video.tensions-rennes-entre-casseurs-manifestants-et-policiers_0Salvatore Palidda

Le pratiche adottate dalla polizia francese negli ultimi mesi, e in particolare fra la fine d’aprile e il 18 maggio, hanno scioccato la maggioranza dei manifestanti pacifici e provocato danni e ferite a molti di loro. Il 17 maggio la polizia ha inscenato manifestazioni di protesta contro le violenze anti-flics e il 18 i servizi d’ordine dei sindacati hanno picchiato duramente alcuni cosiddetti casseurs. Le testimonianze e i dibattiti su questi fatti sono numerosi (si vedano i reportage di Médiapart, qualche tv e anche di «Le Monde» e «Libération»)1. Manca però una riflessione più approfondita e anche una prospettiva comparativa con fatti simili riscontrati, su un periodo più lungo, in altri paesi sedicenti democratici2.

I fatti

Indurimento, deriva e deregolamentazione incontrollati, involuzione violenta: definizioni come queste, adottate da diversi commentatori delle recenti pratiche poliziesche, indicano che si sarebbe di fronte a un cambiamento inatteso. Tali fatti sono avvenuti nella congiuntura della scelta del governo d’imporre la legge El Khomri di riforma delle norme che regolano i rapporti di lavoro (una sorta di job act), manifestamente ispirata alla logica liberista. I capi dello Stato e del Governo, François Hollande e Manuel Valls, hanno affermato con fermezza di voler escludere qualsiasi negoziazione con i parlamentari «dissidenti» e con sindacati e scioperanti. Prima ancora delle manifestazioni, Valls, il ministro dell’interno Cazeneuve e i prefetti di polizia hanno affermato che non avrebbero lasciato crescere la protesta invocando l’alibi dei cosiddetti casseurs per legittimare, e giustificare, pratiche «muscolari». È apparso allora chiaro che il governo dell’ordine pubblico ha optato per una sua gestione violenta, anziché per una pacifica e negoziata: oltretutto approfittando di una congiuntura di indebolimento del movimento operaio, umiliando i sindacati e ogni altro contestatore, a dispetto del carattere assolutamente pacifico della stragrande maggioranza dei manifestanti (con l’eccezione di qualche centinaio di cosiddetti casseurs, cioè giovani che si illudono di compiere atti «rivoluzionari», nei fatti gesticolazioni inefficaci, inutili o persino auspicate dalle autorità al fine di scatenare le violenze poliziesche). Ricordiamo che, anche in passato, ogni volta che i governi hanno dovuto imporre leggi impopolari hanno fatto ricorso alla gestione violenta dell’ordine, impiegando agenti provocatori e «schegge impazzite». Ma quando il movimento operaio era forte, la polizia non osava spingersi sino a entrare nel corteo per tagliarlo in più spezzoni, ingabbiando tutti i manifestanti, come è invece potuto avvenire lo scorso 1 maggio poco dopo la partenza del corteo da Bastille verso Nation. Quando i manifestanti sono relativamente forti e «arrabbiati», la polizia evita il contatto: ha paura di poter essere disarmata, o che qualche manifestante possa portare con sé armi vere e proprie.

Lo stato di diritto democratico è un simulacro vuoto?

Come dicono testi giuridici, codici deontologici e altre norme3, la gestione dell’ordine in uno stato di diritto che si definisca democratico dovrebbe garantire anzitutto il diritto di manifestare, e quindi la protezione dei manifestanti pacifici, anche isolando eventuali fautori di disordine o «schegge impazzite» secondo modalità rispettose delle garanzie democratiche. E dovrebbe adottare sanzioni severe nei confronti di agenti e funzionari di polizia che si macchino di abusi, violenze e atti arbitrari.

Senza farsi illusioni sull’effettiva possibilità che venga rispettato lo Stato di diritto, si constata che il governo della sicurezza oscilla sempre tra gestione pacifica e negoziata del disordine e gestione violenta, a seconda delle circostanze. Così, può accadere che nella stessa congiuntura si abbiano momenti in cui s’impone la gestione violenta a discapito della negoziazione pacifica, e che ciò non riguardi solo l’ordine pubblico ma anche altre situazioni classificate – spesso secondo una discrezionalità che scivola facilmente nel libero arbitrio – come disordini, infrazioni o trasgressioni alle norme. Il passaggio dalla gestione pacifica a quella violenta può seguire precise direttive provenienti dall’alto (dal potere politico o dalle gerarchie poliziesche) o prodursi in modo occasionale (i fautori dei disordini possono trovarsi fra i manifestanti, fra le forze dell’ordine, a volte in mezzo a qualche piccolo sindacato di polizia). Tuttavia lo scontro può sempre essere controllato e bloccato se i dirigenti delle forze dell’ordine schierate in piazza controllano davvero le loro «truppe» perché in ogni caso è sempre la polizia ad avere la maggiore forza (salvo in alcuni casi di guerra civile). In diverse circostanze si è visto come il potere «giochi il disordine per imporre il suo ordine»: si usa l’alibi dei casseurs o dei black block, spesso con l’ausilio di agenti provocatori, ma anche con discorsi che aizzano le forze dell’ordine e l’opinione pubblica.

