17Enrico Testa

A volte gli anniversari servono a qualcosa. È forse anche per la ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale infatti che oggi, a quarant’anni dalla sua prima traduzione italiana presso Boringhieri (la splendida versione di Renato Solmi qui mantenuta), si ripresenta dal Saggiatore in una veste nuova e più ricca e in un contesto nel frattempo radicalmente mutato, un capolavoro della storia e della linguistica come le Lettere di prigionieri di guerra italiani di Leo Spitzer. Apparso la prima volta in tedesco nel 1921, il libro nacque dal caso: la decisione da parte del Ministero della Guerra austro-ungarico di affidare il compito di censore della corrispondenza dei prigionieri italiani, per lo più contadini con scarsa dimestichezza con la penna, a un giovane filologo romanzo destinato, a parere di Cesare Segre, a «giganteggiare tra gli esponenti maggiori della linguistica della prima metà del Novecento» e a diventare, secondo le lapidarie parole di Harold Bloom, «uno dei pochi eruditi critici moderni che contano». Spitzer, con un intuito pioneristico che restituisce piena dignità umana ed espressiva a testi la cui umiltà e rozzezza li facevano solitamente disprezzare dagli storici, sfruttò appieno l’occasione costruendo un libro capitale del Novecento.

Un libro – per usare le sue parole – «non per palati fini». E questo perché aspra e disumanizzante, quotidiana e legata a bisogni essenziali, è la materia in esso descritta e, in una serie di capitoli tematici che alternano vari nuclei d’esperienza (dal ricordo al sogno, dalla fame alla rassegnazione), affabilmente narrata e indagata nei suoi aspetti linguistici. In buona sostanza, si scrive qui il primo capitolo dell’analisi dell’italiano dei semicolti e, in genere, della comunicazione pratica; un argomento a lungo tenuto a distanza da una tradizione di studi per lo più elitariamente attratta dalla lingua letteraria e che è entrato a pieno diritto nel catalogo o album di famiglia della storia della lingua soltanto negli ultimi decenni.

Ma, a riconsiderare la figura di Spitzer nel suo complesso, risalta soprattutto un fatto di non trascurabile importanza. È, in termini assai sintetici, la convivenza, nella sua opera, dell’indagine della scrittura letteraria, da Rabelais alle innovazioni sintattiche dei simbolisti francesi, da Malherbe a Proust (la cosiddetta Stilsprache), e di quella della lingua dell’uso: il parlato-scritto, così come ci è consegnato dalla prosa dei prigionieri della Grande Guerra, e le dinamiche della conversazione, del confronto – lotta, contatto e cortesia – costitutivo del dialogo, esaminate in un altro libro fondamentale, Lingua italiana del dialogo, pubblicato nel 1922 e meritoriamente tradotto anch’esso, a colmare un ritardo impressionante, nel 2007 da il Saggiatore. Lo stesso editore annuncia inoltre la prossima stampa di un terzo volume, quello sulle Parafrasi per esprimere la fame del 1920, strettamente imparentato ai due appena ricordati. Un vero trittico, dunque, dedicato al proteiforme mondo della lingua viva o in azione, ai suoi aspetti espressivi e pragmatici, al suo rapporto con la «norma», ora condivisa ora violata dalla comunità dei parlanti (oggetto questi, invece, di quanto andava all’epoca sotto il nome di Sprachstile).

Non due tavoli di lavoro separati, ma due prospettive che mettono in rapporto aspetti e dimensioni profonde dell’agire verbale, che ne evidenziano la processualità e che ci consentono – come afferma Spitzer nell’Introduzione alle Lettere – di «penetrare nella biologia della lingua». Muovendo poi, in fondo, dalla generale convinzione che la lingua, quella collettiva e quella dei singoli autori, sia un unico organismo non artificiosamente separabile, ma connesso al suo interno da relazioni, scambi, innovazioni: una sorta di seconda atmosfera – un’atmosfera verbale – in cui si muovono e respirano tutti gli uomini e in cui si mescolano stati psichici e soluzioni di lessico e sintassi, espressioni consuete e graduali mutazioni, residui fossili e linfa in fermento, sfondi macroscopici e microscopiche alterazioni (non piccolo il debito metodologico che Carlo Ginzburg ha riconosciuto nei confronti dello spitzeriano «gusto del particolare rivelatore»). Percepibili, entrambe le dimensioni, affidandosi a due pratiche: quella della decifrazione data dalla lettura («una lettura approfondita è per così dire il mio unico strumento di lavoro», scriveva in Stilistica e linguistica del 1925); e quella dell’ascolto. Che è quanto gli ha permesso, unendo storia delle idee, cultura, analisi degli etimi, sia l’indagine di singole parole sia la messa in rilievo di fenomeni che, sulla soglia della grammatica e quasi al di là di essa, rivelano gli aspetti creativi della lingua popolare o semicolta, la sua ricchezza nascosta sotto una patina solo in parte inerziale. Bastano a dimostrarlo, nelle Lettere di prigionieri, le pagine sull’inventività linguistica dei loro umili scriventi e sulla loro «retorica sana, naturale, priva di ogni artificio», in cui una breve cartolina sentimentale «è più ricca delle declamazioni amorose di molti letterati oziosi». O ancora, stavolta nella Lingua italiana del dialogo, le parole – prima dei lavori di Giovanni Nencioni, Konrad Ehlich e Isabella Poggi – su quel singolare fenomeno che sono le interiezioni: «riflesso melodico dei moti interiori, con cui si fanno presagire le sfumature del discorso e si prepara l’ascoltatore all’atmosfera di quanto sarà detto».

