NCR-Endorses-Women-Priests-MovementLiviana Gazzetta

Dopo cinquant’anni di rifiuti, la questione del ministero femminile dentro la Chiesa sembra tornare d’attualità grazie alle recenti aperture di papa Francesco. Nel corso dell’udienza dell’Unione delle Superiori Generali, l’11 maggio scorso, è stato chiesto tra l’altro al Papa perché la Chiesa escluda le donne dal servire come diaconi, contrariamente a quanto accadeva nel cristianesimo delle origini; e il pontefice sembra aver manifestato il suo assenso a costituire una commissione di studio sul tema.

In sé si tratta di una piccola apertura, ma grande ne è stata e ne è la risonanza. Fin qui, infatti, nonostante la crescente affermazione di un paradigma paritario nella vita pastorale e nonostante l’importanza assunta dalla voce di alcune teologhe all’interno del dibattito ecclesiale, nessun sostanziale passo in avanti è stato fatto nella Chiesa cattolica in materia di ministeri femminili: la questione dell’incapacità cultuale delle donne continua a costituirvi il nodo centrale dell’asimmetria tra i sessi, e a rappresentare uno dei principali segni di demarcazione tra protestantesimo e cattolicesimo.

Nel dibattito che si è aperto, il confronto col protestantesimo può in effetti risultare utile, a nostro avviso; e non per attestare una «supremazia» delle confessioni evangeliche (dove da decenni è previsto anche l’accesso femminile al pastorato), quanto per chiarire alcuni aspetti della questione che anche nella discussione odierna restano velati da un’attenzione tutta teologica al problema. Che l’accesso ai ministeri ordinati non possa essere regolato sulla base dell’appartenenza di sesso all’interno di chiese che si rifanno al messaggio cristiano, infatti, è divenuto via via più evidente non soltanto sulla base di indagini esegetiche o teologiche sul tema, peraltro in continua crescita, ma anche sulla base di una complessiva trasformazione della soggettualità religiosa femminile, che continua a interrogare la tradizione e il messaggio cristiani in rapporto alla loro capacità di sostenere o meno lo sforzo di libertà delle donne.

In età contemporanea, dopo la lunga parentesi medievale e moderna, la figura della diaconessa torna d’attualità nelle chiese protestanti e in particolare negli ambienti del pietismo tedesco influenzati dal movimento del Risveglio: basandosi sull’esperienza di una Società femminile per la cura ai poveri e ai malati, il pastore Theodor Fliedner aprì nel 1833 nella Prussia renana una prima «casa delle diaconesse», seguita poi da analoghe esperienze in Francia e in Svizzera. L’istituzione delle diaconesse permetteva di rispondere alle necessità delle nuove forme di assistenza ai poveri sviluppate dalle comunità locali, ma soprattutto dava uno sbocco al bisogno di impegno e corresponsabilità nella vita ecclesiale avvertito in ampi settori del protestantesimo femminile di matrice romantica.

Il legame con lo sviluppo del movimento femminile è confermato anche dalla situazione del diaconato femminile nel nostro paese. In Italia, accanto a una filiazione delle diaconesse tedesche a Roma, una «Casa italiana delle Diaconesse» nacque nel 1901 presso l’Ospedale valdese di Torino, come sede di una scuola di formazione che seguiva il modello del Centro per diaconesse di Saint-Loup, nel cantone svizzero di Vaud. L’aspetto forse più interessante è che questa esperienza nacque nell’ambito delle organizzazioni femminili evangeliche (Unioni Cristiane delle Giovani e Unione delle Amiche della Giovane), le quali – proprio negli stessi anni in cui davano vita a questa forma di diaconia – manifestavano anche un esplicito, convinto legame col coevo movimento femminista italiano (e internazionale). La stessa Associazione delle amiche della giovane era la filiazione di un’associazione fondata negli ambienti protestanti europei nel 1877, a seguito del primo Congresso internazionale per l’abolizione della prostituzione di stato svoltosi a Ginevra.

C’era un legame profondo tra queste nuove forme di assunzione di responsabilità nella vita di chiesa e movimento delle donne. E non solo nel senso che di fatto il legame tra femminismo e protestantesimo tra Otto e Novecento si rafforzava, in Italia come in altri paesi europei, su tutta una serie di temi di mobilitazione (dall’istruzione, all’abolizione dell’autorizzazione maritale, sino al voto); ma ancor più nel senso di una rivendicazione della forma di vita propria delle diaconesse come espressione della consapevolezza, della capacità, della libertà rivendicata allora dalle donne nella società. Non a caso secondo la responsabile italiana delle Amiche della giovane, Berta Turin, fin dal suo avvio la diaconessa poteva essere indicata alle giovani come «la femminista per eccellenza in tutta la sua libertà e la sua forza» (La diaconessa, «L’Alba», II, 3, Firenze 15 aprile 1901).

La questione del diaconato femminile divenne più chiaramente politica qualche anno dopo, quando all’interno della chiesa evangelica valdese il termine diaconessa cominciò a essere usato in senso letterale come femminile di diacono, e cioè per indicare quelle donne che erano scelte come membro dei consigli di chiesa, con il compito di amministrare il denaro e sostenere le attività della comunità. È in questo secondo senso che la questione divenne oggetto di una vivace discussione quando nel 1909 due donne furono elette nel consiglio della chiesa valdese di Pisa: Florence Giorgini Rochat e poi Italia Senesi furono (allo stato degli studi) le prime donne a svolgere il ministero del diaconato nella chiesa evangelica italiana. E lo furono proprio perché in quel momento l’elemento maschile risultava scarso e poco affidabile a confronto di quello femminile, come precisano le fonti. Il ricorso «ai precedenti apostolici, di cui è memoria nelle Sacre carte» veniva cioè invocato, anche un secolo fa, a fronte di una crescita soggettiva e oggettiva della presenza femminile nella vita ecclesiale, e più complessivamente nella società, cui risultava sempre più difficile chiudere le porte. Crescita che riusciamo a comprendere meglio se pensiamo che quelli erano gli anni di maggiore risonanza pubblica del suffragismo a livello nazionale; senza contare che da qualche anno, anche nel nostro paese, si stava sperimentando una prima forma di elettorato femminile, introdotta dalla legge Crispi sulla pubblica assistenza, in virtù della quale le donne furono eleggibili e poterono votare nei consigli di amministrazione delle opere pie, istituzioni di assistenza e congregazioni di carità.

Molto del percorso compiuto un secolo fa dalla chiesa evangelica in materia di diaconato femminile lo si doveva quindi al femminismo, inteso non solo come movimento organizzato per la rivendicazione dei diritti, ma anche e soprattutto come espressione di una ideale, femminile «repubblica delle coscienze» che rappresentava in qualche misura la parte soggettiva della trasformazione in corso. La nostra tesi è che esattamente questo sia il patrimonio su cui oggi potrebbe contare la Chiesa cattolica nell’affrontare il tema urgente del diaconato femminile.

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