babelGiancarlo Alfano

Nel suo ultimo, straordinario libro, intitolato a Babele. O dell’incompiutezza (il Mulino 1998), Paul Zumthor orchestrò un intenso corpo a corpo col mito della Torre di Babele e la sua plurimillenaria interpretazione. Passando dalla Torah a Sant’Agostino, da Giuseppe Flavio all’interpretazione pittorica di Bruegel, il grande filologo romanzo propose un’interrogazione dei celebri versetti della Genesi in cui gli uomini, congregatisi nell’impresa, s’incalzano a vicenda urlando «Venite, faciamus nobis civitatem et turrim» affinché il «nomen nostrum» sia celebrato. Farsi una città, questo è il primario obiettivo dei costruttori di Babele; la torre è solo una sineddoche della potenza costruttiva, che è affermazione sulla terra di una stirpe sino a quel momento nomade, dedito allo sfruttamento di rapina e alla pastorizia.

Appellandosi alla letteratura, e in particolare a Joyce e Gadda, «allievi» di Vico e dell’incontro da lui propugnato tra filosofia e filologia, Luca Salza prova adesso a inseguire a sua volta la grande mitologia babelica, rimeditandone la forza utopica per adattarla alle questioni odierne, a partire da quella nuova forma di nomadismo contemporaneo che è la migrazione globale. Affacciandosi dalla joyciana «turrace of Babbel» sul mondo di oggi, Salza s’interroga sullenergia politica della letteratura, sulla sua capacità di agitare le frontiere culturali, sul moto ilare con cui essa sa sconvolgere le forme di appartenenza, e dunque di separazione, abitualmente iscritte nella lingua e nei suoi usi quotidiani.

Collocato a sua volta in uno spazio eterolinguistico, Salza, che vive e lavora in Francia, convoca nel suo libro, insieme ai due scrittori novecenteschi già ricordati, Dante ed Aimé Cesaire, Sloterdjik e Balibar, De Amicis e Kobla-Ebri. Chamoiseau e Manganaro, Gabriele Frasca e Gilles Deleuze. Trascorrendo di lingua in lingua e attingendo a opere e a vocabolari riconducibili a contesti anche molto diversi tra di loro, l’autore mobilita la sua riflessione avendo di vista due principali obiettivi: da un lato, in obbedienza al precetto di Walter Benjamin, istituire la «tradizione degli oppressi»; dall’altro, come invece suona il titolo dell’ultimo capitolo, riconoscere «silenzi e voci di un popolo-mondo».

Si tratta in realtà di due linee di tendenza, di due orizzonti di senso più che di due effettivi ambiti operativi. E tuttavia Salza vede bene che la questione riguarda il necessario rilancio di un pensiero materialista, attento cioè ai vincoli materiali che costituiscono il sistema della vita nel regime economico e simbolico odierno. Materiale infatti è anche il fatto di lingua, come mostra un tipico esempio tratto dallo scrittore «italo-togolese» Kossi Komla-Ebri, nel quale il mondo dialettefono di un’anziana signora brianzola si scontra con il «discorso dell’universitario» (come lo avrebbe chiamato Lacan) di un primario ortopedico che esercita il suo dominio professionale e scientifico mantenendo la donna in posizione subordinata finché, appunto, non interviene la mediazione liberatoria dello «straniero», di colore, che conosce il gergo medico e al tempo stesso sa esprimersi in dialetto lombardo.

Affianco alla grande creazione letteraria, al Pasticciaccio e al Finnegans Wake, in cui una singola istanza creatrice mette in movimento fin le più profonde strutture della sua lingua-madre per aprirsi al flusso delle lingue da cui è investito, il libro di Salza si apre così allo spazio linguistico della quotidianità media. All’autore si affianca di conseguenza il mediatore, confermando la bella osservazione di Gianfranco Folena secondo cui la lingua d’Europa sarebbe la traduzione.

Ma tra questi due s’insinua anche una terza figura, quella dell’attore (l’attor comico in particolare), se è vero che Il vortice dei linguaggi offre più di un passaggio alle invenzioni linguistiche di Totò e se è vero, soprattutto, che si chiude con la celebre sequenza di Tempi moderni (1936), in cui Charlot deve cantare Je cherche après Titine senza consocere il testo originale e trovandosi pertanto costretto a inventarne uno «che mescola dialetti e parole inventate». Costretto nella posizione subordinata di chi lavora in maniera precaria e subordinata, l’eroe chapliniano destituisce – afferma Luca Salza – la parola autoritaria restituendola al puro gesto materiale della fonazione articolata: priva di un significato convenzionale, di una immediata e univoca trascrizione nel Vocabolario, la parola si ritrova così parole, produzione singolare. Dispersi e confusi dopo Babele, gli uomini possono infine riconciliarsi nella performance linguistica, nell’evento che si dà nel presente del contatto. Un ritorno al nomadismo, se vogliamo, o a quella migrazione infinita che si legge nel sottotitolo del libro.

Luca Salza

Il vortice dei linguaggi. Letteratura e migrazione infinita

Mesogea, 2016, 160 pp., € 12

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