hutchCon L'evoluzione del desiderio dello statunitense Scott Hutchins (autore del romanzo Teoria imperfetta dell'amore, uscito per Stile Libero Einaudi nel 2013), alfadomenica avvia un ciclo di racconti inediti che verranno proposti l'ultima domenica del mese. Ringraziamo lo scrittore e la traduttrice Michela Martini, anche per l'intervista da lei curata, che proponiamo a corredo del testo.

 

Mio padre premette il pulsante con il pollice e The Land of Make Believe si posò sul piatto girevole. Il braccio automatico si mosse a scatti indietreggiando e si abbassò con precisione sul bordo del disco. Un assolo di tromba scandì qualche nota nel nostro salotto vuoto. C’era il ghiaccio nel secchiello e mia madre aveva fatto del chex mix. Questi erano gli unici segnali che i miei genitori quella notte stavano facendo qualcosa d’insolito come ospitare una festa.

Io mi trovavo a casa; ero in punizione, ma non ricordo perché. Mi era permesso uscire dalla mia stanza, a patto che mi comportassi bene. Questa flessibilità era insolita per i miei genitori, che erano severi, ma una notte di quella settimana, durante un giretto in salotto, avevo trovato mio padre addormentato sul divano con tanto di lenzuola, cuscino e trapunta. Ne parlai con mia madre il giorno dopo e mi sembrò scossa. Non ci avrei ripensato una seconda volta se non fosse stato per il leggero, singolare sentore d’indulgenza che l’evento lasciò nell’aria.

Quando il campanello suonò, andai alla porta e diedi il benvenuto agli ospiti: i Beck, i Davis, i Clark. E poi non mi rimase altro da fare. Non potevo guardare la tv perché tutti erano in salotto, così mi sedetti al buio nel tinello vicino all’entrata e ascoltai la musica della conversazione degli adulti: il brontolio grave degli uomini, la punteggiatura acuta delle donne. Attraverso la mezzaluna di vetro del portone osservai uno scarabeo e un’efemera fare il giro attorno alla luce del portico, spaiate, ultime rappresentati della loro specie. Fantasticai di redimermi agli occhi dei miei genitori – ma che cosa avevo fatto? – dando il benvenuto ad altri ospiti, agli ospiti dimenticati, prendendo i loro cappotti, tenendo ben alto sopra alla testa il vassoio di tartine che avevano portato e poi depositandolo nella zona illuminata della festa, provocando così l’ammirazione degli adulti: “Che bravo ragazzo!”

Va tutto bene?”. Mia madre era in piedi nel punto in cui il linoleum bianco dell’ingresso incontrava la moquette del tinello. “Ti accendo la luce?”

No, mamma.”

Suonò il campanello. “Chi sarà mai?”, disse.

Mi ero immaginato che potesse arrivare qualcuno di famoso – il presidente Carter, “Mean” Joe Green, San Francesco – e, sebbene avessi da poco appreso che la magia non era altro che il piacere di farsi ingannare, mi mantenni speranzoso. Saltai dal divano e bloccai mia madre, che trafficava con la maniglia. Aprii la porta per ritrovarmi davanti un uomo basso e magro che indossava un cappotto blu e una borsa a tracolla marrone. Al suo braccio stava una donna abbigliata con quello che al momento mi sembrò un costume da bagno rosso, ma che più tardi scoprii trattarsi di un abito. Erano entrambi abbronzati come i presentatori di un gioco a premi e l’uomo portava anche un ascot blu scuro con disegno cachemire.

Neill,” disse mia madre, “ti ricordi di Willie, il tuo padrino?”

Naturalmente lo ricordavo. Si trattava di Willie Beerbaum. Aveva lasciato la nostra città solo un anno prima, dopo che lui e sua moglie (la terza) si erano separati, ma mi parve irriconoscibile. Non erano i suoi abiti – aveva sempre portato gli ascot –, ma i suoi denti. Erano di un bianco soprannaturale. Era stato nel sud della California.

Mi fa piacere vederti, Neill”, disse Willie stringendomi la mano. Aveva sempre avuto l’abitudine sconcertante di parlarmi come se fossi un adulto. “Come vanno le cose?”

Abbastanza bene”, dissi io.

Sei così carino”, disse la donna bionda. Willie presentò la strana donna come Lonna, nome che mi parve molto insolito. Era la sua nuova moglie.

Cosa ci fai qui?”, disse mia madre a Willie, riferendosi al fatto che fosse ritornato alla sua vecchia vita, a Deston, in Arkansas. Era partito da ormai più di un anno e il suo nome lentamente era svanito dalla bocca di tutti.

