berioMario Gamba

Che il Teatro dell’Opera di Roma si stia rigenerando? Attualizzando? C’è da non crederci. Eppure. Forse. Chissà. Da quando ci è entrato come direttore artistico Giorgio Battistelli è evidente che qualcosa si muove. E non di poco se proprio in questa sede, e proprio su impulso di questo compositore-organizzatore, è stato messo a punto quello che senza dubbio si rivelerà il più importante avvenimento nella capitale in fatto di musica per il 2016. Si tratta del Fast Forward Festival, una rassegna di teatro musicale di inedita (per Roma) spregiudicatezza e raffinatezza culturale. Si snoderà tra il Teatro Argentina, il Teatro India, l’Auditorium, il Teatro Nazionale, il Teatro di Villa Torlonia, Villa Medici nel periodo 27 maggio-9 giugno. Niente melodramma vero e proprio (purtroppo un genere non ancora scomparso), lavori di Heiner Goebbels, Sylvano Bussotti, Michel van der Aa, Wolfgang Rihm, vari concerti strumentali con spirito di performance (tra i solisti più strepitosi sono annunciati Jean Pierre Drouet e Francesco Prode).

Ma lo sperabile buon cammino dell’Opera di Roma, dopo l’iniezione di sapienza battistelliana, si scorge anche nella serie di concerti sinfonici con un autore contemporaneo e uno del Novecento sempre in programma. In un dialogo non del tutto casuale, anzi piuttosto studiato, con un autore del passato, in genere romantico. Chiari gli intenti pedagogici di questa iniziativa; ma nella sala del Costanzi, così odorosa di muffa, se ne sentiva il bisogno. Ed eccone uno di questi concerti, il più recente. Brahms, Bartók, Berio. Tre B per un gioco di somiglianze sicuramente avventuroso. E anche pretestuoso, come sempre in questi casi. Ma è proprio il contemporaneo, Luciano Berio, ad alimentare un gioco molte volte perverso (e per questo stimolante, come è ovvio). Perché il suo brano del 1987, Formazioni, è quanto di più vicino ai modi del poema sinfonico che si possa trovare nel suo catalogo. E quindi il più accostabile alla suite Il Mandarino meraviglioso ricavata da Béla Bartók dalla pantomima omonima scritta nel 1919. Le somiglianze con la Sinfonia n. 2 di Johannes Brahms sono tutte da trovare, la caccia al tesoro è aperta.

In ogni caso ci pensa il direttore d’orchestra scozzese Garry Walker a conferire una omogeneità di clima sonoro all’intera serata. Bravo e didattico. Stacca tempi sempre molto comodi e rende chiaro, trasparente, il disegno dei testi. L’Orchestra del Teatro dell’Opera che, al pari di un pubblico numeroso e di nuova acquisizione (come si arguisce dal fatto irrituale degli applausi al termine dei singoli movimenti della Sinfonia brahmsiana), si sta allenando al repertorio sinfonico dopo aver praticato per decenni solo quello operistico, è in parte avvantaggiata e in parte esposta a rischi con questo tipo di scelta. Si potrebbe definirla «analitica», alla Boulez, ma è in sostanza orientata a fornire una buona dignitosa illuminata lettura. Risponde bene l’Orchestra, la sua crescita è evidente. Una certa opacità in tutti e tre i lavori è da dividere alla pari tra la compagine e l’uomo del podio.

Bartók in apertura. Ci sono echi del Sacre di Stravinsky? Ma sì, qua e là. Ma è un altro mondo. Meno violento, meno sovversivo, nonostante la dovizia di dissonanze. La concitazione di molti passaggi, peraltro frenata dall’ottimo Walker, è illustrativa, non dirompente. Ha più agganci col passato di quanti ne abbia la partitura per balletto del grande russo (musica che suona rivoluzionaria ancora oggi). Le tinte espressioniste, che ci sono di sicuro e che conferiscono un fascino enorme al Mandarino, sono nascoste con accuratezza da Walker. Il direttore preferisce, sempre in decelerazione, le tinte fiabesche e occasionalmente bucoliche. Che ci sono anche loro, sia chiaro.

Formazioni di Berio è alla base una ricombinazione della «topografia» dell’orchestra sinfonica. Gli accostamenti, le fusioni, gli intrecci tra tipi di strumenti, quindi tra i timbri e le chances degli strumenti, non ubbidiscono all’ordinamento ortodosso. Solo gli archi fanno blocco come il solito, gli altri strumenti sono disposti in vari punti secondo l’obiettivo di ottenere effetti timbrici speciali e, soprattutto, di dimostrare che la collocazione tradizionale è semplicemente una convenzione e anche un arbitrio. Una delizia, specie dal vivo, e qui all’Opera, la spazializzazione dei suoni e la loro qualità «straordinaria». Per il resto, un Berio che introduce il «suggestivo» nel suo lessico, che sposa di nuovo la «narratività» del comporre di «prima della rivoluzione». Un Berio per niente radicale. L’interpretazione, in chiave di lettura rigorosa e amorosa, è molto buona.

E Brahms? Il caro vecchio Johannes in questa Sinfonia n. 2 tenta di mettere il classico nel romantico, per dirla alla vecchia maniera. Non è una novità per lui: Stefano Catucci, il filosofo presentatore di queste serate sinfoniche all’Opera, ricorda il Massimo Mila che scriveva: «un romantico prigioniero della forma». Certo, qui non ci si aspettano le sorprese di uno Schumann, per esempio, quello scapestrato riflessivo. Ascoltare questa musica serve a mettersi in testa che c’è un conflitto tra linee di fuga e linee di condotta. Allora come oggi. Walker e l’Orchestra funzionano ancora bene, nell’Adagio trovano squisitezze di fraseggio, persino.

Luciano Berio

Formazioni

Bela Bartók

Il Mandarino meraviglioso. Suite da concerto

Johanne Brahms

Sinfonia n. 2

Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma diretta da Garry Walker

Roma, Teatro Costanzi, 13 maggio 2016

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