dagermanMatteo Moca

La politica dell’impossibile, raccolta degli scritti politici di Stig Dagerman apprezzabilmente curata e tradotta da Fulvio Ferrari per Iperborea, ha la stessa forza delle sue opere narrative e dei suoi reportage: una forza che è in grado di rimettere in gioco le verità acquisite e di mettere il lettore davanti a uno specchio che spinge all’interrogazione perpetua, senza mai concedere punti di riposo. Eppure è necessario specificare il carattere politico di questi interventi, editoriali e articoli che Dagerman scrisse nella sua breve vita (morì suicida, a 31 anni, nel 1954). A insistere sulla definizione di tale carattere politico è lo stesso Ferrari, per il quale assolutamente «semplicistico» sarebbe giudicarlo uno scrittore di propaganda. Sin da ragazzo Dagerman conobbe assai da vicino l’ambiente anarchico e sindacalista svedese: almeno da quando, a 13 anni, si trasferì dal padre a Stoccolma. Lì entrò subito in contatto con l’ambiente operaio e portò avanti per il resto della sua vita una militanza quotidiana e genuina, sempre vicino ai più poveri e ai più deboli. Proprio per questa militanza i suoi scritti politici assumono un carattere in cui la riflessione politica è visceralmente legata a una continua tensione etica ed esistenziale, in nessun modo improntata a toni trionfanti o mitizzanti, bensì nata dal contatto diretto con l’ingiustizia sociale, con l’emarginazione e la povertà. E così questi scritti, che coprono un arco di tempo che va dal 1942 al 1952, serbano una forza e un’acutezza che costituiscono il motivo principale per cui oggi li leggiamo.

Se si vuole trovare un filo rosso nella raccolta, è senza dubbio nella forte tensione emotiva: nata da un conflitto estetico che sempre, come ammette Dagerman, imperversa nelle opere degli scrittori; si tratta di quel complesso rapporto tra il radicalismo politico dello scrittore che si riconosce un ruolo sociale, e la necessaria sua libertà creativa in ambito romanzesco o poetico (e proprio della poesia, e del suo difficile statuto, Dagerman rivendica la «necessità»: non quale «gioco di società», come vorrebbero «certi presunti rappresentanti del popolo»). Attraverso la scrittura Dagerman prende parte al conflitto sociale, configurandola come uno strumento di coscienza e di avanzamento della consapevolezza dell’individuo ma, e qui risiede il cuore della questione, tale scrittura non può non farsi carico delle sue complessità di espressione e comprensione. L’opera dunque, sottolinea Ferrari, non può «evitare di essere difficile»; e proprio per questo rischia di scontrarsi coll’incomprensione da parte degli operai.

Due dei più importanti saggi del libro, La nuova reazione e Lo scrittore e la coscienza, si interrogano proprio sul ruolo dello scrittore e sul difficile rapporto tra scelta estetica e scelta politica. Nello Scrittore e la coscienza Dagerman si mette a nudo e, con estrema sincerità, afferma come sia impossibile realizzare un equilibrio tra questi due poli: «come è per esempio possibile comportarsi come se niente fosse più importante della letteratura e vedersi intorno persone che combattono la fame? […] Qui lo scrittore si scontra con un paradosso: lui che voleva scrivere per gli affamati, si rende conto che solo chi è sazio ha la calma necessaria per accorgersi della loro esistenza». Dagerman non risolse mai questa tensione, ma la lucidità partecipe e dolorosa con cui visse i propri dilemmi personali e collettivi dà a queste pagine un’attualità impressionante: le contraddizioni irrisolte sono ancora le nostre – scrive Goffredo Fofi nella postfazione – e, da allora, il mondo non è certo diventato un luogo più rassicurante; così ci si «specchia nella sua opera con amore e riconoscenza ma anche con l’imbarazzo di chi non sa più come lottare, e ha finito per accettare il mondo per come ci viene imposto invece che ribellarsi».

Ma in queste pagine c’è ovviamente molto altro: argomenti di attualità, dove si respira un passo giornalistico che nulla ha da invidiare a quello narrativo, temi di ordine più generale, interviste e domande alle quali l’intellettuale non si sottrae. Commovente è per esempio la risposta che Dagerman dà a una maturanda indecisa sul suo futuro, nel Radioso avvenire: qui si respira l’amore di Dagerman per la gioventù, di cui resta importante testimonianza nei personaggi adolescenti, amati per la loro innocenza, che popolano i suoi romanzi. Non elargisce nessun consiglio, Dagerman, se non quello di conservare «quel senso di libertà di cui sta facendo ora esperienza e che sarà il Suo ricordo più importante»: proprio quella è «la cosa più preziosa che possiede», non si faccia irretire dal cinismo del mondo adulto o dalla «necessità di guadagnare, di fare strada e di diventare qualcuno».

Quasi alla metà del secolo, infine, splende quasi come un manifesto del pensiero di Dagerman, e come sintesi di tutta la sua poetica. Rispondendo a un’inchiesta del giornale svedese «Stockholms-Tidningen», che aveva chiesto a diversi intellettuali cosa si aspettassero dalla seconda metà del secolo, così scrive Dagerman: «in che cosa spero? In una letteratura che, senza alcun riguardo, combatta per i tre diritti inalienabili dell’essere umano imprigionato nelle organizzazioni politiche e di massa: la libertà, la fuga e il tradimento. E intendo la libertà di non scegliere tra annientamento e sterminio, la fuga dal futuro campo di battaglia in cui si sta preparando il disastro, il tradimento di ogni sistema che criminalizzi la coscienza, la paura e l’amore per il prossimo». Fortemente radicata nel tempo in cui è stata data, ovvero a pochi anni dalla conclusione del sanguinoso conflitto mondiale, la risposta di Dagerman conserva nei suoi tre «diritti inalienabili» il carattere che rende ancora oggi tutta la sua opera indispensabile, al pari di quella dei suoi fratelli e padri, Camus e Kafka: simbolo di un’arte autentica che si afferma coi suoi mezzi, libera da dittature ideologiche o letterarie, l’opera di Dagerman resta a testimonianza di una politica dell’impossibile, «in un mondo dove sono troppi i politici del possibile».

Stig Dagerman

La politica dell’impossibile

a cura di Fulvio Ferrari, postfazione di Goffredo Fofi

Iperborea, 2016, 135 pp., € 15

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