Ho visto le macchine”, disse Willie. Dalle mie parti questa era la tipica spiegazione per presentarsi a casa di qualcuno.

I capelli di Lonna erano tinti di un biondo platino quasi bianco, la sua pelle era scura, mentre unghie e vestito erano di un rosso mela candita. Le sue scarpe rosse con tacco a spillo ticchettarono sulle piastrelle di plastica mentre Willie la accompagnò in salotto. Mi sembrava che fosse troppo curata e mi metteva in soggezione come quando si è in una stanza in cui a nessuno è permesso di accomodarsi. Ma gli uomini alla festa colsero qualcosa di diverso. D’improvviso erano irrequieti. Stavano in piedi, si lisciavano i capelli all’indietro, si aggiustavano i colletti. Il signor Davis si mise entrambe le mani sulla pancia abbondante, con un’aria piena di rimorso, come se si fosse fatto coinvolgere in uno scherzo imbarazzante.

Chi non muore si rivede, Willie!”, disse mio padre con una voce insolitamente alta e chiara.

Passami il drink che stai preparando, tesoro”, disse Willie, sorprendendo tutti i presenti. Infatti si stava rivolgendo a mio padre. Questa cosa del “tesoro” era un’usanza californiana alla quale nessuno era abituato. “Dolcezza, ti presento tutti quanti”, rispose lui, con un gesto plateale. “E a voi tutti presento il signor Willie Beerbaum”.

Questo causò una grossa risata da parte degli adulti, e solo io resistetti perché sapevo che la cosa avrebbe messo fine alla mia presenza alla festa. Non potevo far capire che stavo prestando attenzione a quello dicevano. Mi sedetti al tavolo del tinello, a una certa distanza, e feci finta di disegnare. Era un buon punto di osservazione sugli adulti.

Ti sei superato, Willie”, disse mio padre.

È il mio grande amore”, disse Willie. “Non è bellissima?”. Stava parlando direttamente a mio padre.

Certamente”, rispose lui.

Questa è la volta buona”, disse Willie.

Non ne ho il minimo dubbio”, ribatté mio padre.

Ci siamo incontrati al Sands Casino”, spiegò Willie.

Dove altrimenti?”, disse mio padre.

Giocavamo a craps”.

E hai vinto?”

Cosa pensi?”

Non vedo come il mio parere possa fare la differenza in questo caso.”

Te lo chiedo comunque.”

Beh, come si dice, la fortuna del principiante!” disse mio padre.

Anche Lonna rise a questo punto, ma Willie continuò a guardare mio padre dritto negli occhi. “Ha perfino fatto la modella per un po’. Non è vero, cara?”. Willie sorseggiò il suo drink. Era un uomo piccolo, malizioso, ben noto come attaccabrighe.

Di certo la prima modella a far visita alla nostra umile dimora”, commentò mio padre.

Finalmente Willie distolse lo sguardo da mio padre e si rivolse agli altri adulti. “Chi vuole vedere il suo book?”

Willie”, disse Lonna, non sembrava arrabbiata, solo felicemente esasperata.

Vuoi vederlo, Chuck”, disse Willie al signor Davis.

Penso di sì”, disse il signor Davis.

Neill”, mi chiamò. “Vai a prendere la mia valigetta.”

Io non avrei dovuto essere a portata d’orecchio, per cui cercai con lo sguardo l’approvazione di mia madre, che assentì. Così mi diressi verso l’armadio, ne aprii la porta pieghevole e sollevai la pesante valigetta di Willie. Era aperta e piena di riviste in bianco e nero. La presi per entrambe le maniglie e la trascinai da lui.

Grazie, tesoro”, disse Willie. Io sorrisi e tentai di stare nelle vicinanze, ma mia madre mi mise le mani sulle spalle e mi spinse ad andare via. Mi resi conto che era meglio che sparissi. Usai il trucco di fare il giro attraverso il tinello e poi di ritirarmi in cucina, così da vederli senza la probabilità di essere visto. Willie aveva tirato fuori una delle riviste. Lonna era in piedi appena discosta da lui, mentre Willie lo teneva vicino al petto, mostrandone il contenuto. “Qui è reclinata”, disse. Passò a un’altra pagina. “E questa è alla Betty Grable”. Poi rimosse una foto pieghevole e sollevò la rivista come fosse un poster. Gli adulti erano tesi e silenziosi. Willie aveva la schiena verso di me e così non riuscivo a vedere la foto, ma eravamo una famiglia da National Geographic – sapevo che le foto pieghevoli non si sprecavano su cose inutili. Leoni a caccia sul Serengheti. Le impennate e gli abbassamenti della Grande muraglia cinese. Catturavano quanto c’era di lungo, vasto, appassionante.

