Eleonora Castagna

Al PAV di Torino Marco Scotini presenta una serie di artisti (Peter Bartoš, Imre Bukta, Stano Filko, Ana Lupas, Teresa Murak, Gruppo OHO, Pécsi Műhely, Zorka Ságlová, Rudolf Sikora, Petr Štembera, TOK Grupa, Jiří Valoch) che tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta sono stati pionieri di diverse esperienze artistiche: un’avanguardia che si presenta sì complessa e frammentata, per la differenza dei contesti territoriali e soprattutto ideologici, ma compatta sotto il profilo tematico: soprattutto per l’emergere della questione ambientale.

Come per la precedente Earthrise, dedicata alla scena artistica italiana degli anni Settanta, la regia curatoriale fin dall’ingresso presenta chiaramente al pubblico i concetti basilari della mostra. Una stampa che copre il muro intero presenta ingrandita una fotografia dove l’ungherese Imre Bukta si staglia di profilo di fronte a un enorme pagliaio su cui sono affissi dei fogli bianchi, due dei quali sostenuti da un rastrello e un forcone (Mostra casuale per gli animali della fattoria, 1974). Bukta è il primo artista che incontriamo alla mostra, e ne delinea l’atmosfera tematica. Si autodefinisce «artista-agronomo», poiché riflette sulle tradizioni della vita campestre, sulla romanticizzazione della classe contadina e sulla propria infanzia. Accanto all’ingrandimento troviamo altre quattro fotografie che presentano Bukta nella sua attività preminente tra il ’74 e il ’76, le cosiddette «azioni agricole»: l’artista si fa fotografare in mezzo alle rovine residuali di un territorio che era stato brutalmente nazionalizzato, sequestrando i macchinari agricoli.

Nella prima sala si trovano i lavori della rumena Ana Lupas, i quali – come quelli di molti altri artisti in mostra – mostrano un forte legame con la vita quotidiana. In ecologEAST sono presenti fotografie che ritraggono una delle prime grandi Installazioni umide della Lupas, realizzata nel 1970 nel villaggio di Margau, in Transilvania. La semplice azione della stesura dei panni, richiamo all’ambiente domestico e familiare, riveste qui nuovi significati grazie al gesto artistico.

Installazioni umide
, 1970, Ana Lupas

«La vita culturale si presentava come una serie di atti e rituali associati all’ambiente domestico e alla vita di tutti i giorni, nella quale una comunità formata da singole menti creatrici era formata e ripensata sotto forma di clan familiare: i legami di sangue e le relazioni amicali venivano considerati molto più importanti dei ruoli e delle relazioni professionali»: il critico Andreu Erofeev sottolinea un altro aspetto importante della controcultura avanguardistica dei paesi dell’Est che Scotini presenta con più esempi in mostra: l’importanza radicale del collettivo. L’idea della collaborazione e della formazione di gruppi di pensiero, lavoro e condivisione di vita si presenta innanzitutto come un’aspra critica al soggettivismo: l’opposizione ai tradizionali stereotipi di individualismo e personalità artistica pone come priorità l’idea di contenuto intellettuale e autonomia nella produzione del gruppo, rispetto ai canoni imposti dal regime.

Il corridoio di sinistra e il cortile interno presentano dei filmati e un’installazione (realizzata con la collaborazione della Comunità Temporanea di Costruzione) del gruppo d’arte concettuale OHO. Il loro nome è il risultato di due parole slave oko (occhio) e uho (orecchio) e vuole simboleggiare l’auspicio dell’unione tra i sensi. Il concetto principale sostenuto dal gruppo OHO era quello del cosiddetto Reismo, ovvero un tentativo di concezione del mondo privo di una visione antropocentrica: un mondo fatto di «cose» percepite non secondo il loro significato e la loro funzione per gli esseri umani, ma per il loro essere in sé e per sé. Anche gli OHO sono fortemente influenzati dalle istanze della controcultura.

