Primo_ Jacob Olesen_ Foto Roberto Nanni

Jacob Olesen (foto Roberto Nanni)

Maria Cristina Reggio

Talvolta un autore-attore, che si è dedicato per anni a un teatro umoristico declinato con grande serietà, improvvisamente prende in mano un testo drammatico e spiazza gli spettatori affezionati alla sua comicità. Così nei suoi due ultimi lavori Jacob Olesen, drammaturgo di origine svedese che da oltre trent’anni vive e lavora in Italia, per anni autore e interprete (spesso nel duo Donati-Olesen con Giorgio Donati) di pièces comiche di rigorosa gravità surrealista, ha affrontato di recente, in tempi e luoghi diversi, l’adattamento scenico di due testi letterari che intraprendono con il riso un rapporto non proprio confidenziale, segnato piuttosto dal dolore e dalla tragedia di un’epoca storica: prima Il mio nome è Bohumil, (rappresentato per la prima volta nel 2012 al Teatro Quarticciolo di Roma), spettacolo liberamente tratto da Ho servito il re d’Inghilterra di Bohumil Hrabal, con Giovanna Mori alla regia, e successivamente Primo, ispirato a Se questo è un uomo di Primo Levi, con la regia di Giovanni Calò, la cui ultima rappresentazione è stata data nel febbraio scorso al Teatri Kombëtar Eksperimental «Kujtim Spahivogli» di Tirana. Si tratta di due storie autobiografiche situate in un arco temporale che abbraccia la storia europea della prima metà del secolo scorso, poiché Hrabal attraversa con il suo personaggio l’inizio del Novecento fino all’occupazione nazista, mentre la testimonianza autobiografica di Levi narra la detenzione e liberazione da un campo di concentramento e dunque si situa tra l’apogeo e la fine del Terzo Reich. Ambedue sono storie di uomini che si interrogano su ciò che hanno vissuto e visto, sia come individui sia come abitanti di un’Europa che assiste alla nascita dei regimi totalitari e dunque, seppure concepite da autori diversi, e anche messe in scena da Olesen in tempi distinti, possono essere analizzate come i due capitoli di un unico dramma, vissuto da due personaggi le cui vicende si svolgono in continuità temporale e affrontano le trasformazioni dell’Europa centrale tra le due guerre, dall’organizzazione sistematica e burocratica della violenza di regime fino alla Seconda guerra mondiale, con i bombardamenti sui civili e il sistema dello sterminio concentrazionario.

Sul palco di Bohumil, lasciato completamente nudo e con una luce immobile e spiovente, c’è solo l’attore che attraversa il tempo e lo spazio alternando lunghe peregrinazioni in tutte le direzioni con pochi passi che disegnano un grande quadrato oppure il perimetro di un tondo come quando, nell’incipit, apre con le mani l’invisibile e pesante porta girevole del mitico Hotel Paris di Praga. In scena Olesen non si ferma mai: cammina sempre, ininterrottamente, attraversando secondo schemi geometrici tutto lo spazio scenico e conferendo una spazialità temporale alla narrazione mediante il suo corpo, solo: lui, svedese multilingue che qui parla in italiano, ma anche in tedesco e in ceco, viaggia camminando incessantemente a ritroso nel tempo e interpreta sia il protagonista Bohumil, un uomo piccolo, umile e sottomesso, sia i suoi interlocutori-chiave, dal capo reparto alla moglie ai carcerieri. Dovunque vada, nelle sue infinite peregrinazioni in giro per l’Europa, Bohumil si imbatte ciclicamente nella prepotenza ridotta allo schema gestuale del dito puntato di qualche grande capo la cui voce lo colpisce dall’alto come una bastonata, oppure nell’ottusa miopia solerte e ingobbita di un burocrate, e talvolta in una figura amica, minuta come il protagonista, come la moglie la cui voce è un sospiro che sale dal basso, e che è destinata a restare soffocata sotto un bombardamento che la uccide nella sua casa, nel sonno. Alla fine del suo racconto, Bohumil giunge sui binari orizzontali e invisibili di una ferrovia dove assiste, esterrefatto, al passaggio di un treno merci blindato carico di esseri umani e diretto a un campo di prigionia: proprio come quello su cui sale all’inizio della sua odissea anche Primo Levi, alla cui memoria si rivolge Jacob Olesen nel lavoro seguente, Primo: nel quale pure recita in un palcoscenico vuoto e semioscuro.

Come Bohumil, anche Primo è un assolo dell’attore e anche qui il protagonista, che narra in prima persona come già Primo Levi nel suo libro, vive ogni volta impreparato la propria sottomissione agli eventi che attraversa: dalle costrizioni dei bisogni corporali durante il viaggio stipato nel treno merci fino all’incredulità e allo spaesamento all’arrivo al campo, all’angoscia e alla vergogna attonita di scoprirsi inerme di fronte ai suoi carcerieri armati, le SS. Come nello spettacolo precedente, anche in Primo Olesen porta in scena il linguaggio della violenza e della sottomissione creando una gamma precisa e finita di timbri e intensità di voci che escono dalla sua gola e riducendo a poche, scarnite figure l’intera gamma dei gesti e posizioni mimiche appropriate ai personaggi del dramma, che sono anche qui vittime (consapevoli e non) e carnefici (allenati, professionisti o per vocazione). Interpretando come in Bohumil non solo il protagonista, ma anche gli altri personaggi del racconto, Olesen non indugia nell’imitazione naturalistica né macchiettistica dei loro atteggiamenti e delle loro voci, siano essi femminili o maschili, ma, creando un proprio linguaggio espressivo che prevede una significativa riduzione e sintesi dei segni, traccia in scena precise linee-forza disegnate con il suo stesso corpo, sia con percorsi che seguono idealmente planimetrie e geografie immaginarie sul pavimento vuoto del palcoscenico, sia con gli andamenti schematici delle sue posture, come la diagonale che traccia la tensione tra un prepotente e un offeso, o l’orizzontale che idealmente unisce in un percorso, dritto nello spazio, il possibile incontro tra due simili che si congiungono, infine, proprio su quella stessa linea immaginaria.

Ne risulta una narrazione scenica scevra da sentimentali descrizioni psicologiche e fisiognomiche, che identifica i personaggi come intense figure il cui compito etico non è solo di raccontare le proprie singole storie individuali, ma piuttosto quello di condividere la loro sopravvivenza di esseri umani e la loro testimonianza di fronte alla Storia, in Primo come in Bohumil: il vero dramma è quello di restare in vita dopo avere assistito in Europa, inermi, all’ascesa del totalitarismi, al susseguirsi di due guerre mondiali e all’orrore dei campi di sterminio.

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