E questo è il cosiddetto paginone centrale”, disse Willie.

Lonna scosse la testa con finta disapprovazione. Per il resto, gli adulti sembravano vittima di un incantesimo. Nessuno parlò. Nessuno si mosse.

Mi pare che Betty Grable indossasse qualcosa”, disse la signora Beck.

Bene, Lonna”, disse finalmente mio padre con voce stridula. “Non vedo l’ora di diventare il tuo medico.”

Ci fu un’altra risata fragorosa, alla quale non potei resistere. Per poco non caddi dalla sedia dal ridere. Mio padre non aveva mai parlato in questo modo. Era un uomo tanto solenne.

Neil”, disse mia madre. Il suo tono era severo, ma si stava ancora asciugando le lacrime della risata. “Vai a vedere se c’è del gelato per gli ospiti nel congelatore, per favore”.

Sì, mamma”, risposi. Tenevamo solo carne di cervo nel congelatore, per cui sospettai che mi mandasse via in occasione di un’altra imminente battuta. E infatti, non appena uscii nel buio freddo del garage, sentii il boato di una risata proveniente dal salotto. Aprii il coperchio del congelatore e lo lasciai cadere diverse volte, ascoltando la guarnizione di gomma schioccare il suo bacio di suzione. Il congelatore era buio come una bara.

Quando ritornai in casa, la rivista era sparita, e gli adulti chiacchieravano come se non fosse successo niente. Per le due ore successive disegnai giudiziosamente, sulle pagine di un quaderno, soldati e carri armati che poi ritagliai e arrangiai in battaglioni. L’ilarità degli adulti crebbe, ma Lonna non disse molto. Sorrise solo e assentì quando Willie le porse un nuovo cocktail. Infine, la festa raggiunse il volume massimo per una salace barzelletta sulla caccia all’anatra, fu silenziosa per un paio di minuti e la signora Beck annunciò che doveva andarsene. Con il marito dissero i loro arrivederci, andarono all’armadio a prendersi i cappotti e uscirono. Le altre coppie lentamente se ne andarono finché non rimasero che i miei genitori e i Beerbaum. Mio fratello rincasò, dopo essere stato dal suo amico, e mia madre cominciò a portare i piatti in cucina.

Sarà meglio se andiamo a casa”, disse Willie. “Siamo abituati alle notti californiane, lunghe lunghe. Non è vero, amore?”

È vero”, disse Lonna.

Con noi dovrete adattarvi”, disse mio padre. “Siamo un po’ vecchio stile da queste parti.”

Ne vado già pazza”, disse lei.

Dovresti dire a tuo marito di non andare troppo in giro a vantarsi delle tue foto”, disse mio padre. “Ti renderà la vita difficile.”

La vita non è mai difficile con Willie”, rispose lei.

Mentre parlavano, mi diressi all’armadio nell’ingresso. Tirai fuori una delle riviste dalla valigetta di Willie e la infilai in uno stivale di gomma nascosto sul retro. Stavo pensando ai miei alibi per il furto – ero scivolato, non avevo idea di che cosa stessero parlando – quando Willie e Lonna si avvicinarono, mi strinsero la mano, raccolsero le loro cose e uscirono.

È l’ora di andare a letto, giovanotto”, disse mio padre. Non c’era più umorismo nella sua voce. Andò in cucina a riordinare. Aspettai che cominciasse a gettare le bottiglie nel secchio della spazzatura e mi diressi lentamente verso l’armadio per recuperare la rivista.

