fondane2Luigi Azzariti-Fumaroli

«Fondane! È vergognoso che non vengano ristampate le sue opere, da tempo esaurite. Che iniziazione all’agonia del dubbio!». Con queste parole screziate di rammarico Emil Cioran richiamava, nel 1960, alla necessità di tornare a pubblicare e a leggere il ricchissimo lascito di opere in prosa e in poesia del suo connazionale Benjamin Fondane. Si trattava di un auspicio destinato a non cadere nel vuoto, ma che avrebbe dovuto decantare alcuni lustri prima di farsi concreto. Specialmente nel nostro Paese dove, fatta eccezione per il pionieristico lavoro di Ann van Sevenant (Il filosofo dei poeti, Mimesis 1994), solo se assistiti da un’incorruttibile bibliofilia ci si sarebbe potuti imbattere in questo autore e instaurare con la sua opera un proficuo dialogo.

«Occorre che non lo si veda a distanza, ma che si senta insieme a lui»: così ha scritto Monique Jutrin nella sua sensibile e intensa biografia di Fondane pubblicata da Mimesis. Consonanza invero quanto mai difficile da instaurare: e non solo per l’ampiezza e la varietà di generi ch’egli abbraccia, o per il fondere nel suo lavoro l’introspezione romena e l’esuberanza parigina attraverso una scrittura che si mostra sempre apolide e modellata con una «tecnica oscura, che pur essendo libera da ogni domesticità imposta, non è per questo meno assoggettata a delle necessità interne»; quanto per il suo essere una «voce singolare» – come recita il titolo della recente antologia di saggi e ricerche curata da Alice Gonzi e dalla stessa Monique Jutrin, indispensabile viatico per addentrarsi nell’universo fondaniano – rispetto alla più parte degli intellettuali della prima metà del Novecento (compresi quelli, come Breton, che rivendicavano l’irrazionale salvo poi avventurarvisi «solo con il Baedeker di Freud alla mano»). Semmai, ove una qualche affinità la si voglia ravvisare, sarà piuttosto ad Artaud e ai membri del Grand Jeu che occorrerà guardare, in ragione della particolare attenzione che Fondane rivolge al tema del corpo, inteso tanto in senso fisico che emozionale.

Il corpo – per Fondane – rappresenterebbe il grande reietto del pensiero occidentale moderno: decadendo dalla funzione, ribadita ancora nel Settecento da Herder, di «sensorio comune» per mezzo del quale è dato accedere alla comprensione del mondo, e occupando quindi uno spazio sempre più marginale, esso attesterebbe come la filosofia abbia decretato l’esaustione della realtà in nome di un astratto panlogismo. A questo proposito, nella Coscienza infelice – l’opera capitale di Fondane, pubblicata nel 1936, e ora meritoriamente tradotta da Luca Orlandini (che già si era cimentato nella versione di Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, Aragno 2013 nonché del Falso trattato di estetica, Mucchi 2014) – nel porre l’interrogativo sul modo in cui sia possibile avere un corpo e dargli voce, si evoca la figura di Giobbe contrapponendola, come già aveva fatto Kierkegaard, a quella di Socrate, emblema di una mentalità impegnata a rendere il reale unicamente intelligibile e plasmabile.

Già Lev Šestov, che di Fondane fu l’ideale maestro, aveva indicato in Giobbe colui che inquieta il pensiero, esponendolo all’instabilità e all’incertezza che sorgono da quel dolore che incidendosi nella scorza corporea fa sì che gli elementi razionali si decompongano e ci si trovi di fronte all’«orrore estremo» da cui «bisogna partire alla ricerca di una realtà nuova». È dunque in questa dimensione, nella quale la purezza della disperazione si manifesta con agghiacciante nitore, che la coscienza infelice – dilavata d’ogni retaggio hegeliano – assume la propria specifica forma, riconoscendosi in un dolore che è tutto.

Non però alla maniera degli Antichi, incapaci di vedere nella pena se non l’afflizione o «l’étonnement du malheur», ma dei patriarchi biblici, presso i quali la teofania, in quanto vuoto che toglie la speranza e infonde la certezza, diventa liberazione dalla sofferenza che colpisce le ossa e la carne. «Fino a quando Signore io ti appellerò e non mi ascolterai?». È il vecchio grido semitico degli oranti e dei profeti che Fondane torna a far risuonare con la fede incrollabile di chi sa che Dio «non ha luogo, ma penetra ovunque, anche nella preziosa forma dell’assenza»: al punto che tutta la materia è piena di scintille della santità divina, e le espressioni puramente fisiche, dalle più gioiose alle più tormentate, ne sono una traccia tanto lieve quanto persistente.

Benjamin Fondane

La coscienza infelice

a cura di Luca Orlandini, Aragno 2016, 430 pp., € 28

Monique Jutrin

Lo Zibaldone di Ulisse. Con Benjamin Fondane al di là della storia (1924-1944)

Mimesis, 2016, 166 pp., € 18

Benjamin Fondane. Una voce singolare

a cura di Alice Gonzi e Monique Jutrin

Mimesis, 2016, 182 pp., € 18

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