ordine dei normali fattori: l’innovazione tecnologica come fattore di incubazione delle arti e della cultura, non il contrario. Intanto l’ex fabbrica si è dovuta richiudere su se stessa, in attesa di diventare bene comune o, per meglio dire, bene pubblico come luogo della vita e del lavoro nella cultura.

Dicono ormai che tutto sia innovazione. Torna in mente una battuta di Tadeusz Kantor: negli anni Settanta diceva: dicono che oggi tutto è avanguardia, allora io dico che tutto è conformismo. Il conformismo d’avanguardia può giocare brutti scherzi, anche in questi tempi spaesati dove pare che tutto sia performance e tutti siano performer. Mentre in effetti siamo tutti imbalsamati, ingessati e virtuali.

Nella Cagliari operaia, altri esempi monumentali di archeologia industriale erano il cementificio, il salinificio, il mobilificio, il birrificio. Tutti spariti, convertiti in complessi residenziali.

Al contrario, la memoria è l’immortalità dei laici e della loro cultura materiale e storicamente materialistica, anche anarchica. La Manifattura, luogo della vita e del lavoro, dovrebbe ospitare, in qualcuno dei suoi tanti isolati, un museion di se stessa come luogo di produzione e come contenitore di coscienza di classe. Quella di cui appaiono privi i lavoratori smart e gli impresari incubatori d’impresa.

Nell’ultima delibera emessa dalla Regione si parla di sensi contemporanei. Ma sono sensi solo digitali. Bisogna invece tornare a un ragionevole sregolamento di tutti i sensi, come proponeva Arthur Rimbaud. Il capitalismo assoluto, per mano delle sue invasive astrazioni tecnofinanziarie, pretende di aumentare le realtà viventi, smartificandole e webizzandole. La classe operaia è bella che andata in paradiso, arrivandoci direttamente dall’inferno del lavoro perduto in tante dismesse manifatture. Non c’è invenzione algoritmica o quantistica che possa rigenerarla e rimetterla in piedi su questa terra.

Quella ragazza, che Elio Pagliarani chiamava Carla, poteva essere un’operaia sigaraia cagliaritana. Altri tempi e ritmi di lingua e d’arte. La cultura, con le sue arti e i suoi mestieri, dovrebbe fecondare gli habitat tecnologici e non viceversa. La cultura come musa ispiratrice e incubatrice di nuove frontiere della ricerca artistica: per evitare che l’additive manufacturing, colle sue stampanti TreDi, sostituisca per sempre il lavoro culturale manuale.

A Cagliari, il caso ex Manifattura resta aperto.

Share →

Una Risposta a Una città della cultura per Cagliari

  1. gaetano marino scrive:

    Condivido. Noi che negli anni ottanta portavamo artisti e tecnici nei vari luoghi naturali della città, dove bastava un attore o un danzatore o un musico per riempire lo spazio di un’altra vita forte e avvincente, non pensavamo si fosse destinati a quel che oggi appare quasi inevitabile: l’indifferenza di una certa classe politica bipartisan, che spera da sempre nella “conversione e rivalutazione profitto” di certi spazi. Si parla di quella famigerata azienda cultura inoculata negli anni peggiori della nostra Italia (anni ’90: Veltroni-D’Alema docet!) che da quegli anni ha sviluppato il concetto impresa-lavoro ad ogni borderò; ma soprattutto il non saper rivoluzionare in una società quell’idea romantica che ha sempre sostenuto enormi speranze: la cultura al popolo (Grassi e Strehler); idee-ideali che hanno mostrato grandi perturbazioni politiche e pericoli di consensi da condividere, soprattutto, da gestire. Dovremmo forse ricostruire un nostra nuova antica speranza di cultura? La necessità non manca, ma le risorse umane? ps: umane, non economiche, queste ultime son sempre conseguenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
Almanacco
Il primo Almanacco di alfabeta2 che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it sul tema Post-futuro. Con sconto 30%!
La moneta del comune
Il secondo libro della collana alfalibri: La moneta del comune a cura di Andrea Fumagalli ed Emanuele Braga. L’obiettivo è semplice creare un ambiente socio-economico ed ecosostenibile in grado di produrre per sé e non per il profitto e la rendita.