Seduto sul mio letto, passai una mano, sporca di mina di matita, sulla copertina, un’immagine in bianco e nero della signora Beerbaum che sorrideva in modo strano. In fondo alla pagina c’era il numero 1976, l’anno della mia nascita. Aprii la rivista e la sfogliai rapidamente, rendendomi conto subito che si trattava di una cosa che non avrei dovuto guardare. La signora Beerbaum che si tirava su i capelli senza indossare una maglia. La signora Beerbaum con un seno per mano, come se stesse per porgertene uno. Gettai lo sguardo sulla porta della mia camera. Mia madre sarebbe potuta entrare da un momento all’altro. Quello che mi sarebbe successo era inimmaginabile. Nonostante tutto continuai a sfogliare. La signora Beerbaum che sembrava stesse per graffiarti. La signora Beerbaum a cavalcioni di una sedia, con uno sguardo obliquo. Di nuovo guardai la porta della mia camera, ascoltando i suoni della casa. Stavano ancora buttando bottiglie nella spazzatura in cucina? Stavano passando un panno sul tavolino? Non riuscivo a sentire altro oltre al battere del mio cuore. Era giunto il momento di metterla via, di guardarla di nuovo domani. Ma continuai a girare le pagine lentamente e deliberatamente finché arrivai al pieghevole centrale. Attento a non spiegazzarlo, lo tirai gentilmente verso di me e lo aprii con delicatezza. Di nuovo, la signora Beerbaum. Era piegata all’indietro su un masso grigio circondato da grosse piante preistoriche. Era nuda, se si eccettuano un paio di scarpe a tacco alto e una sottile fascia di pelle leopardata in qualche modo fissata al suo girovita. La sua mano destra era appoggiata all’interno della coscia destra. Le sue gambe erano leggermente separate, in maniera allusiva. Sembrava che guardasse proprio me. Signori e signore, questa è la signora di Willie Beerbaum. Non aveva l’aspetto di una signora qualunque. Nuda. La moglie del mio padrino, la mia madrina? Non riuscivo a raccapezzarmi. Non capivo neanche il commento di mio padre, quello sull’essere il suo medico, ma non ci pensai su più di tanto. Semplicemente sentii con la mano la levigatezza della rivista, e pensai al modo in cui Willie e signora erano comparsi sulla soglia di casa mia quella notte, come se paracadutati da un posto più bello. Erano venuti a salvarci!

Per quattro anni, spostai Lonna di nascondiglio in nascondiglio in giro per la casa. Non mi scoprirono mai. Quando ne sentivo il bisogno, la tiravo fuori e guardavo le immagini. Era una cosa sessuale e non lo era. A volte toccavo le pagine, seguendo il profilo del suo corpo, ma spesso semplicemente parlavamo. Facevo domande, chiedevo consiglio sui miei problemi. Non mi ricordo più esattamente quali fossero i miei problemi. Sono sicuro che fossero nella norma. Ho avuto un’infanzia piuttosto normale, perfino troppo protetta, ma mio padre si uccise quando avevo diciannove anni, una sorpresa che gettò l’incertezza su tutti gli anni precedenti.

In ogni modo è difficile per me spiegare la devozione religiosa che sentivo per lei. Il suo fu il primo corpo nudo che conobbi bene, anche se si trattava di una conoscenza astratta, unilaterale. E di certo Lonna causò uno shock vivificante nella mia città natale. Dopo qualche mese di book, nessuno li invitò più. Dev’essere stato una sorta di piano. Ma la cosa che la rese davvero speciale per me fu la tempistica, il modo in cui comparve quella notte con Willie per l’ultima festa dei miei genitori (o, almeno, l’ultima che mi ricordi). Si era aperto uno spazio tra i miei genitori e lì era comparso qualcosa di bello.

Incontrai la vera Lonna solamente un’altra volta. Ero in un negozio di liquori con mio padre, e la vidi portare con Willie una scatola piena di di alcolici nella loro Corvette. Ebbi paura. Nessuno aveva menzionato la rivista mancante, probabilmente erano così ubriachi da essersene dimenticati. E Willie ne portò altre copie ad altre feste, per cui deve averne avuto un bel mucchio. Ma comunque, essendo un bambino, avevo paura che scoprissero la colpa nel mio cuore. Non successe. Willie mi strinse la mano e mi chiese come andassero le cose. A questo punto della mia vita, era un completo estraneo. Lonna mandò i suoi saluti a mia madre. Entrarono in macchina e partirono. Qualche mese dopo, ci fu un incendio nella loro casa in campagna e morirono tutti e due. Quello che mi ricordo è il dolore sorprendente di mio padre.

Nel negozio di liquori quel giorno gli chiesi se a Lonna piacesse la zona. Intendevo una cosa più profonda, del tipo, come fa a sopravvivere in mezzo a noi?

Lo sguardo nei loro occhi ti dice tutto”, disse lui, guardandoli accelerare con la Corvette ed entrare in autostrada. “Hanno quel tipo di matrimonio che risponde alle domande della vita. Un amore che sostiene”.

Per anni ho interpretato in modi diversi questo discorso, specialmente dopo il suicidio di mio padre, quando mi aggrappai a quello per qualche indizio. Ma quel giorno pensai che fosse una risposta insulsa. Niente di quello che disse mi sembrò speciale: naturalmente il matrimonio rispondeva alle domande. Naturalmente l’amore sosteneva.

