Kounellis_Salle Antoine, photo-Manolis-Baboussis-©-Monnaie-de-Paris-2016-courtesy-l'artistaMarie Rebecchi

«Considero i musicisti stessi che amo come dei pittori»

J.K.

Una ballerina, un violinista, un quadro. Un quadro, una ballerina e un violinista. I tre elementi si combinano, alternano e ripetono nell’opera di Jannis Kounellis Da inventare sul posto, saturando così lo spazio visivo e sonoro di uno dei saloni settecenteschi dell’Hôtel de la Monnaie a Parigi. Attirati dalle note del Pulcinella di Stravinskij, impazienti attraversiamo le prime sale della mostra per raggiungere la Salle Franklin e assistere così alla performance «senza titolo» (presentata per la prima volta a Roma, all’Attico, nel 1972 e lo stesso anno alla Documenta 5 di Harald Szeemann). Una musica cromatica si sprigiona dal quadro diffondendosi attraverso il corpo della ballerina, che accompagna e reinventa ogni volta con passi nuovi l’esecuzione dello spartito dipinto sullo sfondo rosa della tela alle sue spalle. Nel tempo unico di quest’interpretazione, l’opera manifesta una volontà ritmica di condizionare lo spazio; una volontà che annuncia al tempo stesso un abbandono, uno svuotamento: il violinista e la ballerina lasceranno la sala, e di questa musica visiva non resteranno che l’eco del violino e una vaga impressione d’ambiance trasmessa dalla silhouette della ballerina.

Ma ecco che nella stessa sala questo senso di perdita, d’intangibilità e d’improvvisazione è controbilanciato dal «peso» di un lavoro recente del maestro dell’Arte povera: cinque placche di ferro addossate a una parete, sulle quali sono ruvidamente appesi con ganci da macellaio dei mantelli scuri cuciti uno sopra l’altro. «Non ho mai considerato le mie opere in alcun modo teatrali. Ho solo tentato di rendere il mio lavoro più vigoroso. L’epoca esigeva questo tipo di linguaggio; in questo tipo di azione il mezzo d’espressione era, in sé, spettacolare». Così Kounellis rilegge le opere presentate in questa sala: un montaggio di tempi, ritmi e materiali spettacolari, e al contempo anti-teatrali, di due momenti del suo lavoro «reinventato sul posto» per uno dei saloni messi a disposizione dalla Monnaie.

Torniamo all’ingresso, nel salone d’onore, sapendo che il terribile e meraviglioso senso di sospensione provato dall’essere testimoni del momento irripetibile in cui l’attitude e l’aplomb della ballerina si combinano con il vigore e la gravezza delle placche e dei ganci di ferro, lascerà il posto all’esperienza di un’altra musica, impercettibile e tutta interna alla materia.

Kounellis_Da inventare sul posto_Monnaie ParisManolis Baboussis © Monnaie de Paris, 2016 Ferro, fuoco e carbone. Oltre la pittura, sì, ma proprio in nome di quest’ultima che Kounellis ha concepito, appositamente per la mostra Brut(e) curata da Chiara Parisi, gli enormi cavalletti, smisurati scheletri di ferro disposti al centro della Salle Guillaume Dupré. In omaggio al suo personale pantheon di pittori tutelari, Kounellis incide dei numeri sul retro dei cavalletti giganti: 1789, 1853, 1881. Riconosciamo così le date di nascita di Delacroix, van Gogh, Picasso… Il cavalletto qui non rievoca un’idea crepuscolare di pittura – come Kounellis stesso ha affermato conversando con Germano Celant alla Scuola Normale di Pisa nel 2006 – ma afferma dialetticamente la necessità dell’abbandono del supporto, la libertà di prendere congedo dalla pittura stessa, per poi invocare il bisogno di un inedito e paradossale ritorno al quadro. Come accade nella Salle Duvivier: dove una tela gialla torna luminosamente alla ribalta trafitta da un coltello agganciato a una barra metallica. La luce e la lama sono una diade ricorrente nella mostra: il lampadario di coltelli che cela al suo interno una lampadina picassiana; il «coltello nell’acqua» che affonda la sua lama nel catino di un pesce rosso; la candela accesa che fa luce sulle parole Libertà o Morte. W Marat W Robespierre (1969), calcate con il gesso bianco su una lavagna addossata alla parete; il misterioso eliotropismo dei semi di girasole che invadono il suolo della Salle Antoine.

Quello che Kounellis non si stanca mai di ribadire, anche attraverso le parole che a guisa di didascalie accompagnano il percorso dello spettatore tra le sue opere, è la forza drammaturgica della materia, lo svolgimento narrativo delle sue componenti basse, essenziali e concrete. Nient’altro che materia: letti da campo con placche di ferro e coperte militari; placche di ferro con pezzi di carbone attaccati con il fil di ferro. «Nel mio procedere, il materiale in se stesso non esiste, non lo sento, non sono attirato da questo aspetto della sua esistenza. Quello che è interessante è il suo peso e non il suo aspetto. […]. Un quintale di carbone è un quintale di carbone, un punto è tutto, senza alcun trucco».

Jannis Kounellis

Brut(e)

a cura di Chiara Parisi

Monnaie de Paris, 11 marzo-1 maggio 2016

Jannis Kounellis

con testi dell’artista, di Christophe Beaux e Chiara Parisi

Hatje Cantz, € 30

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