005Luigi Azzariti-Fumaroli

Roland Barthes in una pagina celebre si provò a immaginare una tipologia dei «piaceri di lettura» secondo il «rapporto della nevrosi lettrice con la forma allucinata del testo». Vi si sarebbe potuto distinguere – fra gli altri – il lettore isterico: il quale tenderebbe a prendere il testo «per oro colato», e a gettarsi immediatamente nella commedia del linguaggio.

Tale atteggiamento è a ben vedere l’unico che consenta un primo accesso a una prosa come quella di Arno Schmidt, che si presenta come un «esperimento senza verità», perché volto a mettere in questione il linguaggio e la realtà che gli è compenetrata. Leggere Schmidt impone una grande fatica, un’attenzione continua. Forse – confessò Bobi Bazlen, contrariato e annoiato, in un suo parere di lettura – non vale però la pena profondervi troppe energie. Giudizio, questo, invero ingeneroso, ma che insieme a certi ondivaghi commenti di Cesare Cases è a lungo pesato sullo scrittore tedesco, decretandone nel nostro Paese una colpevole emarginazione editoriale. Non a caso l’edizione curata con perfetta perizia da Dario Borso dei Profughi – romanzo «svelto», scritto nel 1952 – ha stentato a lungo prima di trovare un editore disposto a pubblicarlo (come ricorderà chi, queste stesse pagine, trovò anticipate nel febbraio di due anni fa nell’inserto culturale del «Sole 24ore»).

Certo è che Schmidt abbaglia per il tono apocalittico, le rarità lessicali, le espressioni ora grottesche e grevi ora lievi e poetiche, i giochi onomatopeici, lo humor nero, la compiaciuta erudizione. Egli può quindi apparire freddo proprio perché abilissimo, come certi virtuosi cui fa difetto «l’ultima traccia del violinista da caffè», e dare in ultimo l’impressione – ha scritto Sebald – di «riproporre sempre lo stesso oggetto». Alcune prossimità fra I profughi e il più celebre fra i lavori di Schmidt, Il Leviatano (1949; Mimesis 2013; si veda alfabeta2, 30, maggio 2013) sono in effetti evidenti. In entrambi i racconti viene infatti descritto un gruppo di migranti. Ma mentre nel Leviatano l’azione si svolge nel 1945 e si concentra sul tentativo di sfuggire ai russi come ai nazisti non ancora sconfitti, nei Profughi, sullo sfondo di un’atmosfera appena rischiarata da «luci madide», si narrano le peripezie, in larga parte autobiografiche, di una coppia costituita da una giovane mutilata di guerra e da un ombroso traduttore che all’inizio del 1950, provenienti dalla Germania dell’Est, vengono condotti, secondo i dettami delle politiche di reinsediamento seguite agli accordi di Potsdam, nelle devastate regioni occidentali intorno al Reno.

Tuttavia – a dispetto di quanto opinasse Calvino, che per questo annoverava Schmidt tra i suoi maestri – non vi è concessione al cliché narrativo, al ripetersi di un modello, al mero esercizio di stile; quanto piuttosto un’insistita e rigorosa ricerca di oggettività. Nelle nebbie ribollenti di una nazione martoriata, Schmidt penetra con un «realismo illuministico» che lo riscatta dalle ostentazioni delle poetiche ornamentali d’avanguardia, e lo avvicina ad alcune concezioni etiche che guardano alle condizioni del mondo alla stregua di quanto faccia la logica. A patto, però, di non parlare – d’accordo con Wittgenstein – di una «fondazione», ma della possibilità di enunciare dei «dati di fatto». L’ambizione di Schmidt sembra in tal senso quella di non voler ammettere alcunché di «superiore», ma – come egli stesso ammise – di offrire soltanto un «quadro del suo tempo» il più possibile fedele alla sua irreparabilità. Come in Robert Walser – sebbene con un più spiccato gusto per l’inganno affabulatorio, per il berlingare più falotico, per la parola soffiata – lo stigma impresso sulle cose dalla scrittura di Schmidt è quello che le destina a essere esposte al loro esser-così, in «una perfezione senza lamento».

Da qui il sovrano distacco che sembra connotare la sua visione del mondo, compreso come un più sottile e lucido sentire, come un’inquieta indifferenza. La quale non si definisce in continuità con una tradizione che affonda le sue radici nell’Etica nicomachea, e che ritiene tale passione affatto remota nell’uomo e immeritevole o quasi d’essere nominata; ma neppure, come in Proust, essa può riconoscersi come origine e oggetto dell’amore. Piuttosto Schmidt osserva uomini e cose con piccole chiose prive di pathos, perché il suo sguardo, immune a qualsiasi illusionistica speranza, si appunta ratto, fugace e senza tremiti su un orizzonte dal quale tutto è depennato – in una disgregazione che si sa comunque inguaribile.

Nel Faust di Lessing, lo spirito, rispondendo alla domanda su quale sia la cosa più rapida sulla terra, risponde: «Il passaggio dal bene al male». Ma il consentire con questa risposta comporta per Schmidt non soltanto dover ammettere quanto repentinamente gli esseri umani possano rivelare la propria disumanità, ma soprattutto la difficoltà di una metamorfosi inversa. Il suo è un pessimismo impreparato alla speranza: un inappuntabile nichilismo in gran tenuta.

Arno Schmidt

I profughi

a cura di Dario Borso

Quodlibet, 2016, 160 pp., € 13,60

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