Le forze di polizia nella deriva liberista

Da qualche decennio, specie dopo il G8 di Genova, le polizie dei paesi sedicenti democratici sono tornate alle pratiche muscolari conosciute in tanti momenti del secondo dopoguerra4. L’obiettivo è stato evidentemente quello di scoraggiare, dissuadere e smobilitare le possibilità di azione pubblica da parte di chi contesta le scelte dei dominanti, cioè contro la svolta liberista. Per far ciò le polizie sono state dotate di nuovi equipaggiamenti, addestrate a far fronte alla «guerriglia urbana», alimentate da una propaganda interna di esasperazione della paura di «attacchi terribili» da parte di terroristi che si infiltrerebbero fra le folle, eccetera. Una parte dei nuovi reclutati nelle polizie sono ex-militari che hanno alle spalle missioni militari in teatri di guerra (Irak, Afghanistan ecc.). Vestiti da robocop, dotati di flashball, gas lacrimogeni, taser, droni: equipaggiamenti che fra l’altro sono uno dei nuovi business del XXI secolo, al pari degli armamenti «intelligenti». Il non infrequente abuso di tali dispositivi non fa che aumentare il disordine e, se adottati anche dai «fautori di disordine», non possono che condurre a situazioni assai pericolose per tutti, manifestanti pacifici e poliziotti che non hanno voglia di fare i Rambo. Si capisce peraltro che una città inondata da gas lacrimogeni e da immagini di scontri e «devastazioni» – spesso manipolate dai media – sia funzionale a dissuadere la partecipazione alle proteste (se tutti questi gas fossero emessi da privati, questi verrebbero perseguiti per inquinamento!). È certo che questo non aiuterà il turismo; ma lo stato di guerra e la militarizzazione del paese, proclamati da Hollande, sono anzitutto una stupidaggine, in un paese che pretende di essere una delle grandi potenze globali, che dà dignità di nemico a un pugno di terroristi sfuggiti al controllo dei servizi segreti.

Le esperienze passate mostrano che quando si tira troppo la corda, del gioco dell’ordine attraverso il disordine, si rischia di favorire una vera radicalizzazione. Invece è assai probabile che se la polizia mantenesse un ruolo discreto e non invasivo le manifestazioni si svolgerebbero pacificamente e gli eventuali casseurs o fautori di disordini sarebbero isolati dalla maggioranza dei pacifici. Questo non ha nulla a che fare con l’azione dei servizi d’ordine dei sindacati in nota intesa con la polizia, come richiesto dallo stesso Valls5. Anche i sindacati sono in effetti tornati a partecipare alla cogestione dell’ordine pubblico: in quello che tanti manifestanti e sindacalisti di base hanno definito «collaborazionismo» (un termine che in Francia evoca lo spettro di Vichy, il governo fantoccio degli occupanti nazisti dopo il 1940). Questo fatto è abbastanza sconcertante, poiché aggrava la perdita di consensi dei sindacati e abbatte il recupero di credibilità iniziato con la lotta contro la legge El Khomri. Ancora una volta la nomenclatura sindacale pensa di salvare le cadreghe e di riguadagnare peso attraverso l’intesa sottobanco col governo; e non otterrà alcuna revisione della legge sul lavoro. Le pratiche poliziesche nelle banlieues6 o nei confronti degli immigrati e persino dei clochards, come dei manifestanti per le più diverse cause, s’inscrivono in una concezione del governo della sicurezza palesemente incoerente rispetto allo Stato di diritto democratico. Il Governo mira all’imposizione violenta di scelte economiche, sociali e militari disutili alla res publica, distraendo compiti e risorse che invece dovrebbero essere destinate a combattere le vere insicurezze, ossia i rischi di disastri sanitari-ambientali (basta verificare le statistiche dei decessi per tumori, incidenti sul lavoro e malattie professionali), le neo-schiavitù connesse alle economie sommerse7, a loro volta legate alla corruzione di una parte delle agenzie di controllo e delle polizie e alla depenalizzazione dei crimini dei colletti bianchi8. Le polizie detengono sempre un potere discrezionale che facilmente può scivolare verso il libero arbitrio9 e così gestisce gli illegalismi tollerati e gli intollerabili10, “lascia correre o chiude gli occhi” di fronte a situazioni di neo-schiavitù, di violenze sessuali nei posti di lavoro ecc. Nei fatti garantisce così l’impunità di comportamenti illegali, legittima pratiche illecite e s’accanisce per reati attribuiti sulla base dell’aspetto somatico (délit de faciès), per qualche piccola infrazione e a volte inventa anche le prove. Non è un caso che non sia stata mai istituita un’autorità effettivamente indipendente dotata di potere di controllo delle pratiche delle polizie.