È frequente, in questi artisti, il richiamo all’Ovest: al quale spesso, però, fanno un riferimento del tutto acritico. «L’occidente funzionò come uno specchio per l’est, ma uno specchio curvo. Gli artisti dell’Est Europa respingevano l’idea di ricevere un’interpretazione politicizzata e l’essere associati a coloro che criticavano e si battevano contro il comunismo. Questo fatto è molto importante e molto doloroso: la mancanza di una vera critica di sinistra dei cosiddetti regimi di sinistra, i governi comunisti, che tuttavia di sinistra veramente non erano»: il critico polacco Piotr Piotrowski ha evidenziato come molti collettivi alla fine si fossero sciolti per mancanza di coerenza politico-ideologica. Vero è anche che queste formazioni plurali consideravano naturale un simile processo di formazione e successivo sfaldamento: si consideravano e autodefinivano più gruppi spontanei che collettivi. Uno dei membri di TOK, Vladimir Gudac, scrive che «i gruppi si organizzano attorno a determinate idee o cause e le persone così riunite funzionano all’interno di un sistema sincronico di scambio di concetti ed entusiasmo. Un gruppo è un incontro di liberi individui che cedono una parte della loro libertà agli altri. L’attività di gruppo cessa quando l’entusiasmo iniziale si esaurisce. […] I gruppi nascono spontaneamente e si dividono altrettanto spontaneamente».

Haystack, corn, bricks, 1969, OHO group

Un altro aspetto fondamentale delle pratiche artistiche presentate alla mostra ecologEAST è quello della smaterializzazione. Sempre secondo Piotrowski, l’aspetto effimero delle azioni era «fondamentale in quanto facilitava di molto la comunicazione delle stesse. Per gli artisti era molto più facile attuare uno scambio di idee e produzioni perché molto spesso queste si presentavano sotto forma di fogli di carta con su scritti a mano velocemente degli appunti. La smaterializzazione delle pratiche artistiche permetteva anche di organizzare velocemente azioni che venivano riprese o mostre improvvisate in spazi privati». Peter Bartoš, per esempio, è stato uno dei primi esponenti dell’arte concettuale slovacca. I media da lui utilizzati sono fotocopie o fotografie, e il suo lavoro è privo di qualsiasi aspetto materiale, sta solo nella testa dell’artista che si serve, di volta in volta, di mezzi effimeri per riprodurlo a seconda dei propri scopi.

La tematica ecologica e l’accostarsi alla natura con un approccio poetico e ravvicinato sono ripresi nella sala conclusiva di ecologEAST. Qui troviamo i lavori di Jiří Valoch. Laureato nel 1970 alla Facoltà di Filosofia di Brno, l’artista ceco è anche curatore e poeta. Assieme al gruppo dei Giovani Amici dell’Arte promuove interventi che hanno luogo nelle campagne, dove si realizzano azioni nell’ambiente naturale. L’obbiettivo di questi spostamenti è quello di prendere coscienza del mondo che li circonda, attraverso azioni artistiche che portano a focalizzarsi in maniera inedita sui fenomeni naturali. La fuoriuscita dai limiti della città, la volontà di interagire graficamente con la natura sono tematiche che affronta anche Rudolf Sikora, come nelle testimonianze fotografiche del progetto Fuori dalla città (1970).

La natura viene dunque interpretata come spazio libero, in contrasto con lo spazio pubblico cittadino e quello regolato dalle istituzioni. Minimo comune denominatore di queste ricerche, il concetto di crisi ecologica: che, secondo Marco Scotini, «sembrava apparentemente svincolato da implicazioni espressamente ideologiche mentre, al contrario, l’intento era proprio quello di rivendicare una soluzione politica».

ecologEAST, l’avanguardia non ufficiale al di là del Muro

a cura di Marco Scotini

Torino, PAV-Parco d’Arte Vivente, 18 marzo-26 giugno

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