Letizia Paolozzi

Il Pontefice è tornato in questi giorni a parlare di diaconato femminile. Una scossa alla Chiesa maschilista? Non saprei. Certo, ha allentato la sensazione incresciosa provocata dalla metafora di «un’Europa vecchia e sterile come una nonna». In fondo, anch’io ricopro il ruolo della progenitrice.

Detto questo, delle donne si parla molto. Sono al centro del discorso pubblico. A loro si devono alcuni dei cambiamenti importanti della nostra società.

A riprova, sono indicative le proteste suscitate dall’estromissione di Linda Laura Sabbadini (che ha portato avanti un lavoro fondamentale intorno alla condizione femminile) dalla direzione del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat. Mentre anche così si spiega la quantità di mostre dedicate alle opere delle donne (W. Women in Italian Design alla Triennale di Milano e prima, a Palazzo Reale, La grande madre); la predilezione per figure come Elettra, Fedra, Alcesti al teatro classico di Siracusa; il rilievo dato dal cinema a tante vicende che ruotano intorno a una protagonista (se non due, come nel film di Virzì).

Un sesso – oscurato per secoli dall’organizzazione virile della Città – viene ora nominato, scrutato con attenzione. Le serie televisive non sono da meno quando raccontano le brecce aperte, a livello reale e simbolico, nelle relazioni tra gli uomini e le donne. Mi riferisco a The Good Wife, arrivata in Italia alla sesta stagione (adesso su Fox Life), mentre in America e in Gran Bretagna è terminata la settima, quella conclusiva. Invece delle dinamiche famigliari o di coppia, della malvagità umana oppure delle avventure di eroi anaffettivi, qui gli sceneggiatori Michelle e Robert King assieme al produttore esecutivo Ridley Scott (regista, tra i tanti film, di Blade Runner), hanno scelto di trattare le vicende di una «buona moglie», indagando «i prezzi pagati e da pagare» (direbbero le amiche della Libreria delle donne di Milano) della libertà femminile.

Questo permette a noi, che guardiamo la storia dipanarsi in un numero infinito di puntate sul piccolo schermo, di verificare quanto si siano spostate le frontiere dei sessi; quanto persistano le gerarchie tra maschile e femminile. Alicia Florrick (Julianna Margulies), umiliata pubblicamente dall’infedeltà del marito (Peter, Procuratore di Stato), accetta in un primo momento di rimanere accanto al coniuge bugiardo, finito in carcere per uno scandalo di sesso e corruzione. Costretta a pagare le spese legali del processo e della condanna, torna al suo lavoro di avvocata nello studio legale Lockart&Gardner. Brava, tenace, bella (però sia chiaro: con i suoi capelli lunghi, non sembra ispirarsi al taglio corto della Wonder Woman, frequentatrice degli incontri di Davos), reagisce con calma di fronte ai più ingarbugliati contenziosi legali e sentimentali. Non è esattamente una WASP; lo spartito dell’emancipazione non è il suo ideale.

In effetti, va oltre quello spartito. Il cuore della vicenda consiste nel suo bisogno di fare i conti con se stessa, dribblando gli ostacoli che le si parano davanti: innanzitutto, il tradimento. Va bene che nella terra dei Padri Pellegrini e della prima potenza mondiale (non so se gli Usa lo siano ancora), molti sono i nemici del vizio decisi a contrastare le debolezze umane. Solo la pubblica confessione, l’autodafé può bonificare una condotta riprovevole (adesso, con Trump, pare che il vento soffi in altra direzione). In Europa, al contrario, siamo avvezzi ai richiami della carne e agli sdruccioloni della natura umana.

E poi, mescolata alla slealtà, doppiezza, adulterio, nei rapporti tra i sessi c’è un conflitto latente, pronto a riesplodere verso chi – gli uomini – detiene le leve finanziarie, sessuali o di decisione. Se Diane Lockhart, una dei due soci fondatori assicura: «In questo studio legale il sessismo non è importante», Alicia Florrick ribatte: «Altroché se c’entra.  Voglio vincere. Voglio sconfiggere il mio avversario. So che non batteresti ciglio se fosse un uomo a dirlo. Perché sono ancora in corsa? Perché penso che sarei un Procuratore di Stato migliore. Ecco. Hai qualche problema al riguardo?».

Sarà verosimile ma non è vero che ci muoviamo in una società pacificata, dove il sessismo è morto, il femminismo superato e la disuguaglianza tra uomini e donne cancellata. The Good Wife suggerisce che la storia delle disuguaglianze e delle ingiustizie tra i sessi non ha una conclusione. Né ai piani alti né a quelli più bassi del potere. A ispirare la serie ci sono vicende reali: la reazione di Hillary Clinton per gli incontri del marito, Bill, con la stagista Monica Lewinsky nello Studio Ovale; la conferenza-stampa in cui il governatore di New York, Eliot Spitzer, si scusò delle proprie infedeltà avendo al fianco la (ora ex) moglie trasformata in statua di sale.

Via via che si inoltra nel mondo, la buona moglie scopre di dover affrontare la «macchina del fango» mediatica; l’opportunismo del Partito Democratico; il gioco convulso degli avvocati, pronti a strapparsi il ricco cliente. Lentamente arriva la scoperta di una donna meno buona, meno brava e però più risoluta, più capace di interrogarsi su cosa sia bene per lei. Nelle diverse stagioni della serie si snodano le scelte faticose, gli accomodamenti più o meno nobili, le soluzioni realistiche per le quali opta Alicia Florrick nella vita personale. Come si accede al potere quando si è donne? Quali ostacoli bisogna superare? Quando una donna arriva al potere, può modificare qualcosa e al tempo stesso non restare schiacciata dalle convenzioni, dalla famiglia?

Contemporaneamente siamo spettatori, lungo l’arco narrativo che si conclude nelle singole puntate, di battaglie giudiziarie accompagnate da indagini e dibattimenti in tribunale. Tanti legal drama (che hanno alle spalle Perry Mason o Law & Order) su questioni incandescenti nella società americana. La «struttura narrativa eccezionalmente profonda» di The Good Wife ha incantato femministe come Franca Chiaromonte. Altre si sono stupite del filo relazionale forte che tiene insieme Alicia e le donne dello studio legale. Diane Lockart sogna uno studio tutto al femminile; Kalinda Sharma, la misteriosa investigatrice bisessuale – capelli raccolti, giubbetto di pelle – confessa ad Alicia: «i momenti con te, come tua amica, sono stati i migliori che io abbia mai avuto».

Marco Palillo ha scritto (sul Dubbio) che Alicia Florrick «non è nemmeno la santa martire descritta dai media. È piuttosto una donna reale, conscia dei propri privilegi e dei propri limiti, pronta a contraddire se stessa, fare compromessi, assumendosi le proprie responsabilità, come farebbe qualsiasi uomo al suo posto». Beh, sicuramente in The Good Wife la protagonista non si sente vittima. Neppure si mitizza. Ha davanti agli occhi le proprie contraddizioni e debolezze. Sa difendersi usando sotterfugi e ripieghi, ma la sua pietra di paragone non sono gli uomini. Non vuole più essere all’altezza di quello che ci si aspetta da lei. Il bello della «buona moglie» consiste, appunto, nel provare pochissimo interesse per l’approvazione altrui. Soprattutto quella maschile.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!