MoMA PS1 Francesco VezzoliFrancesca Pasini

In Rinascimento e Rinascenze Erwin Panofsky evidenzia come già nel 1100 il ricordo delle statue antiche fosse vivo e oggetto di studi che mettevano in guardia dal distruggerle. Tra gli episodi mi è rimasto impresso il sogno di Baudri de Bourgueil (un ecclesiastico, cultore di Ovidio alla fine del XII secolo). È travolto da un torrente in piena e sta per affogare, si attacca a uno spuntone, si salva e scopre che quella era una statua pagana avvolta dalle erbacce. Morale: mai sottovalutare la salvezza che viene dall’antico.

Penso che Francesco Vezzoli con un volo amplissimo abbia trasferito il legame con il mondo classico al recupero identitario fuori dai canoni cristiani: nella differenza tra uomini e donne. Al secondo piano del Museion a Bolzano, nella mostra Sculture, divide a metà la sala con una pedana bianca continua sulla quale dispone dei suoi autoritratti e alcune teste antiche originali. L’eleganza del conoscitore s’intreccia a un desiderio di storia.

Quello di Vezzoli è un salto mortale all’indietro per andare avanti? Non credo. Penso piuttosto che segnali, attraverso la «maschera» classica, un’idea laica dell’immaginazione artistica italiana e dell’Occidente. Non è la prima volta che prende di petto le questioni culturali politiche nazionali. Penso alla mostra alla Fondazione Prada, al cui centro si vedeva il video di un reality show. Era il 2004, sui teleschermi infuriavano i grandi fratelli. Poi la tensione si è allentata, ma in quel suo reality quasi reale Vezzoli aveva anticipato l’aggressività e l’ingorgo dei talk show attuali. Oggi, in un momento di bassa tensione culturale, che porta a censurare i nudi dei musei italiani al passaggio di un capo di stato del mondo islamico, Vezzoli indica l’urgenza di «prendersi cura» del nostro patrimonio.

Condividendo simbolicamente la sessualità maschile con dei, eroi e imperatori, inserisce nella storia della cultura, e non solo negli affetti sociali e individuali, la condizione omosessuale. All’inizio e alla fine di questa teoria di sculture, si trova un Ritratto di Sofia Loren come Musa dell’antichità (da Giorgio de Chirico) del 2011. Da un lato la diva è simbolo del legame col materno e dell’amore per il cinema, dall’altro colloca la sessualità all’interno della differenza uomo-donna. Tra gli autoritratti, in veste di Apollo che uccide il satiro Marsia, di Apollo Belvedere, di Adriano e Antinoo, spuntano alcune teste originali del I e II secolo e The eternal kiss, 2015. Dove le fisionomie si confondono e tutti possono sostituirsi a quei volti. Un bacio eterno come il marmo o come l’incontro tra uomini e donne, qualunque siano le loro connotazioni affettive?

Al primo piano Vezzoli ha ideato il nuovo allestimento della collezione permanente di Museion, visibile fino prossimo al 6 novembre. Il sistema espositivo è un immaginario ponte tra arte antica e contemporanea. Il contatto avviene attraverso la riproduzione esatta delle cornici di alcuni capolavori storici, dipinte in oro sulle pareti, delimitando il campo alle opere contemporanee. In una scheda informativa è riprodotta l’opera di Museion e quella da cui proviene la cornice. Questa però è senza cornice: la si vede solo sul muro.

È questo il ponte ideale di Vezzoli. Per attraversarlo bisogna accettare un’interruzione (la cornice mancante dalla riproduzione antica), bisogna accettare lo scarto della memoria (la cornice isolata non decodificabile), bisogna accettare la filiazione da un quadro all’altro, dalla riproduzione alla verità. La cura del patrimonio artistico, che avevo intravisto tra le sue statue, si esprime nelle affinità elettive che «inquadrano» le opere di Museion. Mi piace leggere la scheda, riunire cornice e quadro, trovare le date, le provenienze e il punctum dell’immagine che, come diceva Roland Barthes nella Camera chiara, «ferisce e ghermisce».

Il ponte Vezzoli porta da Museion ai musei del mondo. Spinge la porta della storia. Ecco lo specchio: Maria che cuce, di Michelangelo Pistoletto (1981), dentro la cornice dello Sposalizio di Venere di Raffaello (1504, Brera): noi stessi, tra lo specchio di Pistoletto e il cielo di Raffaello, «entriamo» in cornice. Oppure: Pin-up #1 (Jennifer Miller Does Marilyn Monroe) di Zoe Leonard, 1995, nella cornice di Venere, Cupido e un satiro di Correggio (1527-28, Louvre): Jennifer Miller con la barba, nuda su un lenzuolo rosso, interpreta in chiave trans una posa famosa di Marilyn; nella composizione di Correggio il corpo di Venere, nudo e disteso accanto a Cupido, ha la stessa posizione delle gambe e delle braccia. L’iconografia erotica del corpo femminile ha una sedimentazione così radicata?

O ancora: Volumi, di Dadamaino (1958), sborda un po’ sugli angoli della cornice di Le debut du Modèle, di Fragonard (1770, Musée Jacquemart-Andre). La tela di Fragonard compone in un ovale una scena libertina di una dama e un cavaliere, la tempera su tela forata di Dadamaino sembra sostituire i soggetti con due ovali vuoti. Untitled (Black Moon), di Piotr Uklanski (2003), ha invece la cornice della Pietà di Giovanni Bellini (1455-60, Brera: l’occhio corre dalla ferita del chiodo sulla mano di Cristo al punto bianco della luna nel cielo nero di Uklanski. Tra il Labirinto di Carla Accardi (1957) e il Concerto Campestre di Tiziano (1510-11, Louvre) si ha l’intuizione di due grafie per dire i movimenti ritmici del corpo. Achrome di Piero Manzoni (1961) vibra nella cornice della Primavera di Arcimboldo (1573, Louvre): i batuffoli di cotone dell’uno entrano in simpatia con quelli di frutta dell’altro.

Il ponte di Vezzoli crea il dialogo fra artisti e artiste, fra passato e presente – debiti e crediti che ognuno vorrebbe mettere in cornice.

Francesco Vezzoli

Sculture

a cura di Letizia Ragaglia

Bolzano, Museion, 30 gennaio-16 maggio 2016

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Una Risposta a Il ponte di Vezzoli

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