Paolo Morelli

«Con inaudito coraggio, affido tutto ciò al gioco della casualità». La chiave di tutta l’esperienza letteraria di Robert Walser sta nella fiducia, e parliamo di esperienza letteraria in senso estensivo come qualcosa che coinvolge e stravolge, inevitabilmente travolge anche la vita stessa, non solo quella dell’autore. Ne abbiamo un perentorio assaggio in Sulle donne, frammento del quale prima di tutto si deve dire che di donne parla poco e di sfuggita. Conosciuto anche come «Diario del 1926» (titolo col quale era già stato proposto, ai lettori italiani, dal Melangolo nel 2000 nella traduzione di Mattia Mantovani – che vi aggiungeva anche una scelta di lettere dalle cliniche di Berna e Herisau), è «una storia breve tirata ragionevolmente per le lunghe» scritta a Berna su fogli del calendario in corso e in seguito trascritta in bella copia, poco prima quindi della scelta di quello che Canetti chiama il convento moderno, vale a dire il ricovero in strutture psichiatriche dove Walser passò gli ultimi 27 anni.

Ma è il solito Walser si potrebbe dire, tanto coerente e fallimentare è stata la sua esperienza, appunto. Con la traduzione di Margherita Belardetti (a mio modestissimo parere inutilmente agitata, con l’uso del passato remoto ad esempio in solenne contrasto con l’umiltà esibita come di consueto dall’originale) riannodiamo il filo del suo «libro dell’Io», in particolare il brano che va dalla Passeggiata a uno dei vertici della sua produzione e, per me, della letteratura del Novecento perlomeno, il romanzo Il Brigante.

La fiducia, dicevamo. Quella che per lui rappresenta, come dichiara in quel manuale sapienziale che è lo Jakob von Gunten, l’esatto contrario di ignoranza. Tutti gli attanti nei libri di Walser professano una fiducia sperticata, con accanita inerzia si potrebbe dire, contro ogni evidenza perfino. In questo libro in particolare lo scrivente sembra preda di un irrefrenabile spirito di contraddizione, quella tendenza o guasto di fare il contrario di quanto sembra logico in quel momento, come subodorasse un’imposizione o un’ingiustizia nella linearità di tale logica. Non vuol dare l’impressione di un controllo faticoso ed efferato, fare la finta dell’imperialismo della ragione, semmai constaterà e farà toccare con mano pagina dopo pagina la propria debolezza di fronte alle cose del mondo, ammetterà di capirci quel poco. Darà un idea di saltuarietà e casualità, affidandosi quasi per dono alla modalità analogica del pensiero emotivo. Non c’è niente di più sciocco dell’approccio critico che assimila tale modalità alla categoria flâneur, o a quella del lirico bohémien dalla romantica divisa. Nella sua scrittura invece sembra aver intuito come sia l’errore a far muovere il mondo della coscienza che altrimenti muore, nel significato che difatti passa dal vagabondaggio senza mèta alla nozione di mèta e risultato sbagliato.

Forte della sua meravigliata adesione alla vita e al mondo chiede al lettore lo spaesamento, in modo delicato e suadente al tempo stesso gli chiede complicità o anzi connivenza come se la letteratura fosse qualcosa che c’è fin dall’inizio per necessità umana e abbia poco a che fare con l’argenteria culturale. Diventa così capace di ribalderie raffinate. Nei libri di Walser succede alle volte che leggi una frase, te la godi e ti pare di capirla bene ma poi la rileggi scoprendo che significa poco e niente, come se la sintassi fosse psicologicamente determinata e la letteratura servisse a riconoscere tale determinazione primordiale, a ribadirla. «E ora sconfino un po’ sul vago, anzi, no, non proprio, direi piuttosto nello zingaresco». Appassionato di cause perse, si accinge come al solito a una «impresa azzardata», consapevole di dover rasentare ogni «sorta di precipizi» farà acrobazie nel vuoto provvisto com’è della temerarietà necessaria, dell’improntitudine che è la vera e propria cifra espressiva dello scrittore il quale, qui come sempre, simula la timidezza e pratica la sfacciataggine giacché «presentarsi in modo schietto presuppone sempre una qualche audacia». Ondivago e instabile, precario e indisponente, delinquente nel senso etimologico si sottrae con passione alla via comune, cerca sentieri su sentieri, false piste come se piovesse, si perde e fa solo finta di ritrovarsi con repentini campi di passo e di tono. Uno spirito indisponente e aspro al punto da rinnegarsi da solo e di continuo, dice e non dice, dice di voler dire e si smentisce due righe dopo.

Frammenti disgregati che rimandano a una totalità che brilla per la sua assenza: «il credere e il confidare vengono reputati tanto più preziosi e forti, quanto più labile e vacillante è la fiducia in sé stessi su cui poggiano». Crudele e profondo proprio perché non ha alcun fondo, si presenta come un dissidente su tutta la linea. Uno scrittore del vuoto e dell’assenza appunto, un brigante avventuriero di parole che sembrano non aver base né radici, eppure all’apparenza «scoiattolo oltremodo leggiadro, grazioso e lunatico» come lo tratteggia Franz Blei nel suo Bestiarium literaricum.

«Ti do il benvenuto, intenzione disattesa, derelitta. Tu mi commuovi, empito da me piantato in asso». Per come perseguono «i tratti eccelsi dell’andare a zonzo» i libri di Walser potrebbero esser presi a esempio dagli scienziati cognitivi quando parlano di quella modalità della mente umana che è alla base di ogni altra, definita di divagazione. Leggerlo è ogni volta la possibilità di incontrare una mente molto simile. Appare quasi provocatorio presentarlo alla mente esausta, impigrita del lettore italiano odierno, ormai assuefatto a esser trattato come utile idiota, disabituato all’ambiguità e ricchezza delle parole così come alla malia del discorso.

Robert Walser

Sulle donne

a cura di Jochen Greven, traduzione di Margherita Belardetti

Adelphi, 2016, 70 pp., € 10

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