Dedicandosi, nelle Lettere, alla «lotta del dialetto con la lingua scritta», e sostanzialmente valorizzando il parlato comune nella sua più rozza versione epistolare, Spitzer isola alcuni punti ancor oggi ben fermi nello studio dell’italiano d’uso o, come lo chiamava Foscolo, dell’«italiano d’espediente», nato cioè da bisogni primari di comunicazione e dall’urgenza di esprimere stati d’animo o semplicemente di dar certificazione della propria esistenza. Si tratta, per fare solo qualche esempio, del suo carattere sorprendentemente uniforme, della sovra-dialettalità della sua morfosintassi, della costante focalizzazione testuale su determinati contenuti e – soprattutto – del suo contatto con strati dell’italiano antico. Se «il materiale linguistico contenuto nelle lettere consente spesso di risalire a stadi anteriori della lingua» vuol dire che esiste un filo comune che unisce la lingua d’uso recente a particolari livelli socio-culturali della lingua dei secoli passati; e vuol dire pure che l’idea che un italiano fatto per intendersi – «alla buona» o «alla famigliare» – sia solo il risultato dei grandi mutamenti storici e sociali otto-novecenteschi. Si configura, nella storia della nostra lingua, una sorta di duplice strato geologico: l’uno colto, lucente e letterario; l’altro semicolto (o ai semicolti indirizzato), nascosto e di sopravvivenza (o, dall’alto, motivato da scopi suasori da esercitarsi sugli strati «bassi» della popolazione).

Ora, potranno pure zelantissimi critici e linguisti trovare mende, difetti o troppo «cuore» o errori qua e là. Ma questo «far le pulci» non diminuisce affatto l’importanza del libro e la sua forza interpretativa, espressione di quello che Edoardo Sanguineti definì, in un’intervista con Fabio Gambaro del 1989, «il maggiore modello di critico in laboratorio»: Spitzer, un critico che «anche quando sbaglia è assolutamente eccitante proprio per la sua spregiudicatezza».

Il carattere fondativo – per lungo tempo inascoltato – di questo libro emerge tra l’altro assai bene, in termini di riflessione sia storica che linguistica, dai saggi che sono posti, in principio e in fine, a sua «corona»: dalla Presentazione di Lorenzo Renzi, che sintetizza il periodo trascorso dalla prima edizione italiana, al lavoro di Antonio Gibelli, che riprende i suoi contributi sulle scritture nate al fronte e riassume gli atteggiamenti canonici avuti in passato dalla storiografia nei loro confronti; dalle informatissime pagine di Luca Morlino sulla genesi dell’opera e la sua ricezione in Italia alla Nota al testo di Silvia Albesano che, valendosi di una prima stesura delle Lettere reperita a Vienna (il «Rapporto» o Bericht consegnato nel febbraio 1916 ai superiori militari), ha operato controlli, restauri e integrazioni del testo. Mentre in chiusura di volume si segnalano l’Apparato iconografico curato da Enrico Benella e, in particolare, la Nota linguistica di Laura Vanelli, che già, come Renzi, ebbe parte di rilievo nell’edizione 1976 e che ci offre qui una sintesi, anche didatticamente preziosa, dell’evolversi degli studi sull’italiano popolare o semicolto e delle sue caratteristiche formali e testuali. Una vera mobilitazione di esperti di varie discipline, insomma. Che il libro di Spitzer – il risultato di uno «studio amoroso» secondo la sua autodefinizione – meritava per intero. Anche per quanto ancora oggi ci lascia in eredità, in un panorama dominato da gelidi rituali di asettici tecno-linguisti pronti a rifugiarsi in tranquilli orticelli alla moda e a nascondere, sotto il cumulo di dati poi abbandonati a se stessi, passioni, sentimenti e ideologie. Tornando così a respirare – per far ricorso al vocabolario spitzeriano – «il tanfo polveroso di una scienza squallida».

Vien da dire che è forse venuto il momento di tornare a rileggere Spitzer. Per almeno una buona ragione, detta qui molto sbrigativamente e come semplice e sommessa convinzione personale: lo studio della lingua non può rinunciare, anche a prezzo di costeggiare ecletticamente la sponda antropologica, al contatto con «il rigoglio delle esperienze umane» (così nella Lingua italiana del dialogo), pur nella consapevolezza che in quest’ultime è assai difficile scorgere «una sofisticata logica» ma, in sua vece, «solo un essere misteriosamente irrazionale, l’essere umano con tutte le sue contraddizioni».

Leo Spitzer

Lettere di prigionieri di guerra italiani

traduzione di Renato Solmi, con interventi di Lorenzo Renzi, Antonio Gibelli, Luca Morlino, Silvia Albesano e Laura Vanelli

il Saggiatore, 2016, 482 pp., € 30

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Una Risposta a Leo Spitzer, scrivere di espedienti

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