manuCarlo Antonio Borghi

Le cose avevano per noi una disutilità poetica. - Nel fondo del cortile era molto ricchissimo – il nostro dissapere. - Inventammo un trucco per fabbricare giochi – con parole. - Il trucco era solo diventare scemo. - Come dire: ho appeso un bentevì nel sole...

Così comincia Il libro sul nulla per mano di Manoel De Barros, edito da Oedipus Edizioni.

Per la prima volta, il maggior poeta brasiliano si ritrova tradotto in Italia, dopo essere stato trasfuso in lingua francese, spagnola e tedesca. Era stato il maggior poeta brasiliano vivente fino al 2014, quando era scomparso alla bella età di 98 anni. Fino ad allora si era sentito un fanciullo e non la finiva di dire che la perdita dell'Eden consisteva nella perdita della fanciullezza.

Era nato e scomparso nel Pantanal, una regione del Brasile che, in tutto e per tutto, potrebbe rappresentare una mirabolante forma di natura primigenia. Una natura vivente e fremente come un intero Paradiso Terrestre o un Eden sceso in terra o un indorato Giardino delle Esperidi. In quel nulla del titolo, si fa la storia in versi di una primigenia disposizione alla conoscenza di sé, attraverso gli oggetti e gli archetipi naturali. Una conoscenza poematica e anche sciamanica, intuitiva e animistica dell'esistente.

Da quella terra edenica e cosmogonica, fotografata dallo sguardo poematizzante di Manoel de Barros, germogliano parole nuove che un attimo prima non esistevano. I suoi neologismi campestri e rupestri hanno la forza spiazzante e rigenerante tipica di molti avanguardismi del 900: il Futurismo, il Surrealismo e perfino il Dadaismo.

È una storia del nulla nella quale nulla manca, nel giro di una manciata di poemazioni.

Il fatto è che, in quel sempiterno paesaggio sempre disponibile e a volte incontenibile, tutto diventa nome e parola: gli umani, il mondo animale, il regno (o Eden) vegetale, il substrato minerale.

Nei dettagli di quella natura sovrana, sintesi di tutte le nature possibili, si ritrova la mano di Dio o degli dei animisti, nativi del posto e disposti a parlarti con le labbra di un sasso o di una rana o con il becco di un uccello bentevì.

È poesia antropofaga che mangia tutti i frutti possibili, anche quelli proibiti. In quell'archetipo di natura, nulla è proibito ed è vietato vietare.

Le radici poematiche di Barros risalgono all'esperienza e alla pratica del Modernismo brasiliano e all'opera di autori come Mario e Osvaldo De Andrade che, dagli anni Venti del 900 in poi, avevano smosso la stagnante e accademica cultura brasiliana. Il loro Manifesto Antropofago, declinato sui toni apoditici dei manifesti teorici delle avanguardie europee, aveva sfrondato i romanticismi e i barocchismi colonialisti della cultura brasiliana, aprendo la strada a quella nuova onda chiamata Antropofagia Culturale.

Antropofagia naturale e culturale al tempo stesso. Un antropofago culturale mangia, mastica, digerisce e assimila i passatismi accademici e le superfetazioni colonialiste. Alla fine del pasto nudo, si ritrova pronto e libero di ripensare a una ricostruzione del suo nativo universo.

Quello di Barros è un paroliberismo naturista che scorre lento, una slow-poetry, disintossicante e rigenerante. Sono versi della sopravvivenza, come quelle erbe e quegli ortaggi selvatici che salvano la vita a chi il cibo se lo può procurare solo andando per campi a raccogliere ciò che la natura spontaneamente offre.

Diviso in quattro parti, il suo libro sul nulla occupa circa 80 pagine con testo a fronte in lingua brasiliana del Pantanal.

Il piccolo libro è aperto da una rutilante introduzione di Giorgio Sica, intitolata La dispoesia di Manoel De Barros (collana di letteratura brasiliana).

Dis-poesia di un dis-poeta che si dis-perde e si dis-fonde nello scenario naturale che lo circonda e lo dis-comprende.

Manoel dispoeta Barros è uno scrittore che vola alto e basso al tempo stesso, prendendo l'abbrivio poetico dal rasoterra di un suolo selvatico o coltivato per raggiungere le altezze aeree dei suoi amati e indigeni uccelli.

Così scrive Giorgio Sica: I punti di contatto più interessanti si trovano a mio avviso, più che con i poeti, con i narratori simbolo della Geracao de 45, in particolare con la prosa di Clarice Lispector e di Joao Guimaraes Rosa.

Nelle sue parole, anche in quelle sconosciute prima della loro dis-velazione, si rintraccia quel sentido che nella lingua brasiliana raccoglie in se il significato e il significante, il senso e il non senso, il verso e l'inverso.

Il poeta Geraldo Carneiro scrive di Barros: Dai tempi di Guimaraes Rosa la nostra lingua non si sottomette a una tale instabilità semantica.

Manoel De Barros procede per una continua verifica e combinazione dei sensi, sempre attento a dis-tillare e titillare parole capaci di trascendere e trasfigurare se stesse.

Scrive Giorgio Sica: In questo processo distillatorio, a Manoel vengono in aiuto le correspondances baudelairiane e, ancor di più, il dereglement rimbaudiano.

...Non ebbi studiamento di tomi. - Solo conosco le scienze dell'analfabetismo. - Tutte le cose hanno un essere? - Sono un soggetto remoto. - Aromi di giacinti mi infinitano. - E questi ermi mi sommano.

Così finisce Il libro sul nulla, dopo aver detto molto se non tutto.

Manoel De Barros

Il libro sul nulla

Oedipus, euro 12

introduzione e traduzione a cura di Giorgio Sica

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