diplomaCarla Ida Salviati

I necrologi sono una lettura interessante. E, se non sembrasse politicamente scorretto, direi pure divertente. Nulla ci raccontano della morte, di cui possiamo solo prendere atto; moltissimo invece ci dicono della vita. Le lapidi ottocentesche nei cimiteri monumentali delle nostre città ci restituiscono le idee dell’epoca sulla morale, sulle virtù da lodare e pertanto, sotto sotto, sui «vizi» dai quali una degna esistenza doveva tenersi lontana. Così si ergono a exempla il «probo cavaliere» dedito «al lavoro e alla carità», la «sposa e madre integerrima», la «fanciulla purissima», la consorte «immolatasi» nel compiere «il supremo dovere», e così via.

Documento storico di prima mano, il necrologio riassume con efficacia elogi per il defunto e monito per chi legge: nel caso poi di epitaffi professionali, è evidente che essi sono indirizzati ai colleghi viventi ed esplicitano le attese sociali nei loro confronti. Per tali complesse valenze, dunque, Anna Ascenzi e Roberto Sani si servono proprio dei necrologi pubblicati sulla stampa specializzata, come inediti ed efficaci scandagli di valori e significati vigenti nel corpo scolastico lungo il primo secolo dell’Italia unita. Si dipana così un percorso che descrive le qualità auspicate di un buon educatore: qualità che appaiono diverse nell’arco dei cent’anni presi in considerazione, e che portano ben impresso il clima del loro tempo. Nel 1892, ad esempio, il maestro Modesto Boccone di Alessandria è ricordato come un «buon soldato del progresso» dedito all’«amor di patria», mentre nel 1939 l’insegnante Augusto Antonelli è rimpianto come «combattente fermissimo per la grandezza imperiale della scuola», e nel 1949 il direttore didattico Giuseppe M. Grossi di Roma, «cristiano convinto e praticante sincero», viene commemorato in quanto sgradito al regime che lo aveva «osteggiato» nella carriera...

La stampa professionale ha giocato un ruolo nevralgico nel sostenere l’opera dei docenti delle elementari: nelle riviste infatti essi trovavano commenti politici e sindacali, notizie sulle retribuzioni, sui concorsi, sui trasferimenti, nonché – almeno in alcune testate, e non a caso le più longeve – materiali e suggerimenti didattici concreti per insegnare in classi numerosissime e in condizioni oggi inimmaginabili.

Per tanti maestri di fine Ottocento istruiti poco più dei loro stessi alunni (come denunciarono diversi Rapporti ministeriali), oppure per quelli del secondo dopoguerra che, dal Sud, accettavano supplenze nelle scuole sperdute delle valli alpine, il periodico è stato spesso l’unico mezzo di informazione e di aggiornamento. Ma è stato pure un potente antidoto alla solitudine, poiché intesseva una rete di rapporti a distanza, tracciando nel contempo uno spazio di aggregazione e di riconoscibilità. Anche per tali motivi il necrologio si rivela uno strumento formidabile: l’esaltazione postuma delle virtù educative va a rafforzare i legami ideali tra colleghi che, pur sconosciuti l’uno all’altro e pur lavorando in territori lontani, potevano «riconoscersi» nei richiami ai principi basilari della professione.

D’altra parte, i giornali che Ascenzi e Sani prendono in considerazione non sono affatto uguali per ispirazione e prospettive. La «famiglia magistrale», spesso invocata con enfasi, era in realtà abbastanza divisa e litigiosa. Quindi anche i profili dei trapassati finivano con l’assumere sfumature diverse: l’«Unione dei maestri elementari d’Italia», foglio piemontese attivo per cinquant’anni (1870-1920), ci appare attraversato dalle ventate del socialismo umanitario e non rinuncia a battagliare per la condizione dei maestri «umili operai del pensiero» trattati «peggio del campanaro, del becchino, della guardia campestre». Siffatta visione della professione inevitabilmente si riflette sui necrologi, ai quali il periodico dedica addirittura una rubrica fissa. Dei colleghi scomparsi si sottolineano le origini («venuto dal popolo»), l’impegno educativo («innalzare le plebi»), la laboriosità («vittima del suo instancabile zelo»). Insomma, come annotano gli Autori del saggio, la rivista tende «ad accreditare un’immagine del maestro quale moderno santo laico», autentico «artefice della rinascita morale e civile della nazione».

All’immagine del santo tout court si avvicinano invece i necrologi di «Scuola Italiana Moderna» negli anni Cinquanta. Il periodico bresciano dell’Editrice La Scuola, fondata da un gruppo di intellettuali cattolici tra i quali Giorgio Montini, padre del futuro Paolo VI, si erge a vero e proprio baluardo nella dura contrapposizione postbellica con il mondo laico. Le virtù dei maestri trapassati appaiono dunque coerenti con le posizioni della rivista e tendono a rafforzarne il messaggio complessivo: così viene messo in evidenza il fervore da «apostoli» nelle «sacrosante battaglie in difesa della scuola cattolica», nell’affermazione degli «ideali cristiani».

A mano a mano che ci si avvicina al decennio del boom economico, mutano i linguaggi e le metafore: anche su «Scuola Italiana Moderna», dismessi i toni da crociata, l’accento si sposta sulla «cultura», sulla «preparazione pedagogica», sull’impegno profuso «per il rinnovamento didattico e metodologico». L’insegnante elementare – sottolineano gli autori – si identifica dunque sempre di più in quello che, ben presto, verrà chiamato l’«intellettuale organico».

Cent’anni di necrologi di maestre e maestri delineano lo skyline di una professione sempre marginalizzata nella percezione sociale, e pur tuttavia snodo imprescindibile per la formazione delle nuove generazioni. Una passeggiata dei giovani insegnanti in questa specie di Spoon River magistrale farebbe loro scoprire affinità forse inattese con il passato. Non sarebbero, d’altra parte, passi perduti nella nostalgia o nella retorica: potrebbero invece riservare la sorpresa di solide radici dalle quali far crescere un’identità almeno in parte smarrita, e che manca a molti.

Anna Ascenzi, Roberto Sani

«Oscuri martiri, eroi del dovere». Memoria e celebrazione del maestro elementare attraverso i necrologi pubblicati sulle riviste didattiche e magistrali nel primo secolo dell’Italia unita (1861-1961)

Franco Angeli, 2016, 102 pp., € 13

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