Polke per AlfapiùTiziana Migliore

Image Magie! (Man Ray). Se c’è un artista che ha rinnovato l’idea di «immagine» è Sigmar Polke (1941-2010), perché ne ha valorizzato il medium. Lo ha saputo sfruttare in senso non mediatico, ma medianico: il tramite tecnologico tiene in vita l’alchimia dell’opera – prima forma di magia, trasformazione di materie, solide e liquide, in figure – tanto da generare spettri fra la sua presenza e noi. Fantasmagorie.

La prima antologica italiana di Polke, a Palazzo Grassi, presenta novanta opere in un percorso cronologico a ritroso, letteralmente retrospettivo, cioè ricostruttivo: un’anamnesi dall’ultimo decennio di attività agli inizi della carriera, negli anni Sessanta, quando Polke era apprendista vetraio. Con la pratica sul vetro si è calato nel ruolo di un moderno Leon Battista Alberti e ha moltiplicato e ispessito, sovrapposto e stratificato la «finestra sul mondo». Mondo e finestre non più delle convenzioni rappresentative. In Polke percipiente e percepito sono parentesi degli strumenti, dei dispositivi, dei difetti ottici che costituiscono il guardare e il rendere visibile. Una fenomenologia della percezione in forma artistica.

Nell’atrio le sette monumentali tele del ciclo Axial Age (2007) avvolgono il visitatore, come scenari di una pellicola fotografica creata, insieme, da pittura e illustrazione. Su tessuti semitrasparenti e a pieghe (la tela pittorica), si distendono enormi membrane traslucide, osservate e indicate da commentator grafici (l’illustrazione) e che, con la rifrazione della luce, prendono tonalità violette. Viviamo un’’«età assiale» omologa ai secoli fra l’800 e il 200 a.C., quando l’uomo ha posto le basi, scientifiche, filosofiche e spirituali, della cultura occidentale (Karl Jaspers, Achsenzeit). I nuovi media, mentre gestiscono pictures del passato, configurano images del futuro, riproduttive e riflessive della percezione. Fino al pensare, ma esprimendolo, il non vedere (Derrida).

Perciò, al di là dell’omaggio all’autore, a trent’anni dal Leone d’Oro per la pittura vinto alla Biennale di Venezia, un filo rosso attraversa le opere in mostra. Il ciclo Strahlen Sehen (2007) è una sperimentazione sugli ostacoli della visione, oggettiva – perché riprende le incisioni sui poteri dei raggi dal trattato di Johann Zahn Oculus artificialis Telediopricus – e soggettiva, perché queste incisioni, che Polke deforma e mette sotto vetri spessi, a righe o a maglie, provocano la nostra perdita di fuoco. Anche i dipinti a raster [Zirkusfiguren, 2005; Hände (vorm Gesicht), 1986; Dublin, 1968; Interieur, 1966; Strand, 1966…] sono solo pretestuosamente uno sconfinamento fra forme espressive – pittura, fumetto, caricatura, foto giornalistica. La tecnica del retino tipica della stampa, che rompe gli argini tra l’arte e la vita quotidiana, è un viatico per generare disturbi e imperfezioni della visione. Polke è più vicino a Seurat che non a Lichtenstein. E affine a Joseph Beuys, perché il lavoro sulle materie è qui linfa ed energia di temi politici, in quadri come Schiesskebab (1994), sulle guerre fratricide della ex Jugoslavia, Hochstand (1984), sui campi di concentramento, Amerikanisch-Mexikanische Grenze (1984), sulle frontiere, e Polizeischwein (1986), sugli abusi di potere.

Piastre dipinte sul recto e sul verso (Laterna Magica, 1988-1992), manipolazioni con la fotocopiatrice (es., Für den Dritten Stand bleiben nur noch die Krümel, 1997), ingrandimenti della trama fotografica (es., Man füttert die Hühner, 2005) sono accomunati dall’intento di trasformare il quadro in esperienza visiva. Non stupisce se errori e sbavature di stampa vengono trasposti, amplificati, sulla tela. Polke segue ciecamente i precetti di Leonardo, di «riguardare, in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di vari misti o nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi, od altri simili luoghi, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l'ingegno del pittore a nuove invenzioni». Leonardo (1984), per antonomasia, si intitola non a caso un quadro a lacca su tela che sembra essere «non di mano umana» (acheiropoietico) e in cui il contrasto tra sfondo chiaro e chiazze scure e indeterminate spinge chi guarda a riconoscere volti e trame. La percezione è luogo di speculazione.

I comportamenti delle sostanze hanno un ruolo centrale in questi processi. Dal 1982 al 1993 l’artista tedesco produce la serie dei piccoli Farbprobe (Campioni di colore), 50 x 40 cm, una cernita di reazioni di materie eterogenee all’amalgama, per esempio polveri metalliche con resine, smalto, nerofumo. Usa l’ossido d’argento, il mastice, la resina damar, la vernice d’ambra, ma anche minerali preziosi e carichi di storie, come il lapislazzulo, il porpora o la malachite, sostanze velenose, come il realgar o il verde di Schweinfurt, o psicotrope (i funghi di Alice im Wunderland, 1972). Fa emulsioni e sgocciolature. Accanto al Leonardo (1984), in questa mostra segretamente cucita sul fil rouge della percezione attiva, non poteva mancare l’opera in quattro parti Hermes Trismegistos (1995). È la rimediazione in resina e lacca, su tessuto trasparente e a scala gigante, di una tarsia marmorea del pavimento del Duomo di Siena, con la figura mitica di Ermete padre dell’alchimia. Un video della serie Venice Films (1983-1986) documenta, invece, l’installazione del 1986 premiata con il Leone d’oro, Athanor: pittura igroscopica applicata alle pareti del Padiglione tedesco, che cambia colore al mutare delle condizioni atmosferiche e di umidità. L’«athanor», in alchimia, è il forno a fuoco perpetuo, dove avviene la combustione e la trasmutazione dei metalli. Ricontestualizzato, allegorizza la coscienza e l’inquietudine, sulla pelle della Germania, dei forni in altro tempo costruiti.

A un altro livello i film di Polke, in proiezione al Teatrino di Palazzo Grassi il prossimo autunno, sono anche un modo per pensare lo scorrere del suo tempo. L’artista interviene sul girato con iridazioni, sfocature, solarizzazioni e dissoluzioni della pellicola che la rendono desueta, trasmessa al futuro del nostro gusto vintage.

Sigmar Polke

a cura di Elena Geuna e Guy Tosatto

Venezia, Palazzo Grassi, 17 aprile-6 novembre 2016

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