L’anamorfosi continua dello stato di diritto e la beffa della res publica

La polizia pratica un’anamorfosi11 dello Stato di diritto, arrivando a oscillare fra illegale e legale: così contribuendo alla regolazione economica e sociale e all’aumento della gerarchizzazione della società. Il suo potere discrezionale, aumentato dal monopolio della forza (legittimato dal potere politico e dal consenso conservatore anche quando è illegale), si articola tra l’uso del bastone e quello della carota. Coesistono autoritarismo e democrazia, repressione esemplare e tolleranza, «stato di polizia» o «d’eccezione» e «stato democratico»: pratiche autoritari corrispondenti ormai anche all’opinione di buona parte della popolazione, che ha interiorizzato il discorso dei dominanti.

L’eterna questione della democratizzazione delle polizie, delle carceri e dell’amministrazione della giustizia e di altre istituzioni, è resa vana quando si constata che la democrazia non può essere che un simulacro vuoto, una trappola per catturare prede ingenue, quando coesiste con l’autoritarismo violento. La svolta liberista ha condotto a portato a un ulteriore incremento di potere, in favore di attori che hanno aumentato la loro discrezionalità e le proprie chances di praticare l’arbitrio, a discapito dei soggetti sociali più deboli e della res publica.

Cos’è la re-invenzione della democrazia in crisi, o la post-democrazia di cui discutono Dominique Schnapper e Yves Sintomer? O la rinascita auspicata da Edwy Pleinel e Médiapart? Si va verso un’involuzione autoritaria o verso il ritorno a una competizione tra grandi partiti di massa o si può sperare in una sorta di «comunismo» come secondo alcuni pensano o sognano filosofi come Žižek, Agamben o Badiou?12 Bisogna dar credito a chi drammatizza sino all’estremo o, all’opposto, a chi dice che non si tratta che di un’orribile congiuntura come tante altre passate e che alla fine la «democrazia» sarà capace di rinnovarsi? Ma restare in mezzo al guado non ci porterà alla mercè del gioco abituale del «dibattito», che infine fa digerire tutto e il contrario di tutto? Non rischiamo insomma di partecipare al gioco dell’anamorfosi dello stato di diritto reazionario o democratico? I fatti sembrano lasciare poco spazio a dibattiti a volte farraginosi. La Commissione europea sembra una vecchia signora inglese circondata da uomini d’affari esperti in white collar crimes, dirigenti di polizia, esperti di antiterrorismo, militari, mercanti d’armi, leader delle «multinazionali del cuore» (che si occupano dello smaltimento di poveri, rifugiati e migranti) e anche mandarini delle scienze politiche e sociali; una specie di Regina Elisabetta che riverisce emiri arabi e oligarchi russi e indonesiani che investono a Londra, facendo finta di non sapere che così si alimenta indirettamente l’ISIS.

Ci troviamo in una delle peggiori congiunture dal 1945 a questa parte. I margini d’azione politica pubblica sono assai ristretti. Resta vitale un impegno rigoroso per la parresia come resistenza della libertà di parola e d’azione: nei limiti del possibile, cioè tenendo conto dei rapporti di forza reali e senza farsi illusioni di sorta13.

2 Cfr. L. Zedner, Policing before and after the Police: The Historical Antecedents of Contemporary Crime Control, «British Journal of Criminology», XLVI, 2006, 1, pp. 78-96

4 Cfr. La Frénésie sécuritaire. Retour à l’ordre et nouveau contrôle social, a cura di L. Mucchielli, Paris, La Découverte, 2008 e i contributi raccolti in Les violences politiques en Europe.

6 Cfr. M. Rigouste, La Domination policière. Une violence industrielle, Paris, La Fabrique, 2012; D. Fassin, Pouvoir discrétionnaire et politiques sécuritaires. Le chèque en gris de l’État à la police.

7 Cfr. Governance of Security and Ignored Insecurities in Contemporary Europe, London, Routledge, 2016.

8 Cfr. G. Chantraine-G. Salle, Pourquoi un dossier sur la «délinquance en col blanc»?, in «Champ pénal»/«Penal field», X, 2013: http://champpenal.revues.org/8555.

9 Cfr. E. Bittner, E. (par R. Lévy) «Egon Bittner et le caractère distinctif de la police : quelques remarques introductives à un débat”,  www.cairn.info/revue-deviance-et-societe-2001-3-page-279.htm

10 «Politix», 3, 87, a cura di N. Fischer e A. Spire: http://www.cairn.info/revue-politix-2009-3.htm.

11 Cfr. J. Baltrušaitis, Anamorfosi o Thaumaturgus opticus [1955-1984], Milano, Adelphi, 1990.

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