***

Questo è successo venti anni fa e ormai sono tutti polvere e ricordi, eccetto mia madre che sembra felice e al momento sta andando in barca a vela verso Gdansk nella sua crociera annuale. Io vivo a San Francisco, non ho un accento del sud particolarmente forte e mi sono creato una vita da persona moderna. Non sono uno che considererei bloccato nel passato. Penso raramente a mio padre – e mai ai Beerbaum –, ma quando lo faccio è con affetto. Li rigiro nella mia mente, meravigliose creature intrappolate nell’ambra del tempo. Mi stupisco non per le loro storie, ma per la grande distanza che ci separa. Sembrano aver fatto parte di un mondo perduto.

Questa notte farò a Erin una proposta di matrimonio. Viviamo insieme da sette anni e, di fatto, è il nostro anniversario, ma la proposta non è una formalità. Abbiamo avuto i nostri alti e bassi. Abbiamo i nostri alti e bassi. Vorrei capirli in profondità, ma so che ci vuole tempo. E non dubito delle sue qualità.

Siamo da Absinthe, il nostro ristorante di fiducia per compleanni e anniversari. Erin ha lavorato qui in passato e stasera è la più carina della sala. Il suo vestito verde scuro con le spalline sottili è trasparente come un pensiero fugace. Ha gli zigomi alti tipo bambola Kewpie, un nasino da elfo e abbastanza pelle da ricoprire il tutto. La sua bocca – larga, mobile, maliziosa – crea un contrasto così perfetto con il resto del viso che pare essere stata messa lì da un abile designer. Erin, naturalmente, non è altrettanto convinta di tutto questo, anzi certe parti non le piacciono proprio: la bocca, per esempio, e l’incarnato. Ha la pelle molto chiara e a volte, come adesso, ha un incarnato che la fa sembrare tisica, segnata. Fa preoccupare le persone, fa fermare estranei che le offrono aiuto, ma è solo l’effetto di attività fisica o di vigorose pulizie di casa o di troppo vino rosso, come in questo caso. Non c’è niente che non vada con la sua salute: è una fanatica dello yoga e, su richiesta, potrebbe attraversare questo ristorante reggendosi sulle braccia.

Sorride guardando il regalo che le ho portato, un paio di orecchini d’oro dalla lavorazione complicata. Non sono il pezzo forte della serata, ma lei non lo sa e le piacciono. Lo capisco dal suo sorrisetto malizioso, felice.

Sono bellissimi”, dice, tenendoli vicino alle orecchie.

Faccio un cenno ad Alex, il nostro cameriere e amico. Porta lo champagne, un delizioso Veuve Clicquot Rosé che ho portato in anticipo. Non è nel menu ed Erin lo sa.

Che cos’è?”, chiede ad Alex. Lavoravano insieme prima che prendesse la sua licenza d’insegnante, ma l’ho istruito bene sul piano di questa sera. Così ignora la sua domanda, ci riempie i bicchieri e si ritira.

Erin mi guarda confusa. “L’hai comprato tu?”

L’anello, del valore di $3000, è costituito da un diamante antico, tendente al giallo, montato su misura per il suo dito. È rimasto nella tasca della mia giacca da quando ci siamo preparati per la cena, pulsante come un cuore alieno. Una vocina mi dice di aspettare a farlo fino a quando saremo a casa, ma un’altra vocina dice, Ora! E un’altra dice dopo il dolce e un’altra si chiede perché non l’abbia già fatto lo scorso anno. Deve trattarsi di ansia in tutte le sue molte sfaccettature. Cerco di tenere le mani ferme e sento il feltro dell’astuccio. Lo estraggo dalla giacca e lo faccio scivolare verso di lei. Lo apro vicino alla candela. Il diamante risplende come brace ardente, cosa che un tempo fu, immagino.

Ho pensato a un po’ di ironia pungente: Facciamo sul serio adesso. Sei pronta per la prigione a vita? Ma poi punto sul classico. “Vuoi sposarmi?”, chiedo.

Abbiamo un tavolo appartato, ma i nostri vicini hanno smesso di mangiare, i loro sospiri sono udibili. Quelli sposati sono felici per la nostra futura felicità, quelli non sposati sono piacevolmente malinconici. O forse il contrario. In ogni caso, tutti quelli vicini abbastanza per poter origliare vibrano di energia, per reazione. Tutti, eccetto Erin. È ammutolita, è rimasta a bocca aperta. Sembra sorpresa, e non felice-sorpresa. In passato le ho visto fare quest’espressione una volta, è stato quando qualcuno le ha mostrato i genitali sull’autobus.

Attendo un momento.

È un anello di fidanzamento”, dico.

Lo so.”

Devo ripetere la domanda?”

Lei comincia a ridacchiare, si nasconde la bocca, ridacchia ancora. “Mi dispiace.” Il suo petto freme per l’ilarità. “È solo che, non me l’aspettavo…”

Doveva essere una sorpresa”, dico. Per quanto ne avessimo in effetti parlato.

Che brillocco!”

Si mette la mano sul cuore e smette di ridere. Io non lascio che il mio sguardo si stacchi dal suo viso. Ho paura d’incrociare lo sguardo di qualcuno dei tavoli vicini.

Non è un diamante insaguinato.” Rimuovo l’anello e faccio cenno verso la sua mano.

Un sorriso imbarazzato affonda nel viso di Erin. Si siede dritta sulla sedia e mi permette di metterglielo al dito. La sua mano è fredda come il ghiaccio. Con sicurezza e con l’istinto ancora vivace di cameriera, sposta il bicchiere di champagne verso il bordo del tavolo, gli mette la candela vicino e si sporge in avanti sopra i nostri piatti sporchi per prendermi per la cravatta. Mi tira come un vitello alla catena e mi bacia, mi succhia, lingua e tutto, attraverso la tovaglia bianca. Per una donna che è troppo timida per ballare in discoteca, questa è davvero una dimostrazione pubblica d’affetto senza precedenti. Ma sento il tremore della sua presa.

Mi fa riabbassare sulla sedia e dà un’occhiata esageratamente vogliosa al diamante. “Ti voglio scopare da farti impazzire”, dice.

Stai parlando con me?”, cerco di dire con un tocco di seduzione, ma sento l’ansia nella mia voce. Questo spettacolo, questa dimostrazione, non mi sta bene.

A casa, lancia le chiavi sul tavolo e mi trascina verso la camera da letto, svestendomi con l’abilità di una guardarobiera. Non ho più la camicia e la mia cintura è slacciata quando arriviamo al letto. Si tira da una parte le spalline sottili e l’abito le cade ai piedi. Nel mio cuore c’è un bivio: un sentiero porta alla scoperta, l’altro alla sazietà. È chiaro per quale sentiero Erin voglia incamminarsi, e io posso fare lo stesso. Se rilasso la mandibola e chiudo gli occhi, voglio le mie mani sulle sue caviglie e la mia lingua tra le sue gambe. Siamo fortunati così.

Non mi hai risposto”, dico.

Ha il respiro pesante. I suoi occhi sono spalancati.

Non mi hai risposto”, ripeto.

Dolcezza.” La sua voce è rauca, ma di nuovo in maniera teatrale? “Dolcezza, dolcezza, dolcezza.”

Mi prende per la cerniera aperta e mi strattona verso di lei.

Speravo in un messaggio verbale”, dico nei suoi capelli.

Lascia stare.”

Sai, tipo sì o no.”

Si ritrae. “A volte non sono dell’umore per i tuoi scherzi.”

Ha anche qualità negative. Preferisce avere l’ultima parola piuttosto che dialogare.

Non sto scherzando.”

Sto cominciando a sentirmi frustrata.”

Benvenuta nel club.”

Intendo dire sessualmente.”

Va bene. Vai sul letto.”

Non voglio farlo, se a te non va.”

Lo voglio anch’io.”

No, non lo vuoi.”

Ti ho detto di andare sul letto.”

Non ho intenzione di farmi fare un servizio da te.”

Ci stiamo avvicinando all’orlo dell’abisso e io sono quello che deve fare un passo indietro. È il mio lavoro. “Qui non si tratta di fare un servizio.” Metto le mani sui suoi fianchi e la sollevo sul letto. Erin si mette sotto le lenzuola, mentre io mi tolgo il resto dei vestiti e mi sistemo sopra di lei. Tolgo di mezzo i cuscini – ce ne sono così tanti, a dozzine, abbastanza da farti arrabbiare – e mi fermo così, ci sono un paio di centimetri d’aria tra noi. Piccole perle di sudore sono visibili sulle sue palpebre. Mi viene in mente che siamo tutti e due un po’ alticci.

Puoi rispondermi con un forse”, dico.

Mi prende per il membro – o comunque lo vogliamo chiamare di questi tempi – e comincia a pompare. Sul suo viso non c’è più una patina di seduzione. Appare determinata e fiera.

Puoi rispondermi con un forse”, ripeto.

Stai zitto.”

Sì. No. Forse.”

Sai che odio le sorprese”, dice lei. Sta tirando così forte che mi fa male.

Siamo insieme da sette anni.”

Avresti potuto fare qualche accenno. Mi hai presa alla sprovvista. E poi cos’è questa cosa vecchio stile e patriarcale? Che cos’è?”

***

Quella notte, mi sveglio sul divano. Il vento sbatte contro le finestre, una delle quali – quella che dà sulla strada – è aperta. Mi alzo per chiuderla, ma mentre sono in piedi sento qualcosa dietro di me, qualcuno. Mi giro lentamente. La stanza è in penombra. Le giacche sul muro, i mobili sembrano strani. Vado lentamente in cucina e tiro fuori il coltello da chef. È pesante, di acciaio inossidabile, ci puoi triturare le ossa. Rimango in piedi, fermo, in ascolto. Il gocciolio del rubinetto che perde, un camion che passa sferragliando. Abitiamo al secondo piano. Non sembra possibile che qualcuno sia potuto entrare mentre noi eravamo fuori. Forse si sta nascondendo? Vado in sala e mi fermo vicino all’armadio. Forse è qui dentro. Naturalmente non credo che ci sia qualcuno per davvero; eppure potrebbe esserci. Con tutti i pazzi che ci sono in città. Ogni due o tre giorni c’è un omicidio. Apro la porta dell’armadio, velocemente. Nell’oscurità vedo la densità dimenticata dei cappotti, una dozzina di scarpe sul pavimento, le foto e le carte sul ripiano. Nemmeno un bambino potrebbe nascondersi qui. Ritorno in cucina, controllo in dispensa e sotto il lavandino, più per dovere che per altro a questo punto. Non c’è nessuno qui. Metto il coltello sul bancone della cucina e strizzo gli occhi nel buio. Percepisco, come non succede da anni, il fantasma di mio padre, lo scomparso. Forse si sta svegliando sul divano, anche se questa non è di certo la mia prima notte sul divano. Ma riesco quasi a sentirlo vicino a me in macchina davanti al negozio di liquori, con quella sensazione che sembrava avere – almeno temporaneamente – che gli era stato negato qualcosa di chiaro e urgente. Qualcosa di potente, al di là di ogni decisione. Gli erano state negate le risposte che Willie aveva ricevuto, l’amore che sosteneva. Non ho intenzione di sentirmi mai così.

Amore”, dice Erin. È nel salotto e mi sta cercando. “Amore”, ripete, il suo tono di voce più alto mentre si avvicina. “Prendo un bicchiere d’acqua”, dico io. “Ti serve qualcosa?”

No.” La sua figura compare sulla soglia della cucina. Si stringe per il freddo.

Vieni qui”, le dico. Attraversa il pavimento di linoleum, che è un po’ appiccicoso, e si appoggia a me. Restiamo così nel buio.

***

Quello era venerdì e adesso è mercoledì. Foschia e freddo, il cielo è coperto di nubi grigie e opache. Durante la pausa pranzo cammino da Market Street, accanto a negozi di elettronica a poco prezzo, fino a Powell Street. Attraverso in direzione della banca e vedo Erin con la coda dell’occhio che esce da Blondie’s Pizza, con in mano un sacchetto di Gap. Dovrebbe essere a Oakland adesso, a insegnare ai suoi adolescenti a coniugare avoir ed être. Mi ritiro velocemente sotto la volta dell’ingresso della banca. Aspetto un momento, poi faccio capolino e do un’occhiata in giro. La scorgo che si allontana nella direzione opposta verso Union Square.

Mi immergo nuovamente tra la folla. I turisti in fila per salire sul cable car indossano poncho gialli di plastica, e li scanso uno e dopo l’altro mentre la seguo in salita. Sembra che stia solo facendo shopping, guarda le vetrine. Si morde il labbro inferiore, soppesando il valore della merce esposta. Entra da Urban Outfitters e FAO Schwartz e per capriccio, immagino, anche da Cartier. Cerco qualcosa che mi faccia apparire impegnato fino alla sua uscita: il chiosco dei pretzel, un giornale.

Ritorna su Market Street e poi gira verso il Centro Civico. Ascolta dei suonatori di bongo e dà loro degli spiccioli. Fa di no con la testa quando una senzatetto le si avvicina. Poi entra in un palazzo per uffici. Di nuovo, faccio passare qualche minuto e poi la seguo nella hall dell’edificio. L’insegna di vetro tra gli ascensori riporta diversi uffici legali e un istituto ESL. Leggo i nomi attentamente, ma non ne riconosco nessuno. In ogni modo so che non è lì per gli avvocati. Ieri, ho trovato due libri della biblioteca nel suo zaino, per quanto non mi avesse detto di esserci stata: la Guida di Bigsby per lavorare in Europa e Insegnare l’inglese in America Latina. Pare proprio che voglia andarsene. Ovunque sia.

Quando riemerge dall’edificio, controlla se piove e poi viene nella mia direzione. Svicolo e la guardo che scende nella stazione del Muni. La seguo e riesco a vederla mentre passa per il tornello e s’incammina sulla piattaforma. Pago l’ingresso e prendo la scalinata opposta e mi giro verso di lei per osservarla. È seduta sulla panchina rotonda più vicina. Studia con attenzione una delle brochure. Si porta una ciocca di capelli dietro l’orecchio. C’è durezza nei suoi lineamenti, un’intensità, una speranza oltre la speranza, immagino, di trovare quello che cerca in quelle righe.

La verità è questa: sono sicuro di sapere quale sarà la sua risposta. Mi dirà di sì. Stapperò una bottiglia di champagne, ordinerò dei fiori, ballerò con lei per la stanza. Chiamerò mia madre, l’ultima sopravvissuta di quel mondo consunto, e le darò la buona notizia. È così che andrà. Ma al momento, nella stazione umida, voglio essere un estraneo, sedermi accanto a Erin sulla panchina e chiederle che cosa stia leggendo. Voglio vedere la sua espressione quando si volta. I suoi occhi, la sua bocca, il movimento delle guance. Qualcosa in quella frazione di secondo potrebbe rivelarci tutto.

Traduzione di Michela Martini

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Michela Martini: Hai scritto un romanzo finora (A Working Theory of Love, in Italia Teoria imperfetta dell’amore, Einaudi, 2013), ma sei soprattutto conosciuto come scrittore di racconti. Quali differenze hai trovato nel misurarti con una forma narrativa rispetto all’altra? Che cosa ti ha spinto a sperimentare con il romanzo? 

Scott Hutchins: I racconti si concentrano sull’inizio e sul finale e, in un certo senso, sono uno strumento più incisivo per rispecchiare la vita di tutti i giorni. I romanzi, invece, hanno una lunga parte centrale che è piuttosto artificiale, ma che deve essere svolta in modo da sembrare assolutamente convincente e realistica. Questa parte centrale sembra una fatica di Sisifo, ma è anche ciò che rende un romanzo un universo a sé stante e magnifico. Non direi che una forma sia più difficile dell’altra, ma richiedono talenti diversi. 

M.M.: Cosa puoi dirci del linguaggio e dello stile che usi nella tua scrittura? Quali sono le tue influenze letterarie e non?

S. H.: Orson Welles disse una volta a un critico "Tu sei l’ornitologo, io sono l’uccello", e penso anch’io di non essere il miglior esperto sul mio stile e sul mio linguaggio. Comunque, mi ispiro a scrittori che potenziano e sovvertono la narrazione attraverso la loro cifra stilistica. Per citarne qualcuno, penso a Machado de Assis, Walker Percy, John Cheever ed Elizabeth Bowen. Come influenze non letterarie tengo sempre in mente Cézanne e la fiducia testarda che ha messo in quello che faceva.

M.M.: Sia nel tuo romanzo che nel racconto L’evoluzione del desiderio due elementi principali della narrazione sono amore e sesso. Che cosa ti attira di queste tematiche?

S. H.: Amore, morte e ambizione sono tre forze fondamentali nella vita. Amore e sesso mi attirano anche perché in America tendono a essere molto compartimentalizzate, e m’interessa esplorare come e perché tendiamo a tenerle separate in queste piccole scatole 

M.M.: Puoi dirci qualcosa sull’evoluzione (se possiamo definirla così) del personaggio principale di “L’evoluzione del desiderio” che passa dall’innamoramento per Lonna a quello per Erin? La sua insicurezza verso le donne cattura in qualche modo l’insicurezza degli uomini della tua generazione in America?

S. H.: Non sono certo che si tratti di un uomo insicuro, mi sembra piuttosto un tipo poco realistico. Nonostante gli stereotipi, sono gli uomini a essere i veri romantici, sorprendendo tutti (inclusi se stessi). Lonna è un ideale che rimane tale, preservata nelle ceneri della propria morte. Erin è la realtà. Il protagonista non è pronto per la realtà o, almeno, per la realtà che gli si presenta attraverso di lei. E ho paura che non si evolva per niente, ma d’altra parte chi